
(di Michele Serra – repubblica.it) – Guardo ai commercialisti come a una categoria di intrepidi, che affrontano l’assurdo per conto di chi, come me, soccomberebbe in lacrime di fronte al primo riquadro del primo modulo. Per dire che di tasse capisco pochino, se non che ne pago tante e (anche in memoria di Padoa-Schioppa) le pago volentieri.
Ma della presunta riforma fiscale di questo governo amico dei ricchi (in fin dei conti quella, da che mondo è mondo, è la funzione dei governi di destra) qualcosa perfino io riesco a capirla. La prima è che, a parità di condizioni, favorisce i lavoratori autonomi a svantaggio dei dipendenti e dei pensionati. E non se ne sentiva il bisogno.
La seconda è che adotta una tassazione indirettamente proporzionale al reddito: più il reddito aumenta, minore è l’aumento del prelievo fiscale. Lo ha spiegato bene Tito Boeri su questo giornale. Il principio della proporzionalità delle tasse (più guadagni, più restituisci alla comunità) va a farsi benedire.
In tutto il mondo, mano a mano che la ricchezza si concentra in poche mani e lascia scoperte moltitudini di persone (quelle che una volta si chiamavano ceto medio), sale il livello d’attenzione sulla politica fiscale.
Se negli Stati Uniti, incredibile ma vero, oggi qualcuno osa definirsi socialista, è perché sogna di tassare i grandi patrimoni finanziari — ormai quasi immuni da tasse — per riempire la vasca semivuota del welfare. Qui da noi la vasca è bucata: sarebbe già un miracolo mettere una toppa alla gigantesca falla dell’evasione.