
(di Michele Serra – repubblica.it) – Alla fine, si vota. In Brasile, in Israele, in Serbia, tra non molto negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, in Italia, le elezioni sono in arrivo e non esiste dubbio alcuno sulla loro drammatica eloquenza: sono la scena madre. Diranno chi governa. Influiranno in modo determinante sul futuro di quei Paesi e sui rapporti di quei Paesi con gli altri. Sull’economia. Sulla guerra e sulla pace. Le elezioni decidono, come il risultato di una partita che, al fischio finale dell’arbitro, è quello che conta. La cosa che rimane.
Tutto è cambiato e tutto cambierà, le forme della socialità e della comunicazione, c’è la rete e prima non c’era; le identità di classe e quelle individuali, c’erano i borghesi e la classe operaia e adesso non ci sono più. Ma l’idea che alla fine sia la conta dei voti che, in un modo o nell’altro, decide il risultato, quella non è cambiata e non cambierà fino a quando le democrazie elettorali dovessero collassare, dando inizio a tutt’altra partita.
Sbaglierò, ma il segnale decisivo che la politica può tornare forte, può cambiare le cose, è l’afflusso alle urne. Ovunque. E lo si è visto pochi mesi fa, in Italia, con il referendum, nel quale il dato più importante, e anche il più inatteso, è stato l’alta affluenza. In controtendenza.
Puoi essere un cittadino esemplare o spaccare le vetrine, un fautore dell’ordine tradizionale o il più irrequieto dei movimentisti: ma se non voti non conti, e fai contare di meno quella convenzione sociale, ancora determinante, che chiamiamo democrazia elettiva. La domanda in assoluto più interessante, rispetto ai tumulti giovanili in corso, è dunque, alla fine: quanti di loro andranno a votare?
Troppo banale . Oggi non ne vale la pena commentare.
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