La segretaria del Partito Democratico (Pd) Elly Schlein, Il presidente del Movimento 5 Stelle (M5s) Giuseppe Conte, Il segretario di Sinistra Italiana (Si) Nicola Fratoianni, Il co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, Maria Elena Boschi di Italia Viva, Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ed altri delle opposizioni durante il deposito del quesito sul referendum contro lÕautonomia, insieme alle organizzazioni sindacali, ai partiti dellÕopposizione e a tante associazioni, presso la Corte di Cassazione, Roma, 05 luglio 2024. ANSA/ANGELO CARCONI

I. Non si sceglie il Foglio per caso

(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – Abbiamo aspettato, immaginando che un’intervista di quella nitidezza politica avrebbe suscitato un dibattito serio a sinistra. Invece non è successo nulla, se non qualche commento tiepido e superficiale. Vale la pena allora analizzare per intero cosa Schlein ha detto al Foglio e cosa la mancata risposta dei suoi possibili alleati significhi.

Elly Schlein ha scelto, probabilmente non a caso, quel giornale per ribadire la propria posizione sull’Ucraina, sull’Europa, sulla difesa comune, sul modo in cui il suo partito intende la politica internazionale, oltre a qualche altro pensierino inconsistente dal punto di vista dei contenuti.

Un’ora e quaranta al telefono con il direttore Claudio Cerasa, che ha ammesso la notevole stanchezza di entrambi alla conclusione di quel lungo colloquio, e non facciamo certo fatica a credergli.

Il Foglio è il quotidiano dell’establishment oltranzista eurounitario e atlantista, con una linea editoriale che da anni caldeggia, per usare un eufemismo, continue cessioni di sovranità nazionale, sostegno illimitato all’Ucraina senza tentennamenti e totale vicinanza, sbandierata, alle politiche di Israele. Rappresenta una visione politica totalmente asservita alla tecnocrazia eurounitaria. Parlare al Foglio significa tentare un’interlocuzione che non riguarda un elettorato di massa, vista la contenutissima diffusione del giornale, ma i settori atlantici ed europeisti che decidono le cornici entro cui la politica italiana si muove.

È a loro che si vuole ribadire la propria affidabilità in vista di un’auspicata fase post-meloniana, ed è in quei settori che si cerca quella legittimazione necessaria a proporsi come gestore alternativo dello stesso progetto che oggi Meloni amministra.

II. Convintamente

L’avverbio che la segretaria del PD usa con maggiore enfasi rappresenta la vera natura dell’intervista.

Schlein lo pronuncia due volte prima ancora che le venga chiesto dell’Ucraina, e non lo utilizza come formula decorativa: abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi a disposizione.

Quel convintamente serve a ribadire che il collocamento politico del PD non è frutto di una scelta contingente, dettata da un ragionamento articolato sugli schemi di sicurezza continentale o da una lettura strategica delle cause del conflitto, ma costituisce l’adesione a una narrazione propria di quel partito, senza margini di ripensamento.

La formula con tutti i mezzi copre, nel concreto, ogni escalation militare futura e implica la scelta di legittimare il sostanziale via libera ai colpi in profondità sul territorio russo, sia contro obiettivi militari sia contro obiettivi civili, come sta avvenendo. Il convintamente copre tutto.

Il ragionamento si fa ancora più netto quando afferma che chiunque non riconosca, in questa storia, chi sia l’aggredito e chi l’aggressore sbaglia.

Sono passati oltre quattro anni dall’inizio del conflitto. Le prime posizioni propagandistiche avrebbero dovuto ormai consumarsi e le opinioni pubbliche europee hanno in larga parte compreso che il racconto agiografico dell’Ucraina come culla della democrazia, baluardo della libertà e fonte di salvezza della civiltà occidentale è una ricostruzione grottesca e verificabilmente falsa. Schlein, invece, continua a riproporre lo slogan grossolano dell’aggressore e dell’aggredito, senza alcuna remora nell’offendere l’intelligenza altrui.

Incurante di sviluppare un ragionamento appena più complesso e, soprattutto, di tenere a mente un minimo di storia recente, la segretaria del PD lascia passare l’idea che per la prima volta in Europa si siano ridisegnati i confini con l’uso della forza.

A questo punto è diventato quasi stucchevole dover ricordare che la ridefinizione dei confini europei mediante la forza non è affatto un evento inedito, iniziato dalla Russia nel 2022. Fu pratica sistematica delle potenze atlantiche in tempi non remoti e, nel caso della ex Jugoslavia, rappresentò un precedente politico deliberato.

I bombardamenti NATO sulla Serbia del 1999, senza autorizzazione ONU, e la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo nel 2008 furono operazioni deliberate per favorire le mire strategiche atlantiche nell’Europa centro-orientale.

La coalizione di centrosinistra che allora governava l’Italia, con Massimo D’Alema presidente del Consiglio e Sergio Mattarella ministro della Difesa, portò per la prima volta il Paese in una guerra dal 1945 e possiamo dire che quella circostanza rappresentò un ulteriore punto di svolta di un’intera classe dirigente verso l’adesione piena e incondizionata al progetto egemonico euro-atlantico.

Fu quella un’ulteriore mutazione che determinò poi la natura del PD che oggi Schlein guida, e la segretaria, insieme all’intero partito, si guarda bene dal fare i conti con quella memoria storica recente.

La vacuità dei contenuti, più funzionali alla manipolazione dell’opinione pubblica che a una seria riflessione, emerge ancora meglio nel passaggio successivo.

Schlein articola una critica solo apparente all’operato dell’Unione europea e, per farlo, pronuncia una formula che vale la pena analizzare parola per parola: «Lo dico da sinistra», esordisce, con un tentativo surrettizio di collocarsi in un settore politico che è tutto tranne che di sinistra, e prosegue sostenendo che l’Europa ha fatto poco per provare, diplomaticamente, a isolare Putin e a costringerlo a negoziare una pace giusta.

Il periodo va analizzato parola per parola, perché la sostanza politica emerge esattamente dalla sua incoerenza.

L’Europa ha fatto pochissimo per isolare Putin? In realtà ha fatto tutto ciò che era in suo potere: ventuno pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa fra il 2022 e il 2026, esclusione dal circuito SWIFT, chiusura dello spazio aereo europeo, confisca di beni russi per centinaia di miliardi, espulsione di diplomatici in numeri senza precedenti, isolamento sportivo, culturale e accademico.

Non si può non ricordare che nessun provvedimento sanzionatorio dell’UE ha mai riguardato Israele, nonostante l’accertata violazione sistematica del diritto internazionale a Gaza e in Libano. Se questo è poco, cosa sarebbe molto? Il resto del mondo ha mantenuto rapporti con Mosca semplicemente perché non ha condiviso quell’operazione, e questo dovrebbe far riflettere anche la segretaria.

E ancora: cosa significa «costringere diplomaticamente Putin a negoziare una pace giusta»? La costrizione, per definizione, non è diplomatica: è l’imposizione di condizioni contro la volontà del soggetto. La diplomazia è invece la capacità di trovare accordi fra parti che mantengono la propria autonomia di scelta.

Costringere diplomaticamente è un ossimoro.

E, naturalmente, la pace giusta, nella logica di Schlein, è solo quella dal punto di vista dell’Ucraina, ossia il ripristino dei confini precedenti e la sconfitta strategica russa, come ripete spesso Sergio Mattarella.

III. Israele e Iran, cioè il silenzio

In un’intervista che dedica gran parte del suo spazio al quadro internazionale, Israele non compare mai, l’Iran non compare mai, così come non compaiono gli attacchi americani ai siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan del 22 giugno scorso.

La crisi nello Stretto di Hormuz è nominata di sfuggita, come semplice promemoria del fatto che l’Europa è esposta a shock energetici, non come conflitto in corso con protagonisti ben individuabili.

Gaza subisce la stessa sorte, così come la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie palestinesi, l’aggressione israeliana al Libano e l’ecatombe documentata dalle Nazioni Unite tra la popolazione palestinese. Il silenzio non potrebbe essere più eloquente.

Il convintamente sull’Ucraina si accompagna a un silenzio altrettanto convinto su Gaza e sull’Iran. La pace giusta vale soltanto per un fronte; qui non esistono aggrediti e aggressori, né diritto internazionale. Quel silenzio indica una direzione precisa: su alcune vicende internazionali il PD tace convintamente.

IV. La guerra divora tutto

Tra burro e cannoni, senza dubbio cannoni.

Schlein parla di salari, formazione, ricerca, transizione ecologica, riduzione delle bollette, credito alle piccole imprese e presenta il PD come un partito impegnato su questi fronti.

Poi, separatamente, parla di convintamente, di tutti i mezzi, di più Europa, di difesa comune, di esercito unico europeo. I due mondi vengono tenuti artificialmente separati, come se non comunicassero, mentre in realtà si toccano brutalmente.

Il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025, ratificato ad Ankara nel luglio 2026, ha fissato al cinque per cento del PIL la spesa militare degli alleati europei entro il 2035.

Sono centinaia di miliardi che verranno sottratti alla sanità, alle pensioni, alla scuola e ai salari. Ma, secondo Schlein, tutte queste questioni sarebbero autonome, come se non dipendessero dai cannoni.

Anche qui è difficile comprendere come si possa far finta di non sapere che, se lo Stato spende convintamente per armare l’Ucraina, per riarmare l’Europa e per sostenere un esercito unico europeo, non potranno poi esserci le stesse risorse per difendere salari e Stato sociale.

Tenere separati questi due piani costituisce una menzogna strutturale, funzionale a consentire al PD di presentarsi come partito dei salari e del welfare mentre vota convintamente i pacchetti che sottraggono le risorse necessarie a finanziarli.

Sull’esercito unico europeo occorre allora soffermarsi con qualche domanda che alla segretaria del PD non è stata posta. Chi comanderebbe l’esercito europeo? Sotto quale mandato politico e democratico deciderebbe di impiegarlo?

Un esercito comune presuppone una reale politica estera comune. Esistono oggi le condizioni in Europa per procedere a questa ulteriore e definitiva cessione di quel poco di sovranità rimasta?

La Slovacchia di Robert Fico rivendica apertamente il dialogo con Mosca. La Bulgaria, dopo la vittoria elettorale di Rumen Radev con Bulgaria Progressista nell’aprile 2026, ha sospeso l’invio di armi all’Ucraina e ha ribadito la necessità di un negoziato serio. L’Ungheria post-Orbán, guidata da Péter Magyar dal maggio 2026, formalmente più allineata con Bruxelles, dovrà dimostrare fino a che punto sarà disposta a sposare il convintamente di Schlein sull’invio di armi. La Grecia mantiene posizioni distinte su Cipro e sul Mediterraneo orientale, mentre il fronte franco-tedesco continua a contendersi il pilotaggio politico dell’Unione.

L’esercito europeo, senza una vera politica estera comune, sarebbe lo strumento operativo di chi lo dirige politicamente. E chi lo dirigerebbe non sarebbe l’inesistente Unione europea, ma il ceto euro-atlantico, tecnocratico e democraticamente irresponsabile, che ha già scelto la direzione strategica.

La segretaria di un partito grande come il PD dovrebbe rispondere pubblicamente a domande di questa portata. Ma non lo fa: un po’ per mancanza di capacità culturale e politica, un po’ perché è difficile spiegare che la cornice dottrinaria che anima queste posizioni è la stessa che Zbigniew Brzezinski aveva articolato nel 1997 con La grande scacchiera. Da quella dottrina è derivata l’espansione della NATO verso Est, applicata coerentemente da quattro amministrazioni americane di colore politico solo apparentemente diverso.

Il convintamente di Schlein rappresenta proprio l’adesione a quel pilota automatico evocato da Mario Draghi nel marzo 2013, quando, da presidente della BCE, dichiarò che l’Italia avrebbe proseguito sulla strada delle riforme indipendentemente dall’esito elettorale.

La segretaria del PD non rivendica una volontà politica autonoma: rassicura i decisori euro-atlantici che il pilota automatico continuerà a funzionare tranquillamente anche con il PD al governo. Quel pilota automatico si è ormai esteso alla politica estera e di difesa e, distruggendo qualsiasi tendenza alla sovranità popolare, spalancherà le porte a una destra come quella di Vannacci.

Dicevamo che l’intervista è una miniera e dovrebbe seriamente far riflettere.

Schlein cita Mark Carney, primo ministro canadese, con reverenza e gli attribuisce la formula quasi messianica secondo cui il futuro ordine internazionale verrà costruito a partire dall’Europa.

Abbiamo saputo qualcosa di più su Carney in occasione del World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio. È stato governatore della Banca del Canada, governatore della Banca d’Inghilterra e si è formato in Goldman Sachs. È l’uomo di riferimento della finanza atlantica per eccellenza e, quindi, un naturale punto di riferimento per Schlein e per il ceto politico che rappresenta.

Vale però la pena rileggere ciò che lo stesso Carney ha dichiarato nel suo intervento al WEF del 2026. Ha affermato testualmente che si sapeva «che l’idea dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa: che i più potenti si esentavano quando gli faceva comodo, che le norme commerciali si applicavano in modo asimmetrico, che il diritto internazionale si applicava con rigore diverso secondo l’identità dell’accusato o della vittima». Ha aggiunto che «questa finzione risultava utile» finché l’egemonia americana garantiva beni pubblici, rotte marittime aperte e un sistema finanziario stabile.

Ha poi aggiunto che quell’accordo «non funziona più», che siamo «nel mezzo di una rottura, non di una transizione», e che «non si può vivere sotto la menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione si converte in fonte di subordinazione».

Ha inoltre osservato che le grandi potenze hanno utilizzato «l’integrazione economica come arma, i dazi come strumento di pressione, l’infrastruttura finanziaria come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare».

La contraddizione con la narrazione di Schlein è evidente. Se Carney ammette che l’ordine basato sulle regole era solo parzialmente vero, applicato con un doppio standard a seconda dell’identità dell’accusato, la ricostruzione di Schlein del conflitto Russia-NATO come violazione isolata del diritto internazionale diventa difficilmente sostenibile.

Chi denuncia oggi la Russia come aggressore, dopo aver taciuto per venticinque anni sull’espansione della NATO verso Est, sui bombardamenti della Serbia nel 1999, sull’invasione americana dell’Iraq nel 2003, sulla distruzione della Libia nel 2011, sui bombardamenti israeliani a Gaza e in Libano documentati dall’ONU e sull’attacco americano ai siti nucleari iraniani dello scorso giugno, esercita esattamente quel doppio standard che Carney denuncia.

Se Carney ammette che l’integrazione economica è diventata fonte di subordinazione, Schlein propone invece più integrazione europea, superamento dell’unanimità e federalismo pragmatico: cioè, secondo la stessa logica di Carney, più subordinazione.

Se Carney conclude proponendo l’autonomia strategica, Schlein propone la sostituzione di una subordinazione atlantica statunitense con una subordinazione atlantico-europea, ossia una variante della medesima cornice, almeno fino al ritorno dei Democratici americani al potere.

La segretaria del PD cita come proprio riferimento culturale — che certamente non è il nostro — un uomo che ha dichiarato pubblicamente superata proprio la cornice che il PD continua a difendere, convintamente.

V. Il PD euro-atlantista è coerente

Il quadro che emerge dall’intervista non rappresenta una novità. È la linea fondativa del PD, consolidatasi in un percorso di mutazione almeno quarantennale, che va dallo scioglimento del PCI nel 1991 alla partecipazione italiana alla guerra del Kosovo sotto D’Alema, dalla fondazione del PD nel 2007 fino al governo Draghi, assunto come massimo riferimento ideale, economico e culturale del partito.

Il convintamente di Schlein non rappresenta una conversione recente, ma la coerente prosecuzione di una traiettoria ormai consolidata.

Meloni e Schlein non sono soggetti alternativi, ma due gestioni concorrenti dello stesso progetto euro-atlantico. La differenza consiste nel fatto che Meloni lo amministra con un lessico di destra e conservatore, mentre Schlein si candida a gestirlo dal centrosinistra con un linguaggio europeista e falsamente progressista.

Il progetto resta il medesimo e l’alternanza democratica in Italia si riduce ormai a una vacua alternanza fra gestori dello stesso progetto.

VI. Il problema scaricato su M5S e AVS

È evidente, dunque, che il vero problema politico oggi non riguarda il PD, bensì quella parte della coalizione — M5S, AVS, ciò che resta di Rifondazione e i vari cespugli critici — che, dopo un’intervista di tale nitidezza, vorrebbe ancora costruire un’alleanza elettorale con questo partito.

Sono ormai passati diversi giorni dalla pubblicazione dell’intervista al Foglio e il silenzio degli alleati minori del cosiddetto campo largo è, nella sostanza, già confermato. Si registra appena qualche polemica superficiale contro l’attuale governo, magari accompagnata da un antifascismo di facciata, utilizzato come vernice ideologica per coprire la subordinazione reale ai grandi decisori sovranazionali, in un’operazione politica il cui unico obiettivo sembra essere quello di tornare al governo per amministrare la medesima cornice.

Chi si illude di allearsi con l’agglomerato euro-atlantista rappresentato dal PD, immaginando di poterlo influenzare da una posizione subalterna una volta al governo, ha oggi davanti a sé un enorme problema politico.

Se davvero, come dichiarano, gli alleati minori possiedono piattaforme strategiche differenti da quella del PD, quel problema non è tattico ma esistenziale.

Ed è proprio questo il nodo: l’elettorato di M5S e AVS li ha votati perché non erano il PD sulla guerra e sulle continue cessioni di sovranità all’Unione europea.

Restare nell’alleanza dopo il convintamente di Schlein significa perdere la propria autonoma ragione politica. Uscirne, senza una reale volontà di costruire un’alternativa, significa invece rinunciare alla strada che essi considerano privilegiata per tornare al governo.

In entrambi i casi il rischio è la scomparsa politica.

Non è un caso che tacciano sulla sostanza.

Dalle loro scelte nei prossimi mesi capiremo se opteranno per la subordinazione strategica oppure per un’autonoma esistenza politica.

Nel frattempo, il campo popolare che il PD e i suoi alleati minori hanno progressivamente abbandonato viene occupato da altri.

Vannacci, sui temi della guerra, dell’Unione europea e della critica alla classe dirigente eurounionista, con Ursula von der Leyen come icona ricorrente dei suoi discorsi, entra sempre più in sintonia con un ampio senso comune popolare.

Intercetta le istanze reali di cambiamento, il rifiuto dell’invio di armi in Ucraina e quello delle continue cessioni di sovranità, pur senza aderirvi realmente in profondità.

La destra sovranista, almeno sul piano retorico, segue da anni un percorso ricorrente: intercetta il malessere popolare durante la campagna elettorale e, una volta al governo, si allinea alla finanza, alle grandi imprese e ai poteri forti, contro salari, pensioni, Stato sociale e diritti del lavoro.

La parabola di Meloni e Salvini è già esemplare: dalla contrarietà alle sanzioni e all’invio di armi si è passati all’adesione piena alla linea NATO, al cinque per cento del PIL destinato alla spesa militare e ai sacrifici imposti a salari e servizi pubblici, mentre si trovano risorse per il riarmo.

Vannacci seguirà, con ogni probabilità, la stessa parabola, in una versione culturalmente ancora più aggressiva. Nel frattempo, però, occupa quello spazio.

Meloni evocava Trump e il mondo MAGA fino a poche settimane fa, prima delle recenti offese pubbliche. Schlein continua invece a evocare il mondo democratico obamiano, in attesa del ritorno al potere dopo le presidenziali del 2028.

Sembrano riferimenti opposti; in realtà hanno la stessa matrice.

Obama e il Partito Democratico americano hanno guidato l’espansione della NATO verso Est, il colpo di Maidan del 2014, la distruzione della Libia, il sostegno alle rivolte siriane e il consolidamento dell’appoggio a Israele.

Sono gli stessi assi strategici che Trump ha ratificato e rilanciato: attacco all’Iran, cinque per cento del PIL destinato alla spesa militare degli alleati europei deciso ad Ankara, armi a Kiev e sostegno a Netanyahu.

È lo stesso progetto strategico, con un diverso marketing politico.

E lo sostengono entrambe, convintamente.

Note

  1. Cfr. La Presse“Ukraine: Cavo Dragone, NATO Considering Preventive Strike Against Russia”, 1° dicembre 2025; Newsweek“Russia Hits Back at NATO Plans to Get More Aggressive”, 1° dicembre 2025; Ministero degli Esteri della Federazione Russa, comunicato ufficiale del 1° dicembre 2025; GlobalSecurity.org, documentazione sul comunicato del Ministero degli Esteri russo. Disponibili ai seguenti indirizzi:
  2. Cfr. AGI, “NATO, crisi ucraina e Russia: intervista all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone”, 29 gennaio 2026:Si vedano inoltre: Quotidiano Nazionale, intervista a Giuseppe Cavo Dragone sul riarmo; Kyiv Independent, intervista del 19-20 luglio 2026, ripresa da AGI il 23 luglio 2026 e da CNBC il 20 luglio 2026:
  3. Mark Carney, “Special Address”, World Economic Forum, Davos, gennaio 2026: