(di Marcello Veneziani) – Popolo italiano corri alle armi: si prepara un anno, o un semestre se si va a votare prima, all’ombra del Generale, per marciare con lui o contro di lui. Il sasso nello stagno della politica italiana, la Variabile impazzita o rinsavita, secondo i punti di vista, è lui, il fattore V, al secolo Vannacci, Roberto Vannacci. Non c’è contesa politica, provvedimento governativo, opposizione al governo, che non sia riferita a lui, anzi a Lui. Perfino il tasso di astensione dipende dalla forza di attrazione che potrà avere Vannacci sugli scontenti. Partiamo dai numeri, poi ragioniamo sulla realtà. In termini aritmetici il problema di partenza è il seguente, lo capiscono anche i bambini delle elementari: la Meloni sembra non avere rivali sul campo, torreggia su tutti, alleati e oppositori, pur non essendo un gigante. Però siccome i numeri sono impietosi e l’alchimia elettorale è misteriosa, il risultato che si prospetta o che almeno prospettano i mass media sull’onda di alcune ricerche, ribalta la percezione precedente: il centro-sinistra è in vantaggio rispetto al centro destra, e di alcuni punti, addirittura è oltre il 42 per cento, che fu indicata come la soglia oltre cui scatta il premio di maggioranza. La coalizione governativa, invece, è al di sotto, nonostante il partito della Meloni, da solo, sia il primo partito quanto a voti. Sono i miracoli e gli illusionismi dell’urna. 

Le due coalizioni sono asimmetriche, anzi diciamo pure, mostruose, due brutti scherzi della natura: la coalizione di destra è tutta testa senza corpo, ovvero tutta Meloni e poi il Nulla o poco più. La sinistra è invece tutto corpo senza testa, tanti tentacoli ma nessun leader riconosciuto dagli altri leader. Macrocefalo il primo, Acefalo il secondo.

L’unica variabile rispetto a questo schema aritmetico-cefalico è il fattore Vannacci. Se si dovesse alleare alla coalizione governativa perderebbe metà del suo appeal sugli scontenti e susciterebbe crisi di rigetto e maldipancia negli alleati; ma ribalterebbe il risultato e porterebbe la destra a rivincere il confronto elettorale. Certo, sarebbe una mezza sconfessione per la Meloni e un mezzo tradimento per tutti gli altri, Vannacci incluso. Però, se non lo fanno e se non intervengono nel frattempo fattori dirompenti in grado di ribaltare lo scenario, è l’unica soluzione per tornare al governo.

Dall’altra parte, a sinistra, è evidente il loro doppio gioco e si assiste a una ridicola schizofrenia: contano che il Generale porti via le truppe elettorali al centro-destra e dunque consenta alla sinistra di vincere. E mentre gli danno una pacca sulle spalle d’incoraggiamento, con l’altra mano lo pugnalano perché sostiene l’Esatto Contrario che tiene unito lo schieramento di sinistra, è la rappresentazione perfetta del Nemico. 

Nell’attesa che si sciolgano questi nodi, il governo Meloni dopo quattro anni di moderatismo e stasi, niente riforme e tanta cautela per galleggiare, si mobilita all’ultimo giro prima delle elezioni per togliere voti al Generale e s’inventa ogni tipo di provvedimento per dimostrare che loro sono sempre quelli che si presentarono così prima del ’22 sui temi della sicurezza, migranti e patriottismo. Più mance, bonus, aiuti a destra e manca: il metodo Trump, il metodo Berlusconi, il metodo Lauro, secondo i punti di vista. È l’antica carta demagogica della destra che però ha sempre fatto presa sulla gente e che a volte adottarono anche i furbi di sinistra (Do you remember Renzi?). 

Ma tutto ruota intorno all’ombra minacciosa del Generale dietro la Collina, per dirla con Francesco De Gregori: sia i provvedimenti governativi che le argomentazioni per attaccarli sono concepiti pensando a Lui. E ancora più minacciosa si avverte l’ombra di Vannacci in politica estera perché i due schieramenti sono spaccati sul tema del riarmo e dell’Ucraina: a destra Salvini non vuole il riarmo e non vuole dare armi all’Ucraina, come Vannacci; nello schieramento opposto Conte e i 5Stelle sono dello stesso avviso e trascinano anche gli alleati minori e i giovani del Pd, lasciando con l’elmetto solo il Pd. Curiosamente invece con le armi in mano, agitando la bandiera ucraina, anzi dell’Unione ucraina europea, rimangono la Meloni e la Schlein che restano le interlocutrici preferite per l’Europa, le ali della Von Der Leyen. O se preferite il Quintetto, con la Metsola e Lagarde; il coro delle Zelensky girl, direbbero i loro sardonici rivali.

Insomma, anche in politica estera Vannacci spacca gli schieramenti; ma in questo campo, e solo in questo, la Meloni non lo insegue, se non attenuando l’impeto militaresco ma senza uscire dal campo zelenskiano. E oscilla come un pendolo rispetto ai zigzag di Trump. L’accusa a Vannacci e a chiunque non voglia il riarmo e critichi l’assurda posa bellicista dell’Europa è di lavorare per lo Zar di tutte le Russie, Putin. Se non intervengono nuovi fattori o non si fabbricheranno nuovi pacchi, passeremo i prossimi mesi in questo modo; saranno mesi votati a Vannacci e a contrastare il suo passo. 

Fin qui la descrizione, ora sorge la domanda: e tu cosa suggerisci? Esclusa l’ipotesi che le coalizioni si possano sciogliere e riformare mettendo insieme da una parte gli unionisti zelenskiani e dall’altro i neutralisti antieuropei, resta in piedi solo l’ipotesi intorno a cui ruota tutta la situazione presente: quel matrimonio, piaccia o non piaccia, s’ha da fare, se la Meloni vuole darsi un futuro nazionale, cioè rivincere le elezioni. Non c’è bisogno di essere di destra-destra per sostenere che dal punto di vista meloniano l’unica soluzione resta allearsi con Vannacci; basta essere pratici e far di conto, anzi basta essere berlusconiani. La carta vincente di Berlusconi fu proprio quella, mettere insieme cani e gatti, ossia per tradurla oggi, Tajani in gonna lunga e Vannacci in boxer da combattimento. Berlusconi non si poneva problemi di coerenza o ideologici, era un commerciante e un imprenditore, si alleava con chi gli permetteva di vincere, metteva insieme Bossi e Fini, anzi di più: metteva insieme i nemici del Sistema, della Prima Repubblica, del Pentapartito, coi reduci del Sistema, i sopravvissuti della Prima Repubblica e del Pentapartito. Sapeva che tutto è fumo e ciccia, non verità e sostanza. E in ogni caso, ogni rivoluzione e controrivoluzione sarebbe stata apparente: alla fine quel che conta è stare al governo oppure no.  

Siccome finora non mi è parso di vedere grandi slanci ideali per realizzare sul piano pratico i progetti sbandierati per una vita, e ogni cosa si fa solo per acchiappare i topi e i voti e non per la gloria nella storia, penso che sarà inevitabile quell’alleanza. A meno che avvenga qualcosa che sconvolga i pronostici, che sgonfi il fenomeno Vannacci, che ridia carica all’alleanza Meloni o che sopraggiunga dai cieli l’Alieno a guidare il Campo sinistro. Anche i servizi segreti, probabilmente, sono all’opera per modificare gli scenari… Molti sperano che qualcosa succeda, e intanto fingono e fanno pretattica. Salvo poi adeguarsi alla forza delle cose quando si avvicinerà la chiamata della sorte. Insomma Vannacci, al di là dei suoi meriti e delle sue colpe, del suo spessore e del suo effettivo valore, è oggi l’asse intorno a cui gira la politica, meloni inclusi. Come sempre tocca all’ultimo arrivato aprire o chiudere la porta.