Ancora oggi a Guantánamo ci sono ex combattenti talebani trattati nel peggiore dei modi, però si criticano i diritti delle donne violati dagli islamici. Ma il vero nodo sono le terre rare di cui è ricco il sottosuolo del Paese

Afghanistan e yankee:due pesi e due misure

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] In un recente reportage di Euronews si legge che, secondo una valutazione dell’Onu del marzo 2024, l’Afghanistan sotto i talebani è diventato il Paese più repressivo al mondo per le donne.

Strano: secondo un reportage de Linkiesta del 30.11.2025 in Afghanistan esistono ristoranti gestiti da sole donne. Cosa che non risulta in Arabia Saudita, stretta alleata degli Usa in funzione anti-Iran. Nel 2021 una poliziotta afghana fu uccisa da uomini dell’Isis: così si scoprì che, nel solo comparto giudiziario, lavorano ben 200 donne afghane in posizioni apicali. Difficile sostenere che non abbiano accesso al lavoro.

Nemmeno il diritto allo studio è stato mai negato, in linea di principio, alle donne. Un editto della “polizia morale” all’epoca del Mullah Omar recita: “Nel caso che sia necessario che le donne escano di casa per scopi di istruzione, esigenze sociali, o servizi sociali devono coprirsi concordemente alle norme della sharia islamica…”. Sempre a quell’epoca gli edifici dove studiavano i ragazzi dovevano essere separati da quelli dove studiavano le ragazze: i talebani, nella loro indubbia sexofobia, pretendevano che fossero molto distanti fra loro. Ma, stretti nella morsa della lotta all’Occidente e all’Isis, non ebbero modo e tempo di costruirli a debita distanza. Avevano altre priorità e lo si può capire. Anche se in forma un po’ diversa, accadeva anche in Italia, con classi frequentate e frequentabili solo da studenti maschi e altre solo da studentesse. Questa separazione, sia pure in forma meno cogente, durò da noi almeno sino a fine anni 50, quando il movimento hippie ci liberò da queste stronzate. Le classi miste erano un’eccezione. Eri tu, studente, che decidevi in che classe preferivi andare? No, erano i tuoi genitori. Forzando un po’ il tema, tuttora in Pakistan sono i genitori a scegliere al figlio la futura sposa.

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Non si può capire la cultura afghana, o se si preferisce, afghano-talebana o qualsiasi altra cultura, se si resta trincerati nella nostra, dimenticando il diritto all’autodeterminazione dei popoli sancito dal Trattato di Helsinki sottoscritto da quasi tutti gli Stati del mondo. Un popolo può evoluire, o anche non evoluire, a seconda della propria storia, delle proprie tradizioni, dei propri costumi. Faceva notare Zaeef, uno dei più stretti collaboratori del Mullah Omar, in My life with the Taliban: “Noi non abbiamo mai preteso che gli occidentali vestissero alla maniera islamica”.

Più che altro l’atteggiamento della Corte Penale Internazionale sembra un tentativo di separare i presunti crimini commessi dagli afghano-talebani, che in fondo difendevano il proprio territorio occupato illegalmente, da quelli certi degli Stati occupanti, Usa in testa. Lo afferma a chiare lettere Shaharzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan e oggi ricercatrice al Wolfson College di Oxford. È il tentativo di fare di tutta l’erba un fascio nascondendo in un grande calderone i crimini, torture comprese, degli occupanti Usa. Ancora oggi, a Guantanámo, ci sono ex combattenti talebani trattati nel peggiore dei modi, ai limiti, e forse oltre, della tortura. Si nega loro la qualità di combattenti e li si considera criminali di diritto comune. Questo avviene a Guantanámo, paradossalmente territorio cubano, perché la tortura è ufficialmente proibita negli Usa, secondo un’ipocrisia molto yankee. Afferma ancora la Akbar: “…è allarmante sentire che le prepotenze, le intimidazioni e gli attacchi degli Stati Uniti contro la Corte influenzano le decisioni sulle indagini”. Akbar spiega inoltre che le organizzazioni della società civile afghana “hanno ripetutamente chiesto alla Cpi indagini complete su tutte le accuse che rientrano nel suo mandato”, anche contro le forze Usa, e ha definito il comportamento di Washington sulla Corte durante tutta l’inchiesta “scioccante e vergognoso”. Insomma, il bullo di Washington, un ottantenne fuori di testa, sospettato anche di pedofilia, vuole piegare pure la Cpi ai propri voleri. Del resto gli Usa, come Russia, Ucraina e Israele, non hanno mai riconosciuto l’autorità e la legittimità della Cpi. E anche quando questa potrebbe essere fatta valere contro i criminali di guerra, negando loro la libera circolazione oltre i confini dei propri Stati, ci pensano i servi degli yankee. Netanyahu non potrebbe calpestare il suolo italiano, ma Salvini si è affrettato ad affermare che, se questo avvenisse, accoglierebbe festosamente il criminale di guerra a Roma.

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Aveva ragione il colonnello Gheddafi quando in un’assemblea dell’Onu affermò che non tutti gli Stati sono uguali: ce ne sono alcuni più uguali degli altri. I rappresentanti del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) possono violare tutti i principi del fu “diritto internazionale” (in Palestina, Israele spara sulla Croce rossa e la Mezzaluna rossa, cosa mai avvenuta nemmeno nell’ultima guerra mondiale: anche la Germania di Hitler rispettò la neutralità di questi organismi). Gheddafi osò anche affermare che l’aggressione all’Afghanistan del 2001 andava rivista. E infatti fu assassinato dai francesi per svellere i suoi rapporti privilegiati con l’Italia, che sotto il governo Berlusconi si appecoronò, contro i suoi stessi interessi, agli yankee. Berlusconi per l’anagrafe è morto nel 2023, ma il berlusconismo continua a imperversare con le Meloni e i Tajani.

Ma che cosa significa il reportage di Euronews sui “new Talebans”? Che, nonostante il disastroso precedente, c’è qualcuno negli Usa, e magari anche in Europa, che vuole attaccare nuovamente l’Afghanistan, anche se i costumi di quel popolo sono ormai molto lontani da quelli dei tempi del Mullah. Negli ultimi due secoli l’Afghanistan è stato oggetto delle mire di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti, non tanto per motivi ideologici, ma per la sua posizione strategica in Asia centrale (Caos Asia di Ahmed Rashid, giornalista pachistano, forse il maggiore esperto dell’area). L’Afghanistan confina con Pakistan, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Metterci le mani sopra significa controllare e determinare le politiche di molti Paesi. Ma l’interesse per l’Afghanistan di oggi ha motivi molto più solidi e ragionevoli di quelli ideologici e geopolitici passati. Si è scoperto infatti che il suo sottosuolo è ricco di quelle “terre rare” oggi determinanti e all’origine di vari conflitti. Soprattutto il litio, indispensabile in tutto il processo digitale. Se n’è accorta la Cina, l’unico grande Paese che, pur confinante, non abbia aggredito l’Afghanistan. Per estrarre il litio, l’Afghanistan ha bisogno di una tecnologia che non possiede: quella cinese. La coincidenza di interessi è evidente: altro che affannarsi sul numero di ristoranti gestiti da donne. La Cina, che non fa guerre guerreggiate, ma solo economiche, o al massimo ibride come questa, è arrivata per prima. Dell’importanza di questo mondo immenso si era reso conto il presidente Usa Richard Nixon: il primo a iniziare a percorrere una sorta di “via della seta”. Ma aveva un brutto grugno, a differenza di John Fitzgerald Kennedy, “bello e di gentile aspetto”: infatti fu affossato da uno scandalo risibile, il Watergate: poco o nulla al confronto della guerra in Vietnam del bel Jfk. Fu la vittoria dell’apparire sull’essere, in cui siamo ancora tutti coinvolti.