Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili

(Mario Agostinelli – ilfattoquotidiano.it) – Dopo l’estate più calda di sempre, il Governo Meloni accelera con un decreto legge: petrolio e gas, prima di tutto. E lo chiama semplificazione. Lo vende come sicurezza energetica. Ma la sostanza è un’altra: è un regalo alle lobby fossili, con un doppio danno per gli italiani.
Perché questa corsa agli idrocarburi non riduce significativamente la dipendenza dalle importazioni. La prolunga. E lo fa senza alcun vantaggio energetico concreto all’orizzonte. Nel frattempo, la direzione scelta smentisce la comunità scientifica e contraddice gli impegni climatici europei e internazionali. Non solo: entra in tensione con i principi richiamati dall’articolo 9 e dall’articolo 41 della Costituzione. Non protegge il bene collettivo quando irrigidisce un modello che aumenta, invece di diminuire, la vulnerabilità energetica e alimenta la crisi climatica.
C’è poi il nodo dei costi, che non viene sciolto. L’intervento pubblico sul gas non abbassa davvero la bolletta: lo Stato agisce come acquirente, dentro logiche di mercato, senza dare una garanzia reale alle tasche dei cittadini. Risultato prevedibile: trasferimento di valore verso le compagnie fossili. Alla faccia della sicurezza.
Sul piano procedurale, la misura accelera le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione. Le Regioni hanno 45 giorni, poi si proroga, si rinegozia, si rimbalza. E se non bastasse, può scattare il commissario ad acta e il potere sostitutivo in caso di inerzia. Tradotto: non è semplificazione. È imposizione dall’alto.
E soprattutto: l’Italia non è il Texas. Le risorse qui disponibili sono troppo limitate per trasformare nuove estrazioni in indipendenza energetica. Quasi tutto il gas e il petrolio che consumiamo arriva dall’estero. Quindi, più produzione nazionale in quantità necessariamente limitate non abbatte i prezzi internazionali. Non protegge davvero dalle future ondate di crisi. In pratica, è un’operazione soprattutto elettorale: utile a ingraziarsi le lobby fossili, non a mettere al sicuro il Paese.
La vera sicurezza energetica ha una sola strada: azzerare petrolio, carbone e gas, e accelerare rinnovabili, efficienza ed elettrificazione. Con una retorica nazionalista cui Meloni è molto affezionata, si compensa con slogan o con quantità marginali una mancanza di strategia: “Occorre – dice la premier – essere patrioti e difendere l’interesse nazionale” poiché “vogliamo andare avanti sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas perché non ha molto senso comprare all’estero questa energia, quando possiamo produrla anche qui in Italia”.
E ancora: “Ai professionisti del no, che già annunciano barricate, voglio dire una cosa molto semplice: andremo avanti, fino in fondo”. Occorre rispondere che, nei fatti, nucleare e fossili non sono né utili né tempestivi. Il nucleare ha tempi lunghi e nodi ambientali e strutturali ancora aperti. Gas e petrolio, invece, pesano sul clima adesso e hanno una parabola di durata esigua.
Una risposta credibile “qui e ora” dovrebbe puntare su rinnovabili, accumuli e reti flessibili. Eppure, dopo un’estate estrema, un’accelerazione vera in questa direzione non si vede.
Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili. Non significa solo più caldo e più stress ambientale. Significa anche più conflitti armati. La critica è netta: alimentare gas e petrolio è coerente con l’aumento delle emergenze, non con la loro soluzione.
Poi c’è la contraddizione nelle scelte concrete di questo governo: freno sull’efficientamento degli edifici e sull’elettrificazione dei trasporti, con l’attenzione che resta troppo legata al motore termico e all’auto individuale. E mentre energia e geopolitica vengono piegate a un collage petrolio-gas-nucleare, collegato all’espansione delle guerre e ai piani di riarmo, le rinnovabili finiscono trattate come un corpo estraneo, anziché recuperate su un piano narrativo dal basso, come interesse locale e architettura diffusa fondata su un equilibrio tra fotovoltaico ed eolico, batterie, accumuli, mobilità elettrica, risparmio energetico.
Sottovalutare la crisi climatica significa ignorare che anche un aumento piccolo della temperatura pesa sulla produttività e mette milioni di lavoratori in condizioni termiche pericolose. Incendi e siccità non sono eventi eccezionali: diventano frequenti. E sul piano internazionale l’Italia dovrebbe spingere per la fuoriuscita dai fossili – come ricordato anche dalla Conferenza Internazionale di Santa Marta – per influenzare le decisioni nella prossima COP.
In definitiva, il Governo Meloni semplifica e accelera sui fossili invece di investire subito nella transizione. Usa scorciatoie sulle autorizzazioni e affida la comunicazione a narrazioni – nazionalismo, nucleare, indipendenza più retorica che reale – che non rispettano la velocità della crisi energetica e climatica. E così sostiene un modello infrastrutturale che proroga la dipendenza da gas e petrolio anche oltre il 2050, mentre i dati dicono una cosa sola: il costo del ritardo cresce ogni giorno.
Ho visto diversi articoli sul FQ ma non li ho mai letti; sono ambientalista, ma in senso tecnico, non politico.
Posso anche capire che l’attuale governo non gli piaccia, ma mettersi la giubba del pagliaccio e scrivere fesserie è tutt’altra cosa.
L’obiettivo del governo, per quanto si capisce, sarebbe quello di aumentare la produzione nazionale di gas e petrolio e al nostro la cosa non va giù.
Lo posso comprendere; ma da qui a dire che non cambia nulla ne passa.
La produzione nazionale potrebbe anche essere minima, ma quel minimo riduce, nella stessa misura, la necessità di importare dall’estero.
Non significa diventare indipendenti: significa semplicemente essere un po’ meno dipendenti.
Altra cosa è il prezzo; qui il nostro ha ragione: anche se aumentasse significativamente la produzione nazionale, il prezzo rimarrebbe pressoché invariato.
Il prezzo del gas è determinato dal mercato internazionale; l’approvvigionamento è un’altra cosa.
Ed è proprio questa distinzione che nell’articolo viene continuamente confusa.
La soluzione secondo Agostinelli sarebbe puntare sulle rinnovabili.
Anche qui si mistifica la realtà; puntare sulle rinnovabili è certamente una scelta più ecologica e, nel lungo periodo, può ridurre la necessità di importare combustibili.
Ma non significa eliminare la vulnerabilità del sistema energetico; significa solo cambiarla.
Per produrre energia rinnovabile servono infatti tecnologie, componentistica e materie prime che in larga misura dobbiamo importare.
E poi servono sistemi di accumulo, capacità di backup e infrastrutture adeguate; non sono dettagli, sono parte integrante del sistema energetico.
Per non parlare dei tempi di realizzazione e, come al solito, del grande assente: la rete.
Non basta installare GW di fotovoltaico ed eolico; bisogna poter trasportare l’energia da dove viene prodotta a dove serve.
La questione seria sarebbe confrontare le diverse forme di vulnerabilità dei due sistemi, considerando costi, tempi, disponibilità delle risorse, infrastrutture e dipendenze industriali.
Invece qui sembra sufficiente sostituire “fossile” con “rinnovabile” per aver risolto il problema.
E non funziona così.
Se un asse di legno, visto in una determinata posizione, appare convesso, non è capovolgendolo che diventa dritto.
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Come un dirigibile Zeppelin caricato a scorregge, anche se lo vedi dall-alto resta sempre un dirigibile Zeppelin. Attento a non farti bucare dai corni del tuo adulatore.
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” .. Il progetto sarebbe di riempire l’Italia di parecchie decine di centrali nucleari di taglia non piccola, per capirsi più di quella di Trino Vercellese di 50 anni fa, della quale ancora dobbiamo capire dove mettere le scorie, per avere entro il 2050 ( quando probabilmente né io ne PFratin avremo il piacere di vedere quanto sono costate ) un 10-11% di elettrico da nucleare, cioè per contribuire al 10-11% dei consumi elettrici che da 50 anni i filo nuc ( e ovviamente PFratin perchè così gli suggeriscono ) stimano in costante e forte crescita: Tranne essere smentiti da 50 anni ( i consumi, stazionari, tendono da 15 anni a scendere lentamente )…”
https://eco-ecoblog.blogspot.com/2026/09/pfratin.html?fbclid=IwY2xjawUjI6VleHRuA2FlbQIxMQBwZG9mAXNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6y2W7G7lMSzSvbXRAUEVIdpeyf4D4WZYJXzRGBZd8-kde5LEc33_A_qdADcA_aem_s1uXPcak0Sv4sixoY3WCLg
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