Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni

(ANNA FOA – lastampa.it) – Tre anni dal 7 ottobre, la data che ha segnato una cesura radicale nella storia del conflitto israelo-palestinese e che ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza, alla quasi totale distruzione della Striscia, all’aggressione crescente di esercito e coloni in Cisgiordania, volta a sbarazzarsi cacciandoli dei suoi abitanti palestinesi. Cosa è oggi Israele, come è oggi il Paese che celebra questo ricordo?
Diciamo, a scanso di equivoci, che l’attentato terroristico del 7 ottobre è stato subito – e così doveva essere – condannato universalmente, tranne che da frange marginali di estremisti, non ha trovato giustificazioni né sostegno.
È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita proprio per scatenare la peggiore reazione degli israeliani, e non un, in qualche modo legittimo, atto di resistenza alla realtà dell’occupazione e dell’oppressione esercitata sui palestinesi da Israele.
Ma ben presto la solidarietà e la simpatia verso Israele, vittima del 7 ottobre, si è trasformata in una critica sempre più dura alla sua reazione contro Gaza, fino a diventare aperta ostilità man mano che cresceva a Gaza il numero dei morti sotto le macerie provocate da Israele. Le modalità di questa guerra asimmetrica ben si colgono nelle testimonianze dei soldati e degli ufficiali del film Naza.
Così come si coglie lo stato d’animo di chi organizza e mette in atto il massacro di civili innocenti, i “danni collaterali”: senso di essere nel giusto, di stare vendicando le vittime del 7 ottobre, di uccidere esseri inferiori. L’idea che l’unica legge sia quella del più forte, che Israele sia un’eccezione per cui non vale la legge internazionale, né quella della morale universale. Ma anche rimorso, risveglio doloroso dopo l’ubriacatura di sangue.
Per il governo israeliano, il peggiore in assoluto della sua storia, comunque sia andata la questione degli avvertimenti ricevuti, quello che è successo in questi tre anni è stato volto a impedire la nascita dello Stato palestinese, a creare la grande Israele voluta da Dio, a cambiare lo scacchiere mediorientale a suo favore. Per l’esercito, sotto la guida dei peggiori comandanti della sua storia, è stato realizzare la vendetta dei morti assassinati del 7 ottobre. E Hamas? Scompare quasi nell’identificazione con tutti i palestinesi, nella formula che “non ci sono innocenti a Gaza”.
Oggi coloro che hanno consentito, consapevolmente o meno, il 7 ottobre sono sui palchi delle commemorazioni a esaltare Israele e la sua guerra. Haaretz ce li descrive, tutti vicini, premier e ministri, compresa Sara Netanyahu, tutti colpevoli. Tra chi li ascolta si levano voci discordi, il padre di un ragazzo assassinato il 7 ottobre che accusa Bibi, il distacco dei famigliari degli ostaggi, che faranno una commemorazione da soli, senza il governo. L’isolamento del mondo, il boicottaggio, l’affiorare nella diaspora dell’antisemitismo. Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi, sulla volontà di estendere le guerre sempre di più.
E fra venti giorni questa Israele distrutta dal dolore, dalla paura e dalla colpa voterà. Ritroverà il lume della ragione, seguendo le strade più razionali della politica? È un Paese, come lo è – e lo era – Gaza, dove ci sono innocenti. Hanno il coraggio di opporsi, di gridare “Non in mio nome”, di essere protettive presenze contro coloni ed esercito in Cisgiordania, senza armi. Piangono anche loro i morti del 7 ottobre, e ne ricordano la terribile violenza, anche se il governo li considera sostenitori di Hamas.
E noi? Riusciremo a far sì che l’orrore del 7 ottobre non offuschi o addirittura cancelli quello, tanto più vasto, di Gaza? Lo ha detto bene David Grossman qualche mese fa in un’intervista, quando ha fatto sua l’etichetta di “genocidio”. È stato attaccato in Israele e i suoi libri sono stati dati alle fiamme. Eppure, sappiamo che è l’unica strada percorribile, che l’ingiustizia non cancella l’ingiustizia ma la moltiplica, che la vendetta è inutile e porta solo colpa e altre vendette. Ecco, sono passati tre anni.
L’errore commesso è sempre lo stesso cioè quello di non voler vedere la storia completa del dramma palestinese ma solo il singolo episodio . L’ orrore per l’attacco terroristico del 7 ottobre lo si prova ,ed è anche giusto se genuino,se si è estranei a quella tragedia non altrettanto si ha passato la vita sotto l’ occupazione del proprio territorio da invasori venuti da lontano con pretese assurde e usando ogni forma di violenza c’è sopraffazione .
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gramy…
forse ritiene ottimi ed abbondanti i croccantini che i suoi padroni mettono nella sua ciotola…
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“È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita PROPRIO PER SCATENARE la PEGGIORE REAZIONE degli ISRAELIANI“
Ecco, APPUNTO…!!!
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“Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi…”
“Abbandoonooo”!?!?
… Più che altro quasi la metà dei 1200, LI HANNO UCCISI LORO!
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Anna Foa. Lei rappresenta , insieme a tanti Ebrei di altissima levatura etica ed intellettuale, come appunto David Grossman, i giovani Israeliani che si fanno malmenare in Cisgiordania per difendere i Palestinesi e, in Italia, per citare due nomi, Gad Lerner e Moni Ovadia, la più grande barriera contro l’antisemitismo che purtroppo serpeggia.
Io, anti Sionista, o meglio anti Sionazista, lo sarò sempre e comunque. Antisemita, per quanto faccia gran parte della società israeliana traumatizzata dall’infame pogrom del 7 Ottobre, MAI E POI MAI.
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Guarda che Gad Lerner, sul palco della manifestazione contro la guerra, si è dichiarato orgogliosamente SIONISTA.
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GAZA: PRIMA LI UCCIDONO, POI LI CHIAMANO TERRORISTI
Pino Cabras.
Qualche ufficio dell’immenso apparato del Sionismo Reale ha pubblicato una lista di 170 giornalisti palestinesi uccisi a Gaza sostenendo che fossero in realtà uomini di Hamas, della Jihad islamica o di altri gruppi armati. Ma Muhammad Shehada ha fatto ciò che quasi nessuno fa: ha controllato il dossier voce per voce. E il castello di carte crolla. Possono tenerlo in piedi nelle redazioni solo i volenterosi complici dei carnefici. In 59 casi l’accusa si regge su fantomatiche «fonti di intelligence» che nessuno può verificare. L’argomento, in pratica, è: “fidatevi di noi”. In altri 42 compaiono frammenti di documenti senza contesto sufficiente, senza date decisive, senza una prova chiara che quelle persone fossero combattenti quando sono state uccise. Nei casi più noti emergono perfino contraddizioni, cronologie improbabili, documenti che non coincidono fra loro, vecchie affiliazioni trasformate retroattivamente in licenza di uccidere. E tutto questo al netto di un’altra questione che viene sistematicamente cancellata dietro la parola “terrorista”: il diritto internazionale distingue fra terrorismo, appartenenza politica e partecipazione diretta alle ostilità. Non basta appiccicare un’etichetta per trasformare chiunque in un bersaglio legittimo. Ma qui c’è persino qualcosa di più elementare: per la grande maggioranza di questi morti l’affiliazione militare non viene pubblicamente dimostrata. Non si tratta dunque di “assolvere” in blocco tutti i 170. La questione è assai più grave: chi uccide un giornalista e poi sostiene che fosse un terrorista deve provarlo. Qui, troppo spesso, dichiara soltanto di averlo provato. A molti sepolcri imbiancati occidentali questo basta. A noi, no. E c’è un’altra cosa che non dovrebbe scomparire dietro la discussione sui singoli nomi: molte di queste uccisioni sono avvenute in attacchi che hanno fatto anche numerose altre vittime civili. Persone colpevoli soltanto di trovarsi nelle vicinanze. Non finisce qui. C’è un principio cruciale sancito dai Protocolli Aggiuntivi delle Convenzioni di Ginevra: i giornalisti che svolgono missioni professionali in zone di conflitto armato sono considerati civili e godono della protezione riservata a quest’ultimi. Per perdere tale protezione ed essere considerati bersagli militari legittimi, un civile deve partecipare direttamente alle ostilità. In altri termini, l’eventuale affiliazione politica, l’orientamento ideologico o la semplice appartenenza lavorativa a media affiliati a un’amministrazione di governo (anche de facto) non equivalgono automaticamente al ruolo di combattente armato. Non basta una lista. Non basta dire: «Lo sappiamo noi». Se questa è la prova definitiva, allora la prova definitiva non c’è. C’è semmai un’altra prova: che il Sionismo Reale può uccidere giornalisti che fanno il loro lavoro e poi trovare, anche nelle nostre redazioni, chi è pronto a fornire postuma giustificazione ai loro assassini.
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