(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il presidente dell’Egitto, il tagliagole Abdel Fattah al-Sisi, un vero modello di democrazia, ha accentuato la repressione, facendo arrestare sei reporter della piattaforma indipendente egiziana, Matsadaash, specializzata in fact-checking e giornalismo investigativo. I Paesi occidentali, in genere così solerti nel denunciare le varie violazioni dei diritti umani, non hanno sollevato orecchia, tantomeno lo ha fatto l’Italia, nonostante lo scandaloso caso Regeni, lo studente universitario torturato e ucciso in Egitto. Con l’Egitto noi abbiamo rapporti economici importanti, business is business, as usual. C’è da dire che Regeni fu molto ingenuo e più ingenua, anzi criminale, fu l’Università di Cambridge che lo mandò sul posto per uno studio sui sindacati “liberi” egiziani, consegnandolo di fatto alla Polizia segreta di al-Sisi. In Italia è stata aperto un processo concluso con due condanne per il sequestro e assoluzioni per le torture e l’omicidio. Ma dubito molto che al-Sisi e i suoi tagliagole si presenteranno mai alla Corte d’Assise di Roma. L’omicidio e le torture subite da Regeni rimarranno quindi impunite.

[…] Mohammed Morsi fu eletto presidente dell’Egitto nelle prime elezioni libere di quel Paese, il 24 giugno 2012, nel pieno delle “primavere arabe” che avevano messo in fuga Mubarak. L’Egitto, in passato, era un protettorato britannico a cui capo avevano messo Re Faruq, che non era un dittatore sanguinario come lo sarebbero stati in seguito Mubarak e al-Sisi: col suo potere più che altro si divertiva. Un giorno, giocando a carte, dichiarò d’avere un poker d’assi, il suo avversario al tavolo del gioco gli chiese di far vedere le carte e Faruq rispose: “Parola di Re”, senza mostrare il suo punto.

Morsi non impose nessuna legge tipo sharia, ma fu rovesciato da al-Sisi con un colpo di Stato promosso dall’Occidente contro i Fratelli Musulmani che erano stati gli unici a opporsi alle varie dittature egiziane e avevano il grave torto di aver vinto regolarmente le elezioni. Di che cosa furono accusati? Di essere stati inefficienti. È ovvio che, essendo stati all’opposizione per decenni, non conoscessero bene i meccanismi istituzionali. Ma, se l’inefficienza fosse una causa legittima per rovesciare un sistema, credo che tutti i governi europei dovrebbero andarsene a casa. Al processo Morsi, che era avvocato, si difese dicendo: “Smettiamola con questa farsa, io sono l’avvocato Morsi, il legittimo presidente dell’Egitto”.

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La beffa ulteriore è che il potere andò ad al-Sisi, che aveva fatto carriera nell’esercito di Mubarak e instaurò un regime ancor più feroce e violento del suo. Poi noi italiani ci siamo procurati un’altra beffa con le nostre stesse mani, quando la maggioranza parlamentare di centrodestra, nel 2011, si e ci coprì di ridicolo votando – sotto pressione di Berlusconi – la mozione su Karima El Mahroug detta “Ruby Rubacuori” nipote di Mubarak, come se non fosse marocchina, ma egiziana. Questo perché Berlusconi disse di aver voluto evitare frizioni con l’alleato Mubarak quando la minorenne era stata arrestata a Milano per un piccolo furto e lui l’aveva fatta rilasciare con cinque telefonate alla Questura in una notte, temendo che spifferasse tutto sulle famose “cene eleganti” ad Arcore. E aveva inviato a prelevarla Nicole Minetti, che a sua volta la affidò a una prostituta brasiliana, non esattamente la persona nelle cui mani doveva finire la sventurata. Il dirigente della Questura fu talmente intimidito che obbedì all’ordine, anche se la pm minorile Annamaria Fiorillo aveva disposto che fosse affidata a una comunità protetta per minori non accompagnati. Insomma la soperchieria del Potere l’aveva vinta per l’ennesima volta.

Ma la storia dei Fratelli Musulmani ne richiama un’altra precedente di molti anni. Nel 1991 in Algeria, dopo decenni di una sanguinaria dittatura militare, le prime elezioni libere furono vinte con larga maggioranza dal Fis (Fronte islamico di salvezza). I generali algerini, con il consueto appoggio dell’intero Occidente, le annullarono con la motivazione che il Fis avrebbe instaurato una dittatura. Così, in nome di una dittatura del tutto presunta, si ribadì quella precedente. Per dettare odiosità sul Fis, i generali algerini incendiavano le case e le fattorie attribuendogli la colpa. Solo in seguito si scoprì che il Fis non c’entrava nulla: gli autori erano gli sgherri dei generali. A smascherare questa farsa fu un colonnello francese che pagò duramente questo atto di sincerità. Naturalmente la fazione più integralista del Fis passò alla macchia, innescando una guerra civile che si concluse molti anni dopo e forse è ancora aperta.

La conclusione è questa: la democrazia va bene quando vinciamo noi o i nostri alleati; se vincono gli altri non va più bene. Due pesi, due misure, comme d’habitude. Non è quindi strano che i Paesi “altri”’, fuori dal controllo occidentale, non credano alla democrazia, tanto più se siamo noi a imporgliela.