Regole fatte su misura per mantenere la destra al potere. Ma presentate come difesa della libertà dei cittadini. Analisi della cortina di fumo ideata da Meloni & Co

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Il coraggio, quello non manca davvero. «La legge elettorale garantirà ai cittadini un governo stabile e la possibilità di scegliere, attraverso le preferenze, chi li rappresenterà. È un risultato a cui Forza Italia ha contribuito e che restituisce forza alla volontà degli elettori». Sono parole di Stefania Craxi, capogruppo al Senato del partito che fu di Silvio Berlusconi ora in mano alla figlia Marina, pronunciate giovedì 10 settembre davanti a una telecamera del Tg1. Un capolavoro di ardimento.

Perché ci vuole coraggio a sostenere che la nuova legge elettorale «garantirà la stabilità», dal pulpito di una maggioranza che grazie alla vecchia legge elettorale ha battuto ogni record di durata dei governi repubblicani. La verità è che l’obiettivo non è la stabilità di qualunque governo, ma solo di questo. Con la destra a palazzo Chigi e il centrosinistra all’opposizione.
Poi la possibilità di «scegliere i rappresentanti» dei cittadini «con le preferenze»: coraggio bis. Il meccanismo con il quale le preferenze sarebbero state resuscitate è pesantemente taroccato. Agli elettori è consentito esprimere solo tre preferenze su sei nomi scelti dal vertice del partito. Per giunta in una lista il cui capo, una volta superata la soglia di sbarramento del 3 per cento, è sicuro di essere eletto.
Quindi l’affermazione secondo cui «è un risultato a cui Forza Italia ha contribuito»: coraggio ter. Per settimane le cronache hanno riferito che nella maggioranza volavano gli stracci, fra il partito di Giorgia Meloni da un lato, che voleva le preferenze, e Forza Italia con la Lega dall’altra, che non ne volevano nemmeno sentire parlare. Al punto da scatenare i franchi tiratori alla Camera contro Fratelli d’Italia. E se si è arrivati al compromesso è stato soltanto per evitare un patatrac, con probabile caduta del governo.
Infine, la chiosa secondo cui la nuova legge elettorale «restituisce forza alla volontà degli elettori»: coraggio quater. E qui ce ne vuole proprio una bella dose. Non se ne abbia a male la senatrice Craxi, ma nella legge non c’è nulla di più alieno della «volontà degli elettori». La faccenda riguarda unicamente i partiti e il loro potere. Gli elettori non c’entrano un fico secco.
Una legge elettorale che facesse gli interessi dei cittadini, garantendo al massimo il diritto di rappresentanza, dovrebbe essere fatta di comune accordo fra le parti. Soprattutto, non pochi mesi prima delle elezioni, a colpi di maggioranza. Invece qui l’obiettivo di chi sta al governo è unicamente quello di avere in mano uno strumento per sbarrare la strada all’opposizione alle prossime elezioni generali. Altro che la «volontà degli elettori». Non è la prima volta che accade, d’accordo. Ma proprio questo dettaglio dice tutto a proposito della qualità della nostra classe dirigente politica, ancora una volta incurante della vera emergenza democratica.
Il calo dell’affluenza alle urne è progressivo e appare inarrestabile. Alle elezioni politiche di quattro anni fa si sono persi quasi 5 milioni di elettori, con un numero di voti validi che non ha superato il 58 per cento del corpo elettorale. Meno che in Germania, meno che in Francia, e perfino meno che nel Regno Unito.
Ma questo preoccupante stato di cose non tocca la maggioranza, impegnata a fondo solo per fregare gli avversari. Quel che è ancora più grave, con mosse incomprensibili agli italiani. Siccome i sondaggi dicono che le coalizioni sono aritmeticamente separate da pochi punti, è decisivo per la destra indebolire l’avversario. Ecco allora spuntare la regola del «miglior perdente». A chi supera il 42 per cento dei voti validi viene attribuita in premio la maggioranza dei seggi, calcolando nella percentuale anche i consensi del partito che pur non avendo superato la soglia di sbarramento per accedere al parlamento (3 per cento) ha comunque raccattato più voti di altre piccole formazioni della stessa coalizione. Che quindi vengono escluse dal conteggio. Il «miglior perdente», appunto.
Motivato con l’esigenza di eliminare la frammentazione, è il classico sgambetto per un’opposizione intorno a cui si stanno radunando alcuni «cespugli», i partiti minori assiepati nelle coalizioni. Per esempio il Psi di Enrico Maraio, oppure il Progetto civico Italia di Alessandro Onorato, entrambi nell’orbita del centrosinistra. Ma non bastasse questa pillola, eccone un’altra bella fresca, con un emendamento della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda. È l’aumento vertiginoso delle firme necessarie ai partiti non presenti in Parlamento per presentare una lista in ogni collegio: ostacolo che potrebbe rivelarsi insormontabile per quegli stessi «cespugli».
Il bello è che mentre la maggioranza spreca energie per ostacolare l’opposizione, cresce alle sue spalle la destra suprematista dell’europarlamentare ex leghista Roberto Vannacci. A un ritmo tale da far traballare la Lega di Matteo Salvini e da superare Forza Italia. Facendo perdere senso a tutte le alchimie messe in campo per mantenere il potere. Perché con quella roba, che i meno estremisti dell’attuale compagine di governo ritengono indigeribile, Giorgia Meloni dvrà farci i conti. E questo potrà cambiare tutto lo schema di gioco.
Idem nell’opposizione, dove la segretaria del Pd Elly Schlein professa la certezza di una futura vittoria, ma il suo presumibile competitore alle primarie Giuseppe Conte ha già aperto le ostilità. Avviando, per esempio sul sostegno all’Ucraina, un’offensiva che potrebbe prefigurare la dissoluzione del cosiddetto campo largo ancor prima della prova del voto.
Una nuova legge elettorale, allora, non servirà più a nulla. E i fiumi d’inchiostro che ha fatto scorrere saranno ben presto dimenticati. Compreso questo articolo.