(di Massimo Gramellini – corriere.it) – L’immagine è forte e abbastanza inedita: alcuni genitori e insegnanti si frappongono tra i loro figli e studenti, in corteo per le strade di Torino, e i poliziotti in assetto antisommossa. Nell’aria satura di lacrimogeni, dalle loro bocche si sente uscire distintamente una sola parola: «Basta!». Senza commenti, senza giudizi. «Basta!» e basta. Immagino il sorriso del professor Crepet, teorico del protezionismo genitoriale: ormai li scortiamo pure in piazza, questi ragazzi. Li accompagniamo a contestare il potere, salvo poi, all’occorrenza, costruirgli intorno una bolla che li tenga al riparo dai rischi. Eppure, a una parte non minoritaria di me verrebbe da dire: meno male. Non abbiamo controprove, ma che cosa sarebbe successo se quel gruppo di «pantere grigie» non avesse avuto l’intuizione di prendersi per mano e stendere un improvvisato cordone sanitario?

Proviamo a guardare la scena da un’altra prospettiva: i rappresentanti di due istituzioni della comunità — la famiglia e la scuola — prendono contatto con la terza istituzione presente in piazza — la polizia — e scompaginano i piani della solita minoranza violenta, che stava tentando di trasformare la protesta studentesca in un episodio di guerriglia urbana. Mi sentirei quasi di estendere l’esperimento ad altri luoghi pericolosi, per esempio i talk show, dove si potrebbero utilizzare parenti stretti ed ex insegnanti degli ospiti più aggressivi per dividere i contendenti e arrivare incolumi almeno fino alla pubblicità.