Indagine sui sostenitori di Futuro Nazionale: piacciono i temi identitari e l’estremismo è percepito come sincerità

Vannacci, boom nei sondaggi e voti di rabbia: così la destra tradita porta in alto l’ex generale

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Chi si aspettava di trovare dietro il consenso crescente al partito del generale Roberto Vannacci – dai sondaggi tra il 7% e l’8% – un programma politico condiviso punto per punto resterà probabilmente deluso. Le testimonianze raccolte in un’indagine qualitativa tra i suoi elettori raccontano un’altra storia che fa emergere non l’adesione a un progetto, ma la sedimentazione di un sentimentoE i sentimenti, in politica, contano spesso più dei programmi.

La protesta e la frattura a destra

Tra le risposte libere sulle motivazioni al voto per Futuro nazionale ricorre una parola più delle altre: protesta. «Per protesta»«per infliggere una lezione al centrodestra che rifiuta Vannacci»«provo a cambiare, a vedere se si muove qualcosa». Non è un caso che molte di queste voci provengano dallo stesso campo che nel 2022 ha consegnato a Fratelli d’Italia e alla Lega una maggioranza assoluta.

È qui il primo dato politico rilevante, perché non si tratta di uno spostamento di elettorato da sinistra a destra, ma di una frattura interna alla destra stessa. Un elettorato che si sente tradito da chi ha votato, non conquistato da chi non ha ancora votato. Psicologicamente, è un voto relazionale che, prima ancora di guardare a cosa propone Vannacci, punisce coloro che hanno promesso e non mantenuto. «Lo sfinimento di promesse fatte e non mantenute», afferma qualcuno in tono quasi urlato per rabbia.

Il simbolo del polso di ferro

C’è poi un secondo filone, altrettanto ricorrente nelle dichiarazioni: «ha il polso di ferro»«sembra una persona seria e affidabile»«determinato e con le idee chiare». Qui il generale funziona come figura simbolica prima ancora che come proposta politica. La divisa, il grado militare, la comunicazione diretta e priva di mediazioni vengono letti come garanzie di fermezza in un contesto, quello della politica italiana contemporanea, percepito come ambiguo, lento, incapace di mantenere la parola data.

Identità e minaccia simbolica

Per Vannacci non è tanto ciò che dice a convincere, quanto ciò che sembra rappresentare. Il nucleo tematico più citato in assoluto resta però quello classico dell’area identitaria: immigrazione, sicurezza, «delinquenza di nuova generazione», difesa personale, famiglia tradizionale, controllo delle frontiere. Temi che il centrodestra di governo ha amministrato con pragmatismo istituzionale, ma che una parte del suo elettorato ha vissuto come un tradimento, non come responsabilità di governo. Dietro queste risposte si intravede una percezione di minaccia simbolica, perché non è in gioco solo il tema della sicurezza, ma la tenuta di un ordine sociale e valoriale percepito in erosione. Vannacci intercetta questa ansia con un linguaggio diretto che i partiti tradizionali, vincolati alle mediazioni di governo, non possono permettersi.

Tra élite e popolo

Un terzo filone, più esplicitamente ideologico, inquadra il voto in chiave populista: «non fa parte della cerchia degli amici di Schlein e Meloni»«per il popolo» , «popolo sovrano». È significativo che alcuni elettori mettano sullo stesso piano la premier di centrodestra e la segretaria del Partito Democratico. Segno che la frattura percepita non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse alto-basso, palazzo-cittadini, élite-popolo. È la stessa grammatica che ha alimentato, con declinazioni diverse, molti fenomeni populisti degli ultimi quindici anni in Europa. Colpisce che la radicalità di posizioni espressa nei verbatim come «remigrazione», «uscita dall’Ue», «rottura con l’atlantismo sulla guerra in Ucraina» non venga nascosta o minimizzata, ma rivendicata apertamente come merito.

L’estremismo come prova di sincerità

In un’epoca in cui il linguaggio politico mainstream tende alla cautela e al compromesso, l’estremismo dichiarato diventa paradossalmente prova di sincerità e trasparenza agli occhi di chi lo sceglie. Non è ambiguità, sembra dire questo elettorato, ma finalmente «qualcuno che dice le cose come stanno!». Non manca, infine, una componente più cupa e rassegnata. «Credo ormai sia un Paese fallito», dice qualcuno; «è l’ultima speranza per salvare l’Italia», afferma un altro. È un pattern psicologico che merita un’attenzione specifica, perché quando la sfiducia nel sistema nel suo complesso diventa importante, l’investimento emotivo residuo si concentra tutto su una singola figura, percepita come radicalmente diversa da tutte le altre. Non è più una scelta politica razionale tra alternative, ma una scommessa quasi disperata su un’eccezione.

Il baratro della fiducia nei partiti

I sondaggi confermano questa lettura. La tabella di Only Numbers sulla fiducia nei partiti politici fotografa un quadro impietoso. La fiducia generale dei cittadini nei partiti politici italiani si ferma al 14,2%, ma varia molto in base all’orientamento di voto: sale al 26,6% tra gli elettori di FdI, al 19,4% tra quelli della Lega, al 14,4% tra quelli del Pd, al 13,1% tra quelli del M5S e al 15% tra quelli di Azione. Si distinguono nettamente i sostenitori di FI, con il 40,4%, mentre all’estremo opposto si collocano gli elettori di Vannacci, che esprimono fiducia nei partiti politici in generale solo nel 5,7% dei casi.

Un consenso che si muove “contro”

Questa erosione trasversale spiega perché il consenso, quando c’è, tenda a spostarsi dal partito alla persona. Per l’elettore sfiduciato, l’unica scommessa possibile diventa quella su un individuo percepito come diverso, che intercetta questa ansia con un linguaggio diretto che i partiti tradizionali, vincolati alle mediazioni di governo, non possono permettersi. A questo punto, se c’è un filo che tiene insieme risposte tanto diverse, dalla rabbia ideologica alla resa rassegnata, dal desiderio di ordine alla rivendicazione identitaria, è che il consenso a Vannacci si costruisce più contro qualcosa che per qualcosa. Contro un governo di centrodestra percepito come inefficace nonostante la maggioranza assoluta; contro un’élite trasversale che include indistintamente Meloni, Schlein e gli altri leader; contro un establishment europeo giudicato incapace di ascoltare. Anche al referendum di marzo sulla giustizia in molti si sono mobilitati per esprimersi contro Meloni, contro il governo, contro la riforma.

Il monito per il centrodestra

Tutto ciò non rende il fenomeno meno politico, semmai il contrario, perché i voti di reazione, quando si sommano, cambiano gli equilibri con la stessa forza di quelli di adesione. Questo segnala ai partiti di centrodestra il rischio concreto di aver amministrato il potere con pragmatismo, convinti che bastasse a governare. E la tenuta del governo, da sola, non sembra bastare a trattenere un elettorato che, in cambio del voto, aveva chiesto una promessa di rottura.