Le parole hanno un peso. Eppure sui social della maggioranza è circolata una narrazione semplificata e quindi sbagliata ai danni delle persone più fragili

(di Paolo Gallo – ilfattoquotidiano.it) – Le parole hanno un peso. Anche quando servono a nasconderlo. C’è una differenza enorme, in politica, tra “abolire” e “esentare per un anno”. La prima parola dice: è finita, non pagherai più. La seconda dice: quest’anno no, ma non sappiamo cosa succederà dopo. Chi gestisce la comunicazione istituzionale lo sa benissimo. Ed è proprio per questo che la disinvoltura con cui certi annunci sui social hanno parlato di “abolizione del bollo auto dal 2027” merita una critica netta, non una spallucciata.
Il testo ufficiale, quello scritto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, non lascia spazio a dubbi: il decreto introduce, per il 2027, l’esenzione dal pagamento del bollo per un veicolo, a determinate condizioni di potenza e alimentazione. E aggiunge, questo è il punto decisivo, che si tratta di una misura pensata “nella prospettiva di una successiva abolizione a regime del tributo”, che il governo “intende dare seguito” nella prossima legge di bilancio. Tradotto: non è stato abolito niente. È stata concessa un’esenzione temporanea, per un solo anno, su un solo veicolo, sotto una certa soglia di potenza. L’abolizione vera e propria è, nella migliore delle ipotesi, un’intenzione futura, non una norma già scritta.
Eppure sui social della maggioranza è circolata la narrazione opposta: bollo auto abolito, punto. Non “esentato per un anno”, non “in vista di una possibile abolizione futura da confermare in manovra”. Abolito. Una parola sola, netta, che si stampa nella testa di chi scorre il telefono per pochi secondi e non ha né il tempo né gli strumenti per andare a leggersi un comunicato stampa di più paragrafi. Ed è proprio su queste persone che una comunicazione ambigua produce il danno maggiore: pensionati, famiglie che arrotondano il bilancio mensile, chi si fida di un titolo perché non ha motivo di dubitarne. Il messaggio semplificato diventa il messaggio reale, e la realtà normativa, con le sue condizioni e le sue scadenze, resta relegata a chi ha voglia di controllare.
Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra una promessa mantenuta e una promessa rinviata a data da destinarsi, con tutte le incognite di una legge di bilancio che deve ancora essere scritta, discussa e votata. Nel frattempo, chi ha creduto al messaggio semplificato si organizza, magari rimanda altre spese, magari cambia idea su un acquisto, convinto di un beneficio permanente che sulla carta non esiste ancora.
Proprio perché il tema è quello dei soldi delle persone, la soglia di tolleranza per queste imprecisioni dovrebbe essere zero, non un’attenuante. Chi comunica per conto delle istituzioni ha l’obbligo di essere preciso prima ancora che efficace. Se la differenza tra “esentato per un anno” e “abolito per sempre” diventa un dettaglio trascurabile, il problema non è più la propaganda: è quanto in basso si è disposti a mettere l’asticella della verità pubblica.
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E la conferma è sul decreto stesso : su due scooters uno esentato e l’altro no!
Buffoni!
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E se hai un auto con meno di 80 kW di potenza devi scegliere o l’auto o il motociclo non entrambi….ma vaglielo a spiegare alle belle capre italiote che la venerano….
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E’ la tattica del dividi et impera..mai faranno loro una legge erga omnes!
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GIANNI CALI’
Tenetevi forte, perché ieri sera Antonio Tajani è partito dalla legge elettorale ed è arrivato alle Brigate Rosse passando per la Calabria e Oslo.
Il tutto mentre Bianca Berlinguer cercava, ostinatamente, di fargli rispondere alle domande.
A “È sempre Cartabianca” è andata in scena un’intervista da conservare. A ogni tentativo del ministro di svicolare, Berlinguer lo riaccompagnava al punto di partenza. Con la pazienza di chi deve spiegare per la quarta volta che la porta con scritto “tirare” va tirata.
Si comincia dalla legge elettorale. E già qui Tajani sente il bisogno di regalarci una perla.
Berlinguer gli fa presente che le preferenze introdotte dal Governo sono in parte una farsa: “La verità è che le preferenze le potranno avere i partiti grandi, quelli che dispongono di una forza importante, perché gli altri magari eleggeranno solo una persona”.
Tajani: “Basta mettere lo stesso capolista in più collegi e c’è la possibilità di far correre gli altri”.
Berlinguer: “Beh… non è proprio…”.
Il massimo, diciamo.
Il ministro, praticamente, mentre difende la legge elettorale, ti spiega già l’espediente per aggirarne una stortura. Come un venditore che, per convincerti della qualità dell’automobile, ti mostra da quale finestrino devi entrare perché la portiera è bloccata.
Si passa al bollo auto. Qui Berlinguer ha portato un piccolo aiutino: Giorgia Meloni che parla.
Berlinguer: “Ma come mai improvvisamente oggi avete deliberato l’abolizione del bollo, che peraltro è a tempo? Non era nel vostro programma elettorale”.
Parte il filmato di Atreju. E Meloni, dal palco, tuona:
“La sinistra sperava così tanto nel 5-1 alle Regionali che si sono giocati ogni carta possibile, dal riconoscimento dello Stato di Palestina se avessero vinto nelle Marche, fino all’esenzione dal bollo auto se avessero vinto in Calabria, roba che Cetto La Qualunque in confronto era Otto von Bismarck”.
Tajani, in tilt, si incarica di spiegare la differenza. Seguitelo, se ci riuscite.
Tajani: “Ma Meloni non ha detto che non bisognava farlo, ha detto che se vinciamo in Calabria si fa quello, che è un’altra cosa”.
Berlinguer: “No, no, lei ha detto che queste sarebbero state le promesse della sinistra se avessero vinto in Calabria”.
Tajani: “Se uno vince in Calabria casca il governo?”.
Berlinguer lo recupera: “No, la promessa di togliere il bollo dell’auto. Lei la considerava una promessa da Cetto La Qualunque”.
Tajani: “Ma se uno dice: siamo in Italia, vinco in Calabria e in tutta l’Italia togliamo il bollo, è ridicolo”.
Berlinguer: “Ma no, si parlava della sola Calabria”.
Fine del tentativo di soccorso. Per difendere Meloni da un filmato di Meloni, Tajani ha dovuto inventarsi una promessa diversa da quella raccontata da Meloni. E si è perso pure dentro quella.
Arrivano le alleanze. Berlinguer vuole sapere se, dopo il voto, il centrodestra escluda di cercare altri appoggi da Vannacci per restare al governo.
Tajani: “Se vinciamo le elezioni non dobbiamo allearci con nessuno”.
Berlinguer: “Se non le vincete, è chiaro”.
Tajani: “Se perdiamo le elezioni abbiamo perso”.
Un contributo fondamentale.
Berlinguer insiste: “Non farete alleanze successive con Futuro Nazionale pur di restare a governare questo paese?”.
Tajani: “Io non farò mai alleanze con la sinistra, così come non farò mai alleanze con Alternative für Deutschland”.
Berlinguer avvicina la domanda di qualche centinaio di chilometri: “Però con Vannacci? Vannacci è mica Alternative für Deutschland, è Futuro Nazionale”.
Tajani: “Vannacci ha detto lui che è fuori, non sono io che l’ho mandato via, è lui che se n’è andato dicendo peste e corna di noi. Quindi è lui che non vuole fare l’alleanza con noi”.
Sentite che fermezza. Gli chiedono se escluda un’alleanza con Vannacci e lui risponde che, per ora, è Vannacci che non vuole lui.
Berlinguer centra il punto: “Lei se la risolve così, dice che è lui che non vuole. Lei vuole?”.
Domanda semplicissima. E proprio per questo terribilmente scomoda.
A questo punto si arriva alla politica estera. Il suo campo. Uno potrebbe pensare: finalmente gioca in casa.
Tenete a mente quel pensiero. Invecchierà malissimo.
Berlinguer: “Allora, senta Ministro, andiamo però a parlare di questioni che riguardano il suo campo, cioè la politica estera. Intanto qual è il motivo, ce lo spieghi concretamente, per cui avete prorogato di 15 giorni il blocco di Schengen con la Spagna, visto che da quando è entrato in vigore ci sono state 31 persone fermate, 8 arresti e nessuna di queste persone proveniva da Ceuta. Come sappiamo peraltro non c’è Schengen a Ceuta, perché non è certamente territorio europeo. Quindi qual è il motivo per cui avete dovuto prorogare di altri 15 giorni?”.
Tajani: “Il motivo è la situazione a Ceuta dove non è detto che le persone clandestine e che non sono neanche marocchine non possano arrivare con vari sotterfugi in maniera illegale”.
Berlinguer: “Ma se non è arrivato nessuno in un mese e mezzo, come è possibile?”.
Tajani: “In un mese e mezzo… possono arrivare anche dopo sei mesi”.
Berlinguer prova a seguire il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze: “Allora sospendiamo definitivamente Schengen con la Spagna?”.
Tajani: “Noi abbiamo il dovere di controllare la sicurezza dei confini e la sicurezza del nostro paese”.
Berlinguer, invece, è ancora lì: “Ma perché allora l’ha sospeso solo l’Italia e non tutta l’Europa? Questa sicurezza sta a cuore solo al nostro paese? Come mai gli altri non si sono posti minimamente questo problema?”.
Tajani: “È un po’ difficile andare da Ceuta a Oslo”.
Berlinguer: “Anche da Ceuta in Italia non è facilissimo. Tant’è che non è arrivato nessuno”.
Poi gli propone un esempio che dovrebbe ricordare:
“Scusi, ministro, ma quando successe a Lampedusa il grande arrivo degli immigrati, e potrebbe riaccadere naturalmente da un momento all’altro…”.
Tajani si precipita: “La Francia sospese…”.
Berlinguer: “La Spagna non lo fece. Noi ci mettiamo tutti nelle condizioni di dire: benissimo, io penso prima a me e non me ne frega niente di quello che succede a voi”.
Lui prova allora la strada dell’indignazione:
“Io penso a dover garantire le frontiere. Il governo spagnolo fa propaganda, anche il linguaggio un po’ scurrile del ministro degli Esteri…”.
Berlinguer: “Si potrebbe dire lo stesso anche di quello italiano”.
Tajani: “E perché?”.
Quel “e perché?” è magnifico. La possibilità che qualcuno possa rivolgere al suo governo la stessa accusa appena rivolta agli altri sembra coglierlo completamente impreparato.
Berlinguer: “Beh, il governo spagnolo dice che la vostra è una decisione politica”.
Tajani tira fuori un altro paese: “Allora perché con la Slovenia, dove c’è un governo di centrodestra, abbiamo sospeso Schengen?”.
Berlinguer: “La Slovenia è un pochino più vicina di come non appaia Ceuta, diciamo da un punto di vista geografico”.
Siamo partiti da Ceuta, abbiamo fatto scalo a Oslo e siamo tornati dalla Slovenia. Alla fine dell’intervista gli accrediteranno le miglia.
Poi Berlinguer commette l’affronto definitivo: legge dei numeri.
“I dati dicono che nei primi sette mesi ne sono sbarcati più in Italia che non in Spagna. Qui ne sono arrivati 15.323, in Spagna 14.469. E anche negli ultimi anni l’Italia ha 478.000, la Spagna 234.000”.
Tajani potrebbe contestare i dati, spiegarli, rispondere nel merito. Sceglie invece di occuparsi della carriera della conduttrice:
“È pronta per fare il portavoce di Sánchez? Pronta… pronta… pronta…”.
Berlinguer: “No, è solo per ripristinare i numeri che sono sempre importanti”.
Lui cambia argomento un’altra volta: “La Spagna ha regolarizzato un milione di immigrati clandestini”.
Berlinguer: “Anche il governo Berlusconi ne ha regolarizzati”.
Ed ecco materializzarsi l’ostacolo peggiore. Dopo Meloni contro Meloni, arriva Berlusconi contro Tajani.
Il ministro si rifugia subito nella contabilità: “Non sono un milione, sono meno di un milione”.
Berlinguer: “Un milione di persone che avevano un contratto di lavoro, come fece a suo tempo Berlusconi”.
A questo punto, per uscire dall’angolo, Tajani decide di sfondare direttamente il muro: “Non è che se uno ha un lavoro non può essere un terrorista. Anche i terroristi delle Brigate Rosse lavoravano. Anche gli anarchici lavoravano…”.
Le Brigate Rosse. Siamo arrivati alle Brigate Rosse.
Gli hanno parlato di persone con un contratto di lavoro e lui ha aperto il fascicolo sugli anni di piombo. Ancora trenta secondi e per rinnovare un permesso di soggiorno serviva il parere della commissione Moro.
Berlinguer, con una pazienza ormai da riconoscimento internazionale, lo riporta a Berlusconi: “Anche Berlusconi, giustamente, di fronte a gente che aveva un regolare contratto di lavoro, disse: meglio regolarizzarli che tenerli illegali in nero nel nostro paese”.
Tajani: “Non ce lo possiamo permettere, i nostri cittadini si ribellano”.
Berlinguer: “Allora neanche prima lo potevate permettere”.
Tajani: “Ma noi non abbiamo mai fatto sanatorie di un milione di persone”.
Berlinguer: “Di 634mila persone. Quindi erano anche quelli tanti, no?”.
Sipario.
A Berlinguer va riconosciuto un merito: aver continuato a fare domande anche dopo la prima risposta mancata. Aver rimesso sul tavolo le parole di Meloni, i precedenti di Berlusconi, i numeri che al ministro davano tanto fastidio.
È bastato questo per assistere al pellegrinaggio di Tajani dalla Calabria alla Norvegia, fino agli anni di piombo.
Certo che poi rimpiangono i reggimicrofono.
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Il Pd ha ancora pseudogiornalisti capaci di fare domande vere e ribadirle, ma solo ai nemici
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Esentato, sospeso o abolito che sia il bollo, Meloni si vanta per un provvedimento finanziato con fondi PNRR. Quelli ottenuti da altri a cui il suo partito ha votato contro 5 volte.
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