Viviamo in un tempo cattivo con rapporti incrudeliti a tutti i livelli. Da qui la santificazione delle maniere dure. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità

Roma, 20 luglio: una manifestazione per Abderrahim Fakir

(di Michele Ainis – repubblica.it) – C’è un’altra vittima nel doppio caso che sta incendiando le cronache. Non una persona in carne e ossa, come i due rapinatori uccisi a freddo da un gioielliere a Grinzane Cavour. O come Fakir, morto a Bologna durante un fermo di polizia. L’altra vittima è un’idea: il diritto. E di conseguenza i suoi custodi: la magistratura e il capo dello Stato.

Qual è infatti il collante che lega i due episodi? L’uso sproporzionato della forza. Una forza privata, nel caso del gioielliere Mario Roggero. Una forza pubblica, nel caso di Fakir. L’una e l’altra, tuttavia, sottostanno alle regole giuridiche. Che giustificano la legittima difesa, ma soltanto quando sia l’unico mezzo per fronteggiare un pericolo incombente, mentre Roggero ha usato la sua calibro 38 a rapina conclusa, inseguendo i rapinatori e colpendoli alle spalle. E che ovviamente autorizzano l’uso della forza da parte della polizia, ma non la pena di morte, sia pure nei confronti del criminale più incallito.

Questo, però, è un tempo cattivo, d’umori incrudeliti, d’insofferenza all’impero delle regole. Succede nei rapporti fra gli Stati, con il ritorno delle guerre, militari o commerciali. E con la crisi, perciò, del diritto internazionale, nonché degli organismi che se ne fanno interpreti, dall’Onu alla Corte penale internazionale. E succede nei rapporti civili, ormai sempre più incivili.

Da qui la santificazione delle maniere forti. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità. Così, una riforma del 2019 ha allargato lo spettro della legittima difesa. Mentre quest’anno l’ultimo decreto sicurezza ha introdotto uno scudo penale per gli agenti. D’altronde i decreti sicurezza si rincorrono uno dopo l’altro, sempre all’insegna dell’intolleranza, sempre sull’onda d’un fatto di cronaca, dal decreto rave al decreto Cutro o al decreto Caivano.

E tuttavia non basta, non basta mai. Sicché il Consiglio dei ministri vara la «norma anti maranza», che abbassa la soglia dell’imputabilità a quattordici anni, calpestando il buon senso, oltre alla disposizione costituzionale che protegge «l’infanzia e la gioventù» (articolo 31).

A sua volta la Lega deposita una proposta di legge che allarga ulteriormente le maglie della legittima difesa, sul modello del Far West. Il ministro della Giustizia predispone la grazia per Roggero, scavalcando il Quirinale, che reagisce con irritazione. Infine la nostra premier, Giorgia Meloni. Offre copertura politica all’iniziativa del ministro. Critica le norme che stabiliscono un risarcimento per i familiari dei due rapinatori uccisi. Contesta le tre sentenze che hanno mandato in carcere il gioielliere.

E allora monta un clima avvelenato. Ai giudici arrivano minacce, insulti, messaggi d’odio. Tanto che l’Associazione nazionale magistrati lancia un allarme, e al contempo esprime solidarietà per i colleghi sotto attacco «per il solo fatto di avere applicato la legge dello Stato sull’omicidio e sulla legittima difesa».

Ma la pressione politica diventa sempre più stringente. E a farne le spese, in ultimo, è il presidente Mattarella. Potrà opporsi alla nuova legge sulla legittima difesa, pur avendo già espresso i propri dubbi nel 2019, accompagnando con una lettera la promulgazione della legge precedente? E potrà opporsi alla grazia per Roggero, reclamata a mani tese dal governo?

Ecco, l’antico istituto della grazia. Rappresenta — diceva Montesquieu — «il più bell’attributo della sovranità». Che infatti si trasmise dagli imperatori romani ai re delle monarchie assolute. I costituenti, perciò, ne investirono il presidente della Repubblica, ma i suoi atti vanno sempre controfirmati da un ministro. E attraverso la controfirma il potere di grazia si trasformò, di fatto, in una decisione necessariamente condivisa.

Poi, a metà degli anni Duemila, s’innescò il caso di Sofri e Bompressi. Il presidente Ciampi era orientato a graziarli, il ministro Castelli invece no. S’aprì un conflitto di attribuzioni. E la Consulta (sentenza n. 200 del 2006) dette ragione al primo. Perché il governo è un organo politico, e se decide sulla grazia ne snatura il carattere arbitrale — di estremo rimedio contro la summa iniuria del diritto — col rischio di graziare gli amici lasciando in carcere i nemici.

Da allora in poi questo potere spetta soltanto al presidente. Ma il presidente è un uomo solo, come è solo ciascun magistrato. Sta a noi sorreggerne il mandato.