
(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Ho scritto queste poche righe prima di sapere se vi sarebbero state e come eventualmente sarebbero andate le manifestazioni previste per il pomeriggio di sabato. Mi auguravo ovviamente che non si ripetesse quanto avvenuto. Mi auguravo e mi auguro che la stragrande maggioranza dei giovani non voglia indebolire e isolare ancora di più le ragioni della protesta, permettendo durante i cortei momenti di pura e gratuita violenza. Non mi auguro, invece, che coloro che ci governano, in Italia e in Europa, intendano mostrarsi responsabili, e cioè capaci di rispondere, a queste ragioni. Non me lo auguro poiché sono perfettamente disperato sul fatto che ne siano capaci. In grado sono soltanto di inseguire gli effetti di decenni ormai di pessimo governo, e di inseguirli sul terreno più arretrato, con i mezzi meno adeguati, quelli dei vari “decreti sicurezza”.
Lo spirito dei Vannacci è quello che li guida. Inutile mostrare loro, dati e analisi internazionali alla mano, che inasprimenti di pena e strumenti analoghi non hanno alcun potere di deterrenza nei confronti di determinati comportamenti. Lo avrebbero forse per reati finanziari e evasione fiscale, ma il mantra è: non si metta mano nella tasca degli italiani!
Derubricare ciò che stiamo vivendo a questione di ordine pubblico e a una forma di irrazionale violenza giovanile sarebbe grottesca, ridicola manifestazione di ignoranza storica, se appunto non generasse perversi provvedimenti legislativi. Stiamo vivendo un salto generazionale senza mediatore, senza “federatore” tra le due sponde. L’una è un’Europa vecchia, in crisi nel sistema manifatturiero che era stato a fondamento della sua crescita, con un gap tecnologico nei settori più innovativi ormai incolmabile rispetto agli altri grandi spazi politici del globo, un’Europa incapace di farsi corpo politico, di darsi strategie convergenti sulle materie decisive del fisco, delle politiche sociali, della immigrazione.
L’altra sponda è una generazione cresciuta nel tracollo delle speranze di fine secolo: che la moneta unica fosse foriera di unità politica, che ciò potesse produrre crescita di competitività e benessere, che l’Europa sapesse far valere un nuovo ordine di Diritto internazionale contro la logica del più forte e della guerra. Tra le attese e la realtà si è spalancato un baratro, si è aperto sotto i piedi di questa generazione un vuoto tremendo. Chi si illude di coprirlo con qualche norma penale non farà che renderlo insuperabile.
Certo, le manifestazioni di questi giorni, e non solo nelle loro punte di violenza, evidenziano come anche quelle attese si siano fatte confuse, prive di obbiettivi precisamente definibili. E sarebbe facile ricordare ai giovani la lezione che proprio rivolgendosi a loro pronunciò Max Weber alla fine della prima Grande Guerra sul senso e il valore della politica, come agire ordinato su un progetto razionalmente perseguibile. E sarebbe facile indicare loro la differenza tra ribellismo e rivoluzione. Potrebbe davvero questa “saggezza” essere maestra delle loro vite? Non sono le parole a essere maestre, ma i fatti. E i fatti dei padri stanno qui, davanti agli occhi. Crollo di potere d’acquisto per lavoro dipendente, pensionati, ceto medio, parallela crescita delle disuguaglianze, lavoro precario e ben difficilmente adeguato al livello formativo, al merito, scuola e università che hanno quasi perduto il loro valore di “ascensore sociale”. Quando i padri comprenderanno che questa crisi politica e sociale è crisi della democrazia nel significato strutturale, non ideologico, che essa riveste, sarà forse troppo tardi.
La protesta giovanile è sintomo di una crisi di sistema. Come fossero giovani estremisti i milioni di manifestanti per il reddito e la casa, guidati da numerosi sindaci, di Parigi o di Madrid. O i lavoratori dell’Ilva o gli auto-trasportatori o il mondo dell’agricoltura che quotidianamente protesta contro le assurde normative comunitarie. I giovani sono semplicemente oggi l’anello più debole della protesta, e perciò anche quello meno ascoltato. Gli altri hanno peso politico, sociale, contano bene o male su organizzazioni, gruppi dirigenti. I giovani si incontrano sui social, si parlano per segnali di fumo. E sono perciò esposti anche a ogni infiltrazione da parte di gruppi che manifestano la propria rabbia in forme che spesso contrastano esplicitamente e coscientemente gli obbiettivi del movimento.
È fisiologico che ciò accada laddove un movimento non abbia un orientamento abbastanza solido e manchi di qualsiasi forma di organizzazione. Un tempo ormai remotissimo avevano luogo manifestazioni in cui servizi di ordine predisposti dagli organizzatori rendevano impossibile la presenza, al loro interno, di gruppi come quelli che hanno fatto a pezzi il centro di Milano. Il movimento attuale non sarà mai in grado di metterli in piedi. Solo forti sindacati, forti partiti politici lo possono. La protesta e anche la rabbia delle giovani generazioni poteva un tempo venire canalizzata e metabolizzata attraverso queste organizzazioni. Esse filtravano la protesta, cercavano di porre un ordine nelle richieste, davano vita a discussioni e infine a manifestazioni di massa. L’eversione, se c’era, stava altrove.
Quel tempo è finito. L’Europa ha deciso da anni che partiti e sindacati sono ferri vecchi, che gli organismi intermedi sono di ostacolo alle decisioni e che queste debbono essere, nella sostanza, in mano a chi detiene il potere economico-finanziario. Così il sindacato è quello dei pensionati e i partiti divengono comitati elettorali. E perciò nessuno organizza la protesta e nessuno dà vita a manifestazioni di massa che abbiano quel carattere democratico, di discussione, di forza costituente, che solo le rende utili. Su questo dovrebbe riflettere il cosiddetto “campo largo” – e sarebbe questo anche il solo modo concreto di esprimere la propria solidarietà a chi difende la sicurezza dei cittadini.