Venezia 83, dove il cinema è libero dai diktat politici. La Biennale di Pietrangelo Buttafuoco è finita nel mirino di chi lo ha messo alla guida. Perché ha lasciato che Venezia rimanesse libera e creativa, come ha fatto il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Bisognerà forse ricordare a Matteo Salvini che nel 2024 la Mostra del cinema di Venezia aveva ospitato, nella sezione Orizzonti, il film Of dogs and men di Dani Rosenberg. Era la storia di una ragazza di 16 anni sopravvissuta al massacro del 7 ottobre nascondendosi sotto a un letto, mentre la madre veniva rapita e portata in ostaggio a Gaza. E bisognerà forse rammentare al presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, di Fratelli d’Italia, che in una competizione di livello così alto, con una giuria di professionisti riconosciuti, non sta a lui e al suo partito decidere come vanno assegnati i premi o in base a cosa vadano esaminate le opere. Quanto meno, non è così che si usa nell’Occidente che la destra dice di voler difendere e nelle democrazie compiute come la nostra.
Per paradosso, e vista la disposizione all’eresia del personaggio era facile aspettarselo, la Biennale di Pietrangelo Buttafuoco è entrata nel mirino della parte politica che lo ha messo alla guida, più che in quello dell’opposizione. Non perché il giornalista e scrittore abbia cambiato idee, o perché si sia fatto ammaliare dalla tanto temuta egemonia culturale di sinistra. La sua colpa, semmai, è un’altra. E cioè aver voluto lasciare che Venezia rimanesse lo spazio libero e creativo che è sempre stata. Uno spazio — lo ha chiarito nella cerimonia di chiusura — che non può essere una parentesi rispetto al mondo, ma che deve avere il coraggio di farsi attraversare dalla storia.
Così, con la stessa cocciuta determinazione, Buttafuoco ha difeso la scelta a dir poco discutibile di ospitare alla Biennale d’arte il padiglione russo, permettendo agli invasori dell’Ucraina di occupare uno spazio prestigioso riempiendolo di propaganda. Ma al tempo stesso, ha lasciato che alla sua terza mostra del Cinema la selezione di Alberto Barbera — con il quale il connubio appare ormai indissolubile — premiasse una serie di opere che non possono che definirsi antitotalitarie. In concorso come nelle altre sezioni, le voci più forti si sono levate contro l’autocrazia iraniana (Moragheb — Falling house di Mohsen Gharaei e Kami nur — A bit of light di Ali Asgari), contro il totalitarismo russo (Ilya Khrzhanovsky ha accettato il premio alla regia per Dau dedicandolo alla lotta per la libertà del popolo ucraino), contro la propaganda, sempre russa, con la presenza del documentario di Julia Loktev My undesirable friends: part II — Exile, che segue la vita di una serie di giornaliste esiliate da Mosca dopo lo scoppio della guerra.
«Gli ateniesi allo stadio gridano: fate sedere il vecchio, nel frattempo che gli spartani l’avevano già fatto sedere», raccontava orgoglioso Buttafuoco nei giorni della Mostra. Rivendicando la libertà delle scelte a dispetto di tutte le critiche piovutegli addosso. Perfino il premio come miglior restauro — deciso da una giuria di studenti di cinema — è andato alla Cineteca di Bologna per La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, un’opera del 1960 tratta da un racconto di Bassani e considerata una delle più importanti mai realizzate sul fascismo italiano.
Ha dimostrato, la Mostra del cinema, che l’arte non può farsi irregimentare dalla politica e non può avere nulla a che fare con la propaganda. Lo spazio riservato alla causa palestinese con Naza, premio speciale della giuria, e Citizen Osama, presente fuori concorso con la vera storia di un giornalista palestinese e della sua terribile quotidianità, hanno rotto qualsiasi velo di ipocrisia e di cautela e reso vane le proteste che l’anno scorso erano arrivate fino al Lido. La realtà è stata assorbita dal cinema, sulle guerre come sul tema del lavoro (il bon petit soldat di Brizé, il Leone d’argento di Possible love). È una buona notizia per un’istituzione culturale come la Biennale, e per tutti noi.