(di Michele Serra – repubblica.it) – Non invidio i magistrati che hanno aperto un fascicolo sul caso Lazio-Lotito-Bisignani-Masi-Il Tempo-Banca del Fucino-fu Diabolik-ultras fascisti-fascisti ultras-Pino Insegno-Gasparri-meloniani assortiti, e sicuramente dimentico altri protagonisti di rilievo. È una di quelle vicende romane (dunque italiane al cubo) nelle quali l’idea stessa del reato si stempera in un fantastico affresco di amicizie, inimicizie, pressioni, avvertimenti, ricatti, sgambetti. Indagare su quella Roma è come entrare nel più grande labirinto mai visto al mondo e pretendere di trovarne l’uscita: sono sicuri, i signori inquirenti, di voler procedere?

Confesso di seguire la vicenda con ammirato stupore. Bisignani, per esempio, tal quale Lavitola, ero convinto che avesse tratto insegnamento dagli scampati pericoli e si fosse ritirato in convento, o avesse aperto un negozio di cravatte e foulard con i risparmi accumulati. Ma no, è in grande spolvero, rilascia interviste e organizza cordate, con il suo migliore sorriso, elegantissimo. Mi sono sempre chiesto se sul biglietto da visita dei faccendieri ci sia scritto “faccendiere”. Esiste per caso un albo professionale? Un esame di ammissione?

Tesse trame, si dice, per il futuro della Lazio, che non è esattamente come Palazzo Chigi o Bankitalia ma insomma, è pur sempre una istituzione cara a molti. E scrive editoriali sul prestigioso quotidiano il Tempo, retaggio intangibile della Roma nera e papalina, da anni in qualche difficoltà perché gli ultimi papi, questo compreso, sono tutt’altro che neri.

È il concetto stesso di “reato” che di fronte al sorriso di Bisignani, alla rissa pro e contro Lotito, alle curve vuote o piene a seconda degli umori e delle scelte delle trattorie che contano, perde di significato. Reato in che senso? Si stavano facendo solo quattro chiacchiere tra amici. Tra l’antipasto e il primo. Che volete da noi?