Mentre il mondo brucia, il dissenso cresce e i problemi restano irrisolti, la politica spolvera uno dei suoi vecchi e intramontabili classici: sbattere il mostro in prima pagina

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Se ci pensate, a bocce ferme, Meloni non ha tutti i torti. Chiunque, al posto suo, farebbe probabilmente lo stesso: cavalcare il dissenso e spostare l’attenzione altrove.

Il video della settimana, che ci mostra una Meloni modello salice piangente, ci ha dato probabilmente un abile saggio di come vengono gestite situazioni di emergenza come quella che il suo governo si trova ad affrontare a fine mandato.

Con famiglie impoverite dall’inflazione, dal caro vita innescato dalla scellerata guerra commerciale urbi et orbi dell’alleato Trump; con il prezzo della benzina schizzato nel giro di pochi mesi da 1,60 € a oltre 2,40 €; con differenze sociali vergognose, aumentate, se possibile, ancora di più in questi ultimi anni, dove esistono ormai soltanto quelli che hanno tutto e quelli che non hanno niente.

E a fronte di tutto questo, in realtà, che cosa fa il governo?

La sensazione è che continui a rincorrere le emergenze, puntellando qua e là, dov’è indispensabile – vedi la protesta degli autotrasportatori – le categorie più forti con ristori e crediti d’imposta, senza però affrontare in modo strutturale alcuni dei nodi cruciali del Paese.

A cominciare dalla crisi industriale che investe realtà come l’ex Ilva di Taranto e il Polo siderurgico di Genova, solo per citare due casi sotto ai riflettori – e chissà quanti altri se ne trovano in giro – dove migliaia di posti di lavoro rimangono appesi all’incertezza, mentre appare sempre più difficile trovare una soluzione risolutiva.

Allo stesso tempo, sul versante delle pensioni manca una riforma che possa permettere il superamento della legge Fornero, ricordiamolo, datata 2011; mentre il governo si tiene ben lontano dall’affrontare il problema scottante dell’adeguamento degli stipendi italiani, rimasti sostanzialmente fermi da trent’anni, con un’inflazione galoppante che ha ingoiato ogni anno fette importanti del potere d’acquisto delle famiglie.

A ciò aggiungiamo una pressione fiscale che continua a gravare soprattutto su lavoratori dipendenti e piccole partite IVA, ai quali viene regolarmente chiesto di fare sacrifici, mentre ingenti patrimoni e consistenti quote di reddito riescono ancora a sfuggire al fisco, alimentando un’evasione che da anni rappresenta una delle grandi vergogne del Paese.

E la frittata è fatta.

Nel frattempo, fra una propaganda e l’altra, fra un colpo a Vannacci e un altro all’opposizione, mentre tutto sembra avviarsi vertiginosamente verso l’Armageddon delle elezioni politiche del 2027, ecco che si fa strada la strategia de «al lupo al lupo», tanto cara a ogni governo di destra che si rispetti.

Lo abbiamo scritto tante volte: quando non si hanno argomenti da difendere sul campo, la si butta in caciara.

Era già accaduto ai tempi della campagna sui fallimentari CPR in Albania, del rimpatrio del criminale libico Almasri, degli scandali di alcuni suoi ministri, a partire dai dimissionari Sangiuliano e Santanchè, e di alcuni potenti sottosegretari, come Delmastro, oltre che della capo di gabinetto Bartolozzi.

È accaduto di nuovo con la battaglia sul referendum sulla separazione delle carriere, presentata dai sostenitori come una riforma della giustizia e letta da molti, invece, come un tentativo di aumentare l’influenza del governo sul pubblico ministero.

E mentre il mondo brucia e paghiamo tutti il prezzo della scellerata politica internazionale di Trump, alla quale il nostro governo si è appiattito in modo quasi pedissequo, soprattutto sul dossier Israele e su quello Iraniano, viene spontaneo chiedersi: che cosa sta facendo l’esecutivo per ovviare a tutto ciò? Elementare, Watson! Con un abile gioco di prestigio, sposta il fuoco del dibattito su un terreno più favorevole: l’ordine pubblico.

L’uscita sgrammaticata di Meloni l’altro giorno, dopo aver appreso della scarcerazione di Youssef Siher, ci ha consegnato, senza troppi filtri, un presidente del Consiglio in difficoltà, con il suo visino dagli occhi sgranati e il vocione grave, estremamente preoccupato, probabilmente incapace di leggere fino in fondo questi tempi difficili.

O forse capace di leggerli, ma in una chiave esclusivamente ideologica.

Senza entrare troppo nei tecnicismi, la vicenda della scarcerazione disposta dal GIP per il trentenne attivista Youssef Siher, italiano al 100% e di origine marocchina, additato come il capro espiatorio di un periodo di tensioni fra le varie componenti della società, ci dice due cose.

La prima è che il governo non sta riuscendo a comprendere il malessere di una parte sempre più consistente della popolazione. Quella che non riesce ad arrivare alla terza settimana del mese, che fa i calcoli su ogni spesa e per cui, se si comprano un paio di scarpe, non si può poi uscire a mangiare una pizza.

Per auto protezione, allora, e questa è la seconda: si grida al lupo prima ancora che il lupo si sia manifestato.

Non entreremo qui nel merito del dispositivo della legge. Ma se il GIP ordina la scarcerazione significa che, almeno allo stato degli atti, non vi sono elementi sufficientemente gravi a carico dell’indagato. A meno che la sua “faccia da schiaffi” come ricordava Giuliano Ferrara, non sia un indizio di colpevolezza.

E anche se è legittimo, da parte del presidente del Consiglio, affidare a caldo le proprie reazioni alla comunicazione pubblica, la decenza, ma soprattutto, la serietà istituzionale, imporrebbero che, proprio in ragione della carica ricoperta, non ci si abbandonasse a esternazioni così grossolane.

Caspita. Sei il/la presidente(ssa) del Consiglio, non un cittadino qualsiasi al bar dello sport. Sei tenuto a mantenere una distanza fra ciò che pensi, per quanto legittimo possa essere, e la comunicazione rivolta ai cittadini che amministri. A tutti i cittadini, non soltanto a quelli della tua parte e che ti hanno votato.

Per questo ritengo che Meloni abbia commesso un errore molto grave, stavolta, da matita blu. E non solo di punteggiatura. Lasciandosi probabilmente travolgere dalla propria smaccata parzialità.

Ironia della sorte, peraltro, la scarcerazione di Youssef Siher dimostra esattamente quanto Meloni e i suoi avevano cercato di cambiare con il referendum sulla giustizia, lo scorso marzo.

Non volevano forse che il giudice fosse indipendente rispetto all’accusa?

Questo caso rappresenta una prova plastica del fatto che non c’è bisogno di separare le carriere della pubblica accusa, che ha chiesto e ottenuto l’arresto di Siher, da quella del giudice che ha poi disposto la scarcerazione, perché le due funzioni restino impermeabili l’una all’altra.

Bene o, piuttosto, male.

Mi ero promesso, in realtà, di affrontare altro in questo articolo e di parlare più approfonditamente delle dieci strategie di manipolazione dei media. Per fare un parallelo con i governi cosiddetti “autoritari”. Ma credo proprio che lo rimanderò alla prossima volta.

Mi basta qui ricordare l’elenco riportato da Klaus Brenner nel suo libro, “Influenzare le masse“, Influenza Mentale edizioni, 2026, scovato per caso sul web, che sto leggendo proprio in questi giorni (si compra online in digitale).

Fra le varie argomentazioni, l’autore tratta anche delle cosiddette dieci regole d’oro della manipolazione dell’informazione, uno dei contenuti considerati più virali di sempre del web, condiviso da milioni di persone ma, almeno a giudicare dai risultati, evidentemente poco compreso.

Questa lista, attribuita al giornalista francese Sylvain Timsit, che la pubblicò nel 2002 con il titolo “Stratagemmi“, sembra liberamente ispirata alle teorie del grande linguista Noam Chomsky.

Ed ecco, molto rapidamente, i dieci punti della strategia:

la distrazione delle masse; creare il problema per offrire una soluzione; il gradualismo, cioè prendere decisioni una alla volta per non allarmare i cittadini; il differimento delle decisioni gravose, annunciare oggi una decisione dolorosa che entrerà in vigore domani; rivolgersi al pubblico come se fosse composto da bambini; creare prima l’emozione della notizia e poi far passare una piccola dose di ragione; mantenere il pubblico nell’ignoranza; lodare la mediocrità; indurre il senso di colpa, facendo credere che se qualcosa va male la responsabilità sia del cittadino che non fa abbastanza; e infine, una delle più subdole, costruire messaggi diversi a seconda degli elettori, sfruttando i social e gli algoritmi che li governano.

Io non credo che i nostri governanti abbiano letto questo libro. Può rientrare, ad esempio, in questo calderone, la decisione recentissima della “personalizzazione delle targhe automobilistiche”? oppure “la promessa della cancellazione del bollo”? giusto per citare due misure recentissime, in capo al nostro governo. Ma certamente molte delle tecniche elencate sopra sono all’ordine del giorno nella loro comunicazione, mentre, paradossalmente, si restringe sempre più l’autonomia strategica e mentale dei singoli cittadini. Leggi: la loro dignità. E aggiungo: dei cittadini che pagano regolarmente le tasse.

Pee concludere, in Sicilia esiste una massima che esprime una forma di prudenza e di saggezza popolare che ho trovato sempre molto utile. Specie adesso che si avvicinano le elezioni.

«Cù si parò si salvò».

E non credo ci sia bisogno di traduzioni.