I sovranismi hanno buon gioco a incanalare i fiumi dell’odio e a spacciare ai popoli spaesati scorciatoie mentali che sembrano dare sbocco alle crisi. A questo servono i decreti razzisti di Meloni, le penose linee del Piave di Salvini e le vergognose remigrazioni di Vannacci

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – L’uso politico dello “straniero” è il cardine emotivo intorno al quale ruota la propaganda elettorale di tutte le destre nazionali e internazionali. Domenica 20 settembre, in Italia e in Europa, abbiamo assistito a un’impennata semantica che rivela un’evidente convergenza ideologica. A Fenix, Meloni ha annunciato il suo editto sulla difesa della razza nelle scuole, urlando «non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza, non si può fare!».
A Pontida, Salvini è salito sul palco sovrastato dal motto «non passa lo straniero», e ha tuonato «il vero pericolo per i nostri figli non è la Russia ma l’Islam» mentre la folla dal pratone strillava di rimando «né sostituzione né sottomissione».
A Orvieto, Vannacci ha rilanciato la «remigrazione come punto cardine del programma di Futuro Nazionale», senza arretrare di un millimetro sulla follia eugenetica delle classi separate per migranti e disabili.
In Meclemburgo-Pomerania, dopo il trionfo di due settimane prima in Sassonia-Anhalt, il partito neonazista ha rotto gli argini con un piano che prevede l’utilizzo dell’esercito e l’uso delle armi per espellere e deportare migranti e richiedenti asilo, mentre a Berlino il cancelliere-fantasma Merz ha scaricato sui migranti le colpe del degrado nelle città tedesche. Ad Amsterdam, il turbo-populista Wilders ha accusato i «nuovi entrati» del dissesto abitativo che assilla le città olandesi.
Volendo, potremmo anche aggiungere che a Mosca, alle elezioni-farsa per il rinnovo della Duma, ha rifatto il pieno il partito di Putin, che fa entrare gli immigrati solo per trasformarli in carne da cannone sul fronte ucraino. E che a Washington la milizia para-militare di Trump ha appena festeggiato il record di 50mila ispanici arrestati in un solo mese. Ma non divaghiamo con le autocrazie globali. Restiamo alle democrazie europee, dove la marea nera dell’etno-nazionalismo e della radicalizzazione xenofoba sta diventando la leva principale per la raccolta del consenso.

E restiamo all’Italia dove Giorgia e Matteo, come topolini al seguito del generale-pifferaio, hanno piazzato il secondo colpo di un’ordalia elettorale che promette di trascinare il Paese nell’abisso morale. Dopo l’abolizione del bollo auto, arriva il tetto del 30% alla presenza di studenti stranieri nelle classi. Un decreto-legge che, al di là dei tecnicismi, riflette un’impronta “valoriale” chiarissima: il razzismo, barattato per un pugno di voti con la vita dei bambini.
A cos’altro serve fissare nella bozza originaria una soglia che riguarda meno di mille classi su 366mila, buttare nello stesso calderone tutti i 600mila figli di migranti ma nati in Italia e quindi italiani più di noi anche se non cittadini come noi, imporre il trasferimento coatto in altri quartieri o Comuni degli studenti fuori-tetto, obbligare i genitori a studiare l’italiano e togliergli addirittura i figli se non adempiono all’obbligo?
Ora si sospira di sollievo, perché gli uffici del Quirinale sono riusciti a ridurre il danno con la solita moral suasion, convincendo gli azzeccagarbugli di palazzo Chigi a introdurre deroghe e ad espungere dal testo le sue parti più odiose. E dunque grazie, presidente Mattarella. Ma che magra consolazione: se la versione finale pare meno ripugnante, il messaggio che passa rimane agghiacciante, perché sa ancora tanto di apartheid.
Nessuno toglierà la potestà genitoriale alla madre filippina che fa la badante 20 ore su 24 o al padre cingalese che si spacca la schiena sui campi o nei cantieri. Ma se non riusciranno a seguire i corsi di italiano, pagheranno comunque una multa fino a 1.000 euro: per loro, lo stipendio di un mese. Così imparano a servire il Belpaese.
La ratio della norma è palese: il cattivismo puro di una coalizione cinica e irresponsabile, che pure sui banchi tratta gli “stranieri” come figli di un dio minore e trasforma in un campo di battaglia la scuola libera e uguale, aperta e inclusiva sancita dalla Costituzione e sognata da Calamandrei e da don Milani, il prete di Barbiana che diceva se per qualsiasi motivo lasciate un bambino senza istruzione buttate in cielo un passerotto senza ali.
Anche i presupposti del decreto-legge sono lapalissiani, peccato solo non abbiano nulla a che vedere col diritto: non conta l’emergenza dell’edilizia scolastica in rovina, dei prof di lingua e di sostegno che mancano e degli stipendi da fame che prendono, ma “la necessità” che vuol dire elezioni e “l’urgenza” che vuol dire Vannacci.
Questo è il nuovo spirito del tempo. Una volta, con Bill Clinton, avremmo detto «it’s the economy, stupid». Oggi, nonostante le bollette, la benzina e il carrello della spesa fuori controllo, l’economia non è più sufficiente a mobilitare i cittadini-elettori.
I sondaggi confermano che l’immigrazione è la priorità, reale o percepita che sia. La livida retorica sciovinista dei patrioti al comando attinge alle paure profonde, persino irrazionali: vellicando il “corpo sociale” sempre più in basso, non parla più alla pancia ma all’intestino del Paese. La testa è ormai lontana, perché possa elaborare le banali evidenze filtrate dalla ragione umana.
Quelle magnificamente riassunte da Stefano Massini nel suo monologo a Piazza pulita, quando il selvaggio «Bingo Bongo» ricorda al suprematista bianco che lo vuole cacciare «se io me ne vado, poi ad asfaltare le strade, a raccogliere i pomodori, a fare il muratore, il facchino, il badante ci vai tu». Lo straniero come minaccia esistenziale, per i confini e per le tradizioni. La “patria-nazione” come naturale «comunità di destino», fondata sul sangue e sul suolo. E dunque la certezza che tutto ciò che le è “estraneo” le è nemico, “nemico opportuno”, anzi necessario per plasmare l’identità perduta.
L’aveva capito già nel 1995 Eric Hobsbawm, quando nel Secolo breve scriveva che gli attriti delle migrazioni «saranno un fattore determinante della politica mondiale dei prossimi decenni». Oggi Anton Jäger, autore di Iperpolitica, osserva giustamente che le politiche contro i migranti sono così attraenti perché colmano il buco nero nel cuore dell’identità dell’Europa, ormai non più capace di capire cos’è e che cosa vuole. Non è più sede di imperi globali, né potenza egemone né guida culturale del pianeta. Semplice spazio economico, con due guerre alle porte di casa e tante crisi dentro, dalla sicurezza al welfare.
Per quanto nobile, l’europeismo civico è un antidoto troppo debole contro questi malanni. Qui invece i sovranismi hanno buon gioco a evocare simboli, appartenenze, promesse, a incanalare i fiumi dell’odio e a spacciare ai popoli spaesati scorciatoie mentali che sembrano dare sbocco a quelle crisi. A questo servono i decreti razzisti di Meloni e le penose linee del Piave di Salvini, le vergognose remigrazioni di Vannacci e le scandalose inchieste sui medici impegnati nei Cpr-lager.
Sospesa sullo sfondo, resta solo un’ultima domanda: di fronte a tanta macelleria etico-politica, cosa oppone oggi il famoso “campo largo”, i cui i leader continuano a lottare nel fango delle primarie e del programma? Se davvero vuole tornare al governo, alla sinistra che persevera nei suoi errori non basta più condannare la destra per i suoi orrori.
Tutto vero Signor Giannini, tranne la chiosa: M5Stelle e Conte non stanno lottando nel fango bensì brillano nel cielo con Nova e le sue lungimiranti nonché super realistiche proposte!
Solo che è meglio non parlarne vero??!!!
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L’ironia della sorte.
Nelle scuole ad integrarsi dovranno farlo i bambini autoctoni .
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Falsi… a loro servono come schiavi… e ipocriti!
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