
(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Al suo arrivo, la platea dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è svuotata: dalla presidenza sono arrivate ripetute richieste di ordine, mentre decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula in segno di protesta contro Benjamin Netanyahu, lasciandolo a parlare davanti a una distesa di sedie vuote. Nel contenuto, il discorso del premier israeliano ha riproposto argomenti già sentiti: Netanyahu ha accusato l’opinione pubblica internazionale di essere manipolata e ha minimizzato le violenze dei coloni, un «gruppetto di giovani delinquenti che vanno in giro a lanciare pietre». Israele starebbe invece combattendo una guerra su sette fronti per il bene dell’umanità intera, compresi i «codardi» che hanno lasciato l’aula per non ascoltarlo: le capacità nucleari dell’Iran sono state distrutte, Hezbollah è stato smantellato, mentre il presidente turco Erdoğan «vuole diventare il sovrano di Gerusalemme». Mentre dentro il Palazzo di Vetro i diplomatici disertavano il discorso di una persona accusata di crimini contro l’umanità, fuori la società civile contestava la sua presenza a New York, in una protesta che ha visto decine di arresti.
Il discorso di Netanyahu all’ONU è iniziato con un invito ad andarsene rivolto alle decine di diplomatici «codardi morali» che, mentre il premier si avvicinava al podio per parlare, hanno deciso di lasciare l’aula. Le parole sono ormai quelle a cui ci ha abituati: accuse contro nemici vecchi e nuovi, riferimenti al presunto antisemitismo nel mondo e continui richiami a un esercito israeliano presentato come paladino del bene, impegnato in una guerra per il destino dell’umanità. Da tre anni, sostiene Netanyahu, Israele combatte su sette fronti: «Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran, le milizie in Iraq, le milizie in Siria, i terroristi palestinesi in Giudea e Samaria. Insieme ai nostri grandi amici americani, abbiamo annientato l’esercito, la marina, l’aeronautica e le strutture nucleari dell’Iran. Israele ha colpito duramente Hamas, abbiamo sbaragliato Hezbollah». Ora Erdogan, il «numero uno» tra i «peggiori», accusa Israele, tramando con il fine nascosto di conquistare Gerusalemme. Il mondo, tuttavia, preferirebbe concentrarsi «su un gruppetto di giovani delinquenti – circa 150 persone – che vanno in giro a lanciare pietre o ad abbattere ulivi»: i coloni. Il genocidio palestinese non esiste, la distruzione della Striscia nemmeno, così come non esisterebbero i ripetuti crimini contro l’umanità di cui Israele è accusato.
Mentre dentro il Palazzo di Vetro Netanyahu parlava davanti a una platea semivuota, fuori, per le strade di diverse aree di New York, migliaia di persone protestavano contro la presenza del premier israeliano in città. Secondo la stampa statunitense, almeno un centinaio di manifestanti sarebbero stati arrestati. Tra questi anche diverse celebrità, tra cui l’attrice Susan Sarandon, che stava marciando a pochi isolati dalla sede delle Nazioni Unite in un corteo organizzato da Voce Ebraica per la Pace. A nulla sono valsi, insomma, gli appelli del sindaco Zohran Mamdani che, mesi fa, aveva ipotizzato l’arresto del premier Netanyahu in ottemperanza al mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale. La possibilità di procedere all’arresto si sarebbe tuttavia rivelata impraticabile alla luce dell’ordinamento giuridico statunitense, come ammesso dallo stesso Mamdani in un video pubblicato su X: la città di New York non avrebbe l’autorità per dare seguito al provvedimento, ma «il governo federale sì», spiegava Mamdani, invitando Trump «a rispondere alla CPI».
Avere un mandato, tuttavia, non significa necessariamente essere tenuti a rispettarlo: gli Stati Uniti non sono uno Stato membro della CPI e non hanno alcun obbligo di dare esecuzione ai mandati d’arresto emessi dall’organismo. L’amministrazione Trump, infatti, non ha dato seguito alle accuse rivolte a Netanyahu e ha consentito al premier israeliano di partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un trattamento diametralmente opposto a quello riservato al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, sul quale, a differenza di Netanyahu, non pende alcun mandato d’arresto internazionale: l’amministrazione statunitense gli ha negato il visto necessario per entrare negli Stati Uniti, costringendolo a partecipare all’Assemblea da remoto e a intervenire attraverso un videomessaggio preregistrato.
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