
(Giancarlo Selmi) – Mancava solo la regia di Leni Riefenstahl. Poi gli ingredienti del racconto agiografico di tempi andati ci sarebbero stati tutti: la scenografia studiata, la claque, le bandiere distribuite, le inquadrature compiacenti e infine i titoli dei rotoli di carta igienica del regime mediatico – Libero, Il Giornale, Il Tempo, La Verità. Quest’ultimo, peraltro, con un nome davvero bizzarro per un giornale impegnato nella propaganda di regime. Quella di ieri non è stata una manifestazione. Una manifestazione chiama in piazza chiunque voglia partecipare e si espone al rischio del dissenso, dei fischi, dell’urlo non previsto. Quello di ieri è stato un raduno di partito, organizzato su invito e con una claque trasportata, sistemata e pagata. Proprio il metodo che Giorgia Meloni rimproverava alla sinistra quando sedeva all’opposizione.
Figuranti, dunque. Distribuiti negli spazi con sapiente architettura, affinché fotografie e video moltiplicassero l’effetto visivo di una partecipazione ben più modesta dei numeri sbandierati. I baresi? Tenuti fuori dalla festa dell’autoglorificazione. Molti erano altrove, nelle piazze del dissenso, a denunciare l’assurdità di una celebrazione del potere mentre il Paese boccheggia. Perché la piazza vera è pericolosa. La piazza vera non applaude a comando, non fa la ola quando parte il vittimismo, non agita bandiere consegnate all’arrivo. La piazza vera può ricordare i fischi di Taranto. Può far vacillare la narrazione trionfale. Può domandare conto dei sondaggi, della distanza crescente tra propaganda e realtà, tra il consenso esibito e quello effettivamente rimasto. Meglio allora un pubblico selezionato davanti al quale mettere in scena l’ennesimo comiziaccio: le colpe sono sempre degli altri, i risultati sempre straordinari, gli avversari nemici da dileggiare e insultare.
Magistrati, rossi, stranieri, oppositori, giornalisti non allineati. Tutti colpevoli, tranne chi governa. Tutto un repertorio di rancore, vittimismo e autoincensamento, condito persino con la “riforma della maturità” presentata come prova dell’azione salvifica del governo. E poi una caterva di menzogne. Ma una risposta ai problemi veri, nemmeno l’ombra. Quante promesse elettorali sono state mantenute? In che cosa questo governo sarebbe diverso da quello precedente, bersagliato da Meloni con post indignati quando era all’opposizione? Che cosa è stato fatto contro l’inflazione, i salari sempre più bassi e il costo dei carburanti? Perché non si colpisce seriamente la speculazione? Perché gli extraprofitti, ormai profitti strutturalmente smisurati, restano sostanzialmente intoccabili? Perché chi evade, sottopaga e specula continua a essere protetto, mentre lavoratori e famiglie vengono spremuti?
Su questo? Silenzio. Nessuna parola sulle promesse tradite. Nessuna spiegazione sulle condizioni materiali del Paese. Nessun bilancio serio sul potere d’acquisto crollato, sulla sanità pubblica allo stremo, sulla scuola, sulla precarietà, sulla povertà e sui disabili scaricati nella terra di nessuno. Nessuna risposta sul fatto che, dietro la retorica della “madre e cristiana”, ci sia un governo che lascia affamare i bambini e abbandona chi avrebbe più bisogno dello Stato. Solo autoglorificazione. Solo nemici da additare. Solo successi inesistenti da proclamare davanti a chi era stato portato lì per applaudire. E allora la domanda resta: che cosa avrebbe detto Giorgia Meloni di questo governo se fosse ancora all’opposizione?
Probabilmente avrebbe pubblicato uno dei suoi post a effetto, denunciando ogni rincaro, ogni promessa mancata, ogni famiglia in difficoltà. Oggi, invece, governa e tace. O meglio: parla moltissimo, purché non debba parlare dei problemi reali e delle responsabilità proprie. Forse il punto non è che non sappia governare. Forse sa perfettamente a chi togliere e a chi dare, chi proteggere e chi sacrificare. Sa quali interessi premiare, quali rendite difendere, quali amici accontentare. E sa anche che, per nascondere tutto questo, serve uno spettacolo ben confezionato: pullman, bandiere, figuranti e giornali pronti a trasformare una claque in un bagno di folla. Fuffa, solo fuffa, irrimediabilmente fuffa. Ma montata bene, fotografata meglio e applaudita a comando.
Che tristezza. Per il Paese e, prima o poi, anche per i suoi tifosi.
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LA MELONI CON ANNI DI ALLENAMENTO BERLUSCONIANO HA LA FORZA DI MENTIRE AL POPOLO ITALIANO CON LA DISINVOLTURA PIU’ ASSOLUTA …. E CHE L’OPPOSIZIONE NON NON HA….MENO MALE CAXXO!!!!
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Ci hanno copiato! Praticamente come in 🇮🇹…!
La Corte Suprema della Russia ha confermato la prima sentenza nei confronti dell’ex vice ministro della Difesa, Timur Ivanov: 13 anni di reclusione e una multa di 100 milioni di rubli. Decisioni relative al caso di appropriazione indebita di fondi durante l’acquisto di traghetti per il collegamento di Kerch e al prelievo di oltre 3,9 miliardi di rubli dalla banca “Intercommerce”. La seduta della Corte Suprema è durata più di sei ore e si è svolta a porte chiuse a causa della presenza di informazioni riservate nei documenti. Ivanov ha partecipato all’udienza personalmente. Anche il suo ex subordinato, l’ex capo di “Oboronlogistika”, Anton Filatov, è stato trasferito a Mosca.
La prima sentenza nei confronti di Ivanov è stata emessa dal Tribunale cittadino di Mosca il 1° luglio 2025. L’ex vice ministro è stato riconosciuto colpevole di appropriazione indebita su larga scala e di riciclaggio di denaro ottenuto illegalmente. Oltre ai 13 anni di reclusione e alla multa di 100 milioni di rubli, gli è stato proibito di ricoprire incarichi amministrativi per quattro anni ed è stata disposta una pena accessoria di due anni di libertà vigilata al termine della pena.
A Ivanov sono state inoltre revocate le onorificenze statali, tra cui le medaglie “Per i meriti verso la Patria” di III e IV grado. I beni e gli immobili sequestrati agli imputati sono stati trasferiti al patrimonio dello Stato.Anton Filatov, nello stesso caso, ha ricevuto una condanna a 12,5 anni di reclusione e una multa di 25 milioni di rubli.
Uno degli episodi riguarda l’acquisto di due traghetti per il collegamento di Kerch. Nel 2015, “Oboronstroy”, attraverso società controllate, doveva acquistare urgentemente le navi all’estero, poiché, dopo l’annessione della Crimea alla Russia, gli acquisti diretti erano stati resi più difficili dalle sanzioni occidentali.Per effettuare l’operazione, è stata utilizzata una catena di società straniere. Due traghetti sono stati acquistati dalla società hongkonghese Tourinvest Services Limited per 12,41 milioni di euro, e nell’ottobre 2015, “Oboronlogistika” li ha acquistati allo stesso prezzo.
Secondo l’accusa, i fondi sono stati trasferiti all’estero attraverso transazioni valutarie fittizie e società straniere controllate, sotto forma di acquisto di attrezzature.
Su richiesta della Procura Generale, sono stati sequestrati a Ivanov e alle persone ad esso collegate beni per un valore complessivo di circa 1,2 miliardi di rubli. La tenuta di Sofia Volkonskaya nel centro di Mosca, quasi 30 terreni nelle regioni di Mosca, Tver e Carelia, 35 automobili e motocicli, armi d’antiquariato, orologi e dipinti sono passati alla proprietà dello Stato.
È in corso un secondo procedimento penale contro Ivanov, relativo alla ricezione di tangenti. Gli vengono contestati diversi episodi, tra cui la ricezione di 152 milioni di rubli da Alexander Fomin, capo della società “Olimpcitystroy”, in cambio di favori di servizio. L’importo totale delle tangenti contestate in questo caso supera i 1,4 miliardi di rubli.
In precedenza, Ivanov aveva anche chiesto di essere trasferito nella zona dell’operazione militare speciale, ma era stato respinto. Il tentativo di impugnare questa decisione non ha avuto successo.
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fuffa…solo fuffa…..: dopo 4 anni di “nulla”….era logico…….!!!
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*A PROPOSITO DI LONGEVITA’ DI GOVERNO..QUELLO PIU’ LONGEVO FU DI MUSSOLINI…. DURO’ UN VENTENNIO E TUTTI NOI ANCORA OGGI NE PAGHIAMO LE TRAGICHE CONSEGUENZE.*
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Bravo Selmi! “Fuffa, solo fuffa, irrimediabilmente tr-uffa!”
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