Rai, blitz sulla riforma. Obiettivo nuovo cda che duri oltre il 2027. La destra vuole garantirsi il controllo anche se perde le politiche. Ed è scontro sui nomi per la Vigilanza tra La Russa e l’opposizione

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Non è bastato aver occupato tutto l’occupabile in questi quattro anni di governo, piazzando alla guida dell’azienda — oltre che di talk, tg e programmi vari — famigli, amici o comunque gente di provata fede. La destra ha ora messo a punto un piano ancora più avanzato per controllare la Rai anche qualora dovesse perdere le elezioni in calendario tra la primavera e l’autunno del 2027.
È la mossa del cavallo. Che costringerebbe il centrosinistra, anche in caso di vittoria, a restare in minoranza nel consiglio di amministrazione della tv di Stato. La cui gestione rimarrebbe saldamente in mano ai Fratelli e suoi alleati per quasi tutta la durata della prossima legislatura.
La road map è stata già definita. E prevede una forte stretta sui tempi. La settimana entrante riprenderà in 8° commissione del Senato l’esame della riforma del servizio pubblico proposta dalla maggioranza. L’intenzione è di portarla in aula, per il varo in prima lettura, a metà ottobre o giù di lì. Quindi passerà a Montecitorio, dove si conta di dare il via libera definitivo entro fine anno. Dopodiché, da gennaio in avanti, ogni momento diventa buono per avviare le procedure di nomina del nuovo cda, che avviene mediante elezione nelle Camere di sei componenti su sette (uno spetta ai dipendenti Rai). Con l’approvazione della legge, infatti, l’attuale board decade, pur restando in carica fino all’insediamento di quello successivo.
E qui interviene il dettaglio decisivo. Il testo confezionato dal centrodestra prevede una serie di innovazioni pensate per favorirli anche in caso di rovescio politico. Primo fra tutti, l’allungamento del mandato dei consiglieri: quattro anni anziché tre. Significa che, prendendo servizio a ridosso del voto, rimarranno in sella per quasi tutta la durata del futuro Parlamento. Amministratore delegato, direttori di telegiornali, manager, autori e conduttori: se andranno al governo, i progressisti non potranno spostare nemmeno una foglia che Giorgia Meloni non voglia.
Una partita che finisce per incrociare quella sulla Vigilanza, svuotata prima dell’estate dalle dimissioni in blocco delle opposizioni per protesta contro la paralisi della bicamerale di controllo: per più di un anno, infatti, la maggioranza ha disertato i lavori pur di ottenere il quorum necessario a ratificare la forzista Simona Agnes al vertice Rai. Ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha avvertito la minoranza che, se non si sbrigherà a indicare i nuovi commissari, ci penserà lui d’ufficio. Fino a martedì aspetterà i desiderata di Pd, M5S, Avs e Iv. In mancanza, il giorno successivo provvederà motu proprio a «nominare i componenti dei gruppi che non fossero pervenuti, partendo dal dato apicale e scendendo per i rami». Parole accolte con furore dalle forze di centrosinistra, pronte ora alla guerriglia a oltranza, comprese le dimissioni bis: «Siamo di fronte all’ennesima, inaccettabile forzatura», accusano. «Anziché approvare il Media freedom act, la destra dispone a suo piacimento della Vigilanza e decide d’imperio».
E pazienza se si tratta di un gigantesco diversivo studiato per coprire la vera manovra, quella che le consentirà di continuare a comandare in Rai anche con gli avversari a Palazzo Chigi. Tutti sanno, infatti, che il muro contro muro maggioranza-opposizioni, coniugato con una legislatura agli sgoccioli, rende pressoché impossibile insediare Agnes alla presidenza. Lei si sarebbe pure “accontentata” di traslocare sulla poltrona di direttore generale che Roberto Sergio lascerà a fine mese. Il risarcimento promesso da Antonio Tajani. Solo che la Lega si è messa di traverso, ritiene sua la casella e non intende cederla. Risultato? L’ad Giampaolo Rossi prenderà l’interim. In attesa della riforma. Che farà decadere l’attuale cda e nascere quello nuovo. Comunque vada, a trazione meloniana.