Sei italiani su dieci ritengono carenti le politiche di integrazione. Per tre su quattro va abbassata l’età imputabile

Manifestazioni, l’81% chiede pene più severe per i minori. Ma tra i giovani uno su due è contrario

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Via Torino, Milano. Un ragazzo con il cappuccio alzato e il telefono in mano guarda i suoi coetanei mentre sfondano la vetrina di un noto negozio di abbigliamento sportivo. Non interviene, almeno in quel momento. Osserva, riprende, forse condivide. Non sappiamo chi sia, che cosa pensi, che cosa lo abbia portato lì. Tuttavia, in quell’immagine c’è qualcosa che va oltre la cronaca di una giornata di violenza. Chi è quel ragazzo? E soprattutto, che cosa pensano gli italiani di quello che è accaduto? Il sondaggio realizzato da Only Numbers restituisce una fotografia interessante, perché mostra due sensibilità che faticano a incontrarsi. Da una parte gli adulti che guardano soprattutto all’ordine pubblico, alla responsabilità individuale, alla necessità di punire. Dall’altra i giovani che sembrano interrogarsi maggiormente sul proprio futuro e sulle opportunità che la società è in grado di offrire loro.

Questo non significa che i ragazzi giustifichino la violenza o che gli adulti siano incapaci di comprenderne le cause. Indica, piuttosto, che davanti alla stessa immagine rischiamo di porci domande differenti. Siamo sicuri che dobbiamo assolutamente fare una scelta dicotomica tra violenza o disagio, tra sicurezza o inclusione, o anche tra punizione o recupero? Sono tutte alternative solo in apparenza, perché il problema comincia quando siamo costretti a sceglierne una sola. Per cercare di comprendere che cosa sia successo a Milano, occorre innanzitutto ricostruire il contesto. La settimana scorsa migliaia di studenti avevano manifestato pacificamente per denunciare le condizioni della scuola. Il sabato la protesta era proseguita in una mobilitazione più ampia contro il costo della vita. Poi, in un contesto diverso, sono arrivate le devastazioni.

È una distinzione fondamentale, perché la protesta non è violenza, e la violenza di alcuni non può diventare la colpa di tutti. Difendere il diritto di manifestare significa anche impedire che quel diritto venga usato come alibi per saccheggi e aggressioni.

Nel sondaggio il dato che colpisce maggiormente è l’età. Circa l’80% dei fermati era minorenne. Per il 64,8% degli intervistati è proprio questo l’aspetto principale della vicenda; tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni la percentuale sale al 79.3%. La giovane età, dunque, non è un dettaglio, è ciò che rende l’episodio più inquietante, perché sposta la domanda dal presente al futuro. Non siamo soltanto di fronte a un problema di ordine pubblico, perché allo stesso tempo ci chiediamo che cosa stia succedendo a una generazione che, almeno in parte, sembra avere difficoltà a riconoscere i confini tra desiderio, frustrazione e legittimità delle proprie azioni. Tuttavia, essere minorenni non significa essere irresponsabili per definizione, così come essere giovani non significa essere incapaci di distinguere il bene dal male. Ecco perché il tema delle pene divide. Se a livello nazionale l’81,1% degli intervistati è favorevole a un inasprimento delle sanzioni per i minori, tra i 18 e i 24 anni la percentuale scende al 56.1%.

Poco più di uno su due. Non è necessariamente indulgenza. Può esserci infatti la piena consapevolezza che la pena, da sola, non risolva il problema, ma può esserci anche una maggiore vicinanza generazionale rispetto a chi è direttamente coinvolto.

Il sondaggio ci dice quindi che la distanza tra le generazioni è forte ed è reale. Sulle responsabilità, gli italiani sono altrettanto netti. Il 73,7% degli intervistati ritiene che vadano riviste l’età imputabile e le pene previste, mentre l’82,5% pensa che dei danni debbano rispondere anche genitori, famiglie o tutori. Eppure, per circa un italiano su tre (33.6%), tra le misure più efficaci ci sono percorsi educativi e lavori socialmente utili obbligatori. Questo è un dato che merita attenzione, perché dentro la richiesta di punire esiste anche una domanda di recupero. Gli italiani vogliono che chi sbaglia risponda delle proprie azioni, ma una parte significativa dell’opinione pubblica sembra riconoscere che la sanzione dovrebbe servire anche a evitare che lo stesso comportamento si ripeta. Forse il punto della questione non è scegliere tra fermezza e prevenzione, ma è capire come renderle complementari. Una città non diventa più sicura soltanto perché aumenta le pene, così come non diventa più giusta se rinuncia a far rispettare le regole. La responsabilità individuale deve essere chiara e la pena certa, anche perché il consenso verso i provvedimenti del governo, particolarmente forte tra gli elettori dei partiti di maggioranza, non equivale automaticamente a una soluzione. Condividere una misura sul piano dei principi non significa che quella misura produrrà risultati immediati. La sicurezza si costruisce con la presenza delle forze dell’ordine, ma anche con la scuola, i servizi sociali, le opportunità di lavoro, la capacità di presidiare i territori prima che diventino luoghi di abbandono, ma soprattutto con la famiglia.

C’è poi una questione che rischiamo di affrontare soltanto in termini di ordine pubblico che riguarda l’integrazione. Tra i ragazzi coinvolti ci sono anche giovani italiani di seconda e terza generazione.

Per il 62,1% degli intervistati, il percorso di integrazione nel nostro Paese non è stato completato. È un dato che invita a riflettere, ma non autorizza a trasformare l’origine familiare in una spiegazione della violenza. La maggioranza dei ragazzi di seconda generazione non partecipa a devastazioni e saccheggi. Pertanto, attribuire a un’intera comunità il comportamento di alcuni sarebbe ingiusto e, soprattutto, poco utile a capire. Il problema da porsi è che cosa significhi sentirsi parte di una società. Non basta avere la cittadinanza, frequentare una scuola, parlare la stessa lingua, occorre anche poter immaginare un futuro e sentirsi parte di una comunità. La gratitudine dei genitori verso un Paese che ha offerto loro nuove opportunità non si trasmette automaticamente ai figli, che misurano le proprie aspirazioni anche attraverso i modelli, spesso irraggiungibili, proposti dai social. Le sneakers di ultima generazione, il capo firmato, il telefono costoso diventano così simboli di appartenenza e di riconoscimento. Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire alla povertà la causa della violenza, perché milioni di ragazzi vivono le stesse difficoltà senza rubare o devastare i negozi. La questione – forse – è come educare al desiderio, alla frustrazione e al limite. In questo senso, il telefono del ragazzo di via Torino è il dettaglio più eloquente. La violenza può trasformarsi in spettacolo, essere filmata e condivisa, diventare uno strumento per ottenere visibilità e riconoscimento. L’azione e la sua rappresentazione finiscono così per alimentarsi a vicenda, senza bisogno di una regia politica organizzata.

A una settimana di distanza, la fotografia è cambiata, ma non per questo è più rassicurante. Il centro di Milano si attraversa tra cordoni di sicurezza, controlli a campione e mezzi delle forze dell’ordine a ogni angolo, mentre molti negozi hanno scelto di svuotare le vetrine e abbassare le serrande, per paura che le scene di sabato scorso si ripetano. È la risposta che l’opinione pubblica chiedeva, ed è comprensibile. Tuttavia, è anche la prova di quanto sia costoso, per tutti, il prezzo della frattura. Una città che si protegge da una – piccola – parte dei propri giovani. Il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza, coerente con quel 73,7% che chiede pene riviste. Resta da capire se basterà a impedire che, tra un mese, ci si ritrovi davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Torniamo allora a quel ragazzo. Non sappiamo chi sia né che cosa lo abbia portato lì. Sappiamo, però, che non possiamo ridurlo soltanto a un problema di ordine pubblico, né invocare il disagio per assolverlo. Il punto non è scegliere tra sicurezza e futuro, ma riconoscere che sono legati. Una società che rinuncia a punire indebolisce le proprie regole e una società che si limita a punire rischia di ritrovarsi domani davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Quel ragazzo è una responsabilità del presente e una domanda sul futuro… Un Paese maturo deve saperle tenere insieme.