Se il diritto non vale sempre diventa il diritto della giungla, del più forte. Il doppio standard europeo ratifica la giungla, non il diritto

(di Pietro Francesco Maria De Sarlo – ilfattoquotidiano.it) – C’è una cosa che mi sfugge: quali sono gli obiettivi strategici dell’Ue nel conflitto russo-ucraino? Sconfiggere la Russia, recuperare tutti i territori ucraini, garantire la sicurezza di Kiev, contenere Mosca? E soprattutto: quale equilibrio immagina l’Europa per il dopoguerra?
È evidente che la guerra ha sancito la fine delle illusioni sul mondo unipolare. Biden e Johnson sembravano puntare a una sconfitta russa per consolidare la supremazia occidentale. Von der Leyen raccontava di una Russia costretta a recuperare i chip da lavastoviglie e frigoriferi; Draghi attribuiva alle sanzioni effetti devastanti sulla sua macchina economica e militare. Mosca ha pagato un prezzo altissimo, ma non è stata isolata né cancellata come attore geopolitico. Gli Usa devono fare i conti con Mosca, oltre che con Pechino. Persino Trump di Make America Great Again sembra aver capito che la stagione unipolare è finita.
La Ue, invece, quale visione ha maturato? Il Consiglio europeo ripete formule sulla pace giusta, l’integrità territoriale e le garanzie per Kiev. Ma manca la risposta politica alla domanda decisiva: come convivere domani con la Russia? La geografia non si cambia quindi a cosa si pensa? A una deterrenza permanente, fondata su una corsa agli armamenti e su un nuovo equilibrio del terrore?
La Carta Osce di Istanbul del 1999 e la Dichiarazione di Astana del 2010 affermano il principio della sicurezza indivisibile: nessuno Stato dovrebbe rafforzare la propria sicurezza a danno di quella altrui. La deterrenza trasformata in riarmo permanente entra in tensione con quel principio. Ognuno si arma per sentirsi più sicuro; l’altro si sente minacciato e si riarma a sua volta. Una spirale senza fine. E, in un equilibrio del terrore, basta che a qualcuno scappi la frizione.
Gli stessi documenti riconoscono il diritto di ogni Stato a scegliere liberamente le proprie alleanze. Come conciliare questo diritto con la sicurezza indivisibile, senza concedere alle grandi potenze un veto sui vicini? È un problema politico enorme, che non si risolve recitando principi astratti.
E poi: chi decide la strategia europea? Il Consiglio europeo, la Commissione, la Nato, oppure Francia, Germania e Regno Unito, che assumono iniziative in nome di un’Europa senza che nessuno abbia conferito un mandato di rappresentanza? E quale autonomia reale abbiamo dagli Stati Uniti?
I principi, per essere universali, devono valere sempre. Perché difendere l’autodeterminazione ucraina e ignorare il referendum disatteso nella Grecia di Syriza, l’embargo a Cuba o la cattura di Maduro da parte degli Usa? L’invasione russa dell’Ucraina viola il diritto internazionale. Ma il diritto non diventa facoltativo quando a violarlo sono gli alleati: dagli attacchi all’Iran all’occupazione dei territori palestinesi e al genocidio a Gaza. Se il diritto non vale sempre diventa il diritto della giungla, del più forte. Il doppio standard europeo ratifica la giungla, non il diritto.
Un governante deve misurare i principi con i rapporti di forza, gli strumenti disponibili, i costi e le conseguenze. Realismo non significa rinunciare al diritto, ma trovare le condizioni concrete per farlo rispettare. Difendere l’Ucraina non basta: bisogna anche sapere come fermare la guerra e quale ordine costruire dopo.
Zelensky e i leader europei hanno invece giocato d’azzardo sulla pelle degli ucraini, forti di una retorica irresponsabile. Dopo oltre quattro anni di guerra, rischiano di non saper uscire da una strategia senza sbocchi, se non continuando un sostegno che somiglia sempre più a un abbraccio della morte o proponendo accordi che Putin, dati i rapporti di forza, non ha motivo di accettare.
Intanto la guerra ha indebolito l’Europa, accelerandone l’irrilevanza politica e il declino economico. E quando sento dire che per rilanciarla basterebbe abolire il diritto di veto, mi metto le mani nei capelli. Il problema dell’Europa non è decidere più in fretta ma prendere decisioni giuste.
Tutto giusto e un finale dritto sulle scelte attuali: se l`Europa è questa ,èmeglio meno Europa. OVAZIONE
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