
(di Michele Serra – repubblica.it) – Voi che mi leggete, uno per uno: indossate per caso abiti prodotti da marchi «vicini a Israele»? La mia risposta, immagino molto simile alla vostra, è: non ne ho la minima idea. Non ci avevo mai pensato. E nel caso fosse un’omissione, non averci mai pensato, è una delle tante nelle quali incorriamo più o meno tutti. Confesso di ignorare gli orientamenti politici di chi produce il 99 per cento dei beni che mi circondano.
Certo, si deve fare attenzione. Ci sono scelte le cui conseguenze sono dirette, e palesi: esempio classico, e ormai tendenza diffusa, è non investire in azioni dell’industria bellica. O in azioni di aziende molto inquinanti.
Capisco anche i boicottaggi dei prodotti chiaramente riferibili a un Paese il cui governo si macchi di crimini, o sia palesemente ostile alla convivenza: è il caso dei milioni di canadesi che non comprano più americano. O di chi, per solidarietà con i palestinesi, non acquista beni prodotti in Israele.
Più difficile con i prodotti russi: a parte i colbacchi e le matrioske, non si saprebbe davvero che cosa boicottare. Ed è materialmente impossibile con i prodotti cinesi, ormai dilaganti per quantità e per il rapporto qualità/prezzo.
L’incertezza stessa della materia “coerenza”, specie in rapporto alla domanda “che cosa mi metto?”, suggerirebbe rispetto e delicatezza nel rinfacciare agli altri ciò che ciascuno di noi spesso non è in grado di fare. Mi riferisco, per esempio, a quelli che polemizzano con Francesca Albanese perché «indossa abiti di marchi vicini a Israele».
Fatto cento il lavoro di Albanese per Gaza, quanto può valere il fatto che indossi un pullover non prodotto da filopalestinesi? Zero virgola zero uno? L’etica è una cosa seria, la micro-etica adoperata dai correttori della vita altrui è una parodia dell’etica, nonché una perdita di tempo.
gran bell articolo è sempre un piacere commentare senza censura
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