Meloni con l’elmetto in modalità elettorale: la sfida finale è al Colle. L’offensiva alimentata dalle chat dei parlamentari di FdI nelle quali è rimbalzato l’atto firmato 36 anni fa dall’allora ministro

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Un colpo basso. Senza improvvisare, anzi: la sfida è pensata per amplificare al massimo l’effetto sul bersaglio. Giorgia Meloni si presenta a Porta a Porta con l’obiettivo di mettere in difficoltà Sergio Mattarella. Prendendone in prestito il volto, senza chiedere il permesso, per sostenere una misura del governo. E d’altra parte, rispolverare una circolare di trentasei anni prima – se si considera il dossier migratorio e quanto accaduto nel frattempo, un paio di vite fa – significa strattonare il Capo dello Stato. Consapevole dello strappo, incurante degli effetti.

Fin dal mattino, le chat dei Fratelli si ingolfano. Uno, cinque, dieci parlamentari rilanciano questo dettaglio del 1990: l’iniziativa dell’allora ministro dell’Istruzione, piegata in modo da giustificare la norma che in queste ore vuole approvare la destra al governo. Sono dunque le truppe che danno la carica alla leader. La quale, a sua volta, non ha per nulla gradito l’interpretazione prevalente delle parole pronunciate il giorno prima dal presidente della Repubblica sulle classi ghetto, l’inclusione, la scuola come laboratorio di tolleranza. E dunque Meloni rompe gli argini, mette tra parentesi le cautele diplomatiche, libera il freno a mano che di solito si impone quando si espone pubblicamente parlando di Mattarella.

La notizia di queste chat risale fino al Colle. E conferma che nulla accade per caso. Per Meloni, comunque, nessun imbarazzo: ha deciso di affondare il colpo. Fa il paio con quanto accaduto soltanto quarantott’ore prima, quando dal palco di Fenix ha scelto di tirare fuori l’asso sulla scuola alla vigilia del discorso che Mattarella avrebbe poi pronunciato ad Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico. Rilanciare dal palco dei giovani di FdI significa esporre ogni parola, anzi ogni sillaba del Capo dello Stato all’interpretazione su un possibile consenso o dissenso rispetto alle misure del governo. Anche in questo caso, forzatura voluta: la premier avrebbe potuto attendere qualche ora, per evitare un possibile duello a distanza. Ma sceglie di non farlo.

Non basta. Tutto lascia intendere che la campagna elettorale sia davvero iniziata. E che Fratelli d’Italia non intende usare i guanti. In questo clima, anche dalla pancia del partito escono fuori pulsioni ostili al Colle. Basta leggere cosa scrive sui social l’eurodeputato meloniano Marco Squarta: «Quattro anni fa ho avuto l’onore di essere Grande elettore del presidente della Repubblica. Non votai per lei. E, me lo permetta Presidente, ogni giorno che passa sono sempre più convinto di aver fatto bene». Imputa al Presidente di aver accolto le proposte di Meloni sostenendo che «la scuola deve essere aperta a tutti e non deve creare ghetti né alzare barriere». Scelta legittima, rileva, ma che a suo avviso solleva interrogativi.

Meloni, comunque, non sembra intenzionata a fermarsi. E anzi, Palazzo Chigi tratta informalmente con il Colle per capire se è praticabile la strada del decreto. Un’altra forzatura. L’alternativa è fondere il disegno di legge governativo con la proposta già incardinata alla Camera (prima firma Sara Kelany) per portare a termine il progetto. Insistere sul decreto sarebbe un altro segnale della volontà di strappare con il Quirinale.

Gli slogan sui migranti sono pensati per aiutare la rincorsa verso le urne. E di fronte a Bruno Vespa – in onda stoicamente nonostante l’incidente domestico – la presidente del Consiglio ricorda al suo partito, ma soprattutto agli alleati, che intende votare con una nuova legge. Se proveranno a sgambettarla, si tornerà dagli elettori in tempi rapidissimi: «Le preferenze sono nella norma, credo che sia una vittoria che gli italiani possano scegliere i parlamentari: nel momento in cui torna alla Camera credo che vada fatta chiarezza. Se non c’è la fiducia del governo, penso che ne dovremo prendere atto». Significa minacciare una crisi a ottobre, approvare una legge di bilancio da dimissionari e chiedere elezioni entro fine febbraio. Forzare, ancora: contro amici, nemici, Quirinale. Non si fanno prigionieri.