
(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «La disposizione impugnata introduce una misura sospensiva che opera in modo automatico e generalizzato, senza prevedere alcun criterio di graduazione o differenziazione in relazione ai diversi stadi dei procedimenti autorizzativi già pendenti»; per tale motivo si rivela «intrinsecamente irragionevole». È il giudizio espresso dalla Corte Costituzionale sulla norma della regione Sardegna sulle aree idonee per costruire impianti alimentati da fonti rinnovabili. Il regolamento sospendeva le pratiche in corso e vietava nuove richieste nelle aree non idonee, salvo eccezioni limitate. Secondo quanto stabilito dalla Consulta, la Regione ha superato le proprie competenze violando i principi statali e gli obiettivi europei sulla transizione energetica. La norma, continua la Corte, avrebbe così determinato «un ostacolo al conseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione e di massima diffusione delle fonti energetiche rinnovabili».
La sentenza della Corte Costituzionale è stata rilasciata il 10 giugno ed è stata depositata ieri, 23 luglio. Con tale decisione, la Consulta conferma l’orientamento della sentenza emanata nel dicembre del 2025, in cui stabiliva che «la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un aprioristico divieto di installazione» degli impianti da fonti rinnovabili. In questo, la norma è stata ritenuta illegittima per una violazione dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza sanciti dall’articolo 3 della Costituzione, poiché avrebbe bloccato senza distinzione i procedimenti senza considerare lo stato di avanzamento procedurale. A presentare ricorso contro la legge era stato l’esecutivo Meloni, che tra le varie cose contestava alla Regione una violazione dell’art. 117 terzo comma della Costituzione, relativo alla divisione delle competenze tra Stato e regioni; anche in quest’ambito, la legge sarda è stata dichiarata illegittima.
La norma sarda sulle aree idonee individuava le zone del territorio regionale in cui sarebbe stato possibile – e quelle in cui non sarebbe stato possibile – realizzare impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile, distinguendoli per categoria (eolico, fotovoltaico, termodinamico ecc.) e taglia (piccola, media e grande). Per quanto riguarda le aree non idonee agli impianti eolici, l’allegato alla legge individuava una quarantina di categorie, tra cui, ad esempio, i parchi naturali e le riserve, nelle quali la realizzazione degli impianti era vietata. La disciplina si sarebbe applicata «a tutto il territorio della Regione, ivi comprese le aree e le superfici sulle quali insistono impianti a fonti rinnovabili in corso di valutazione ambientale e autorizzazione, di competenza regionale o statale, ovvero autorizzati che non abbiano determinato una modifica irreversibile dello stato dei luoghi».
Il tema è particolarmente sentito in Sardegna. Nel corso degli anni, i cittadini hanno organizzato numerose proteste per contestare la realizzazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili, ritenuti frutto di operazioni speculative. Nel 2024 è nata anche la cosiddetta “rivolta degli ulivi”, contro gli espropri legati al Tyrrhenian Link, il cavo sottomarino che collegherà la Sardegna alla penisola per trasportare l’energia elettrica prodotta sull’isola. I lavori per l’infrastruttura sono iniziati all’inizio del medesimo anno, mentre a novembre è stato sgomberato il presidio organizzato dai cittadini nelle aree interessate dagli espropri. La mobilitazione si è spostata anche sul piano giuridico: a gennaio 2025 è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per bloccare definitivamente la realizzazione degli impianti non ancora autorizzati o completati, il cui iter risulta ancora sospeso. Gli attivisti hanno proseguito le proteste e, per questo, sono stati destinatari di denunce e accusati di reati quali danneggiamento e violenza privata.
Sono due gli aspetti che colgo nell’articolo: quello giuridico e quello sociale.
Quello giuridico è netto: la regione Sardegna ha adottato una disciplina che, per come è stata costruita, ha oltrepassato i limiti delle proprie competenze e ha introdotto un blocco generalizzato incompatibile con il quadro nazionale ed europeo; l’irragionevolezza di cui parla l’articolo.
Il punto è sempre lo stesso: bisogna stabilire COSA si fa e anche COME si fa; il “cosa” da solo non è sufficiente.
Ma il fatto che lo strumento giuridico utilizzato dalla regione fosse illegittimo non significa che il problema politico e sociale che lo ha prodotto fosse inventato.
a) Problema energetico
La Sardegna ha un potenziale enorme per eolico e fotovoltaico, ma il problema è: quanto è necessario produrre localmente e quanto invece si vuole produrre per esportare?
Il Tyrrhenian Link cambia completamente la prospettiva; se costruisco impianti rinnovabili per sostituire produzione fossile locale, il sacrificio territoriale può essere percepito in un modo.
Se invece costruisco enormi quantità di impianti e poi realizzo un collegamento sottomarino per trasferire una parte significativa dell’energia verso la penisola, la popolazione, in primis quella locale, può percepire la Sardegna come territorio sacrificabile per la transizione energetica.
Questa percezione può essere politicamente molto potente, anche se il sistema elettrico nazionale, specie se ben integrato con quello europeo, non può essere ragionato in termini puramente regionali.
Andrebbe anche ricordato che la Sardegna per decenni ha avuto problemi di energia costosa e insufficiente per sostenere attività industriali; emblematici sono i casi di Alcoa ed Eurallumina; due stabilimenti che chiusero proprio per problemi energetici.
Pare si stia facendo strada il passaggio, o almeno l’avvicinamento, da un sistema basato sul PUN a una maggiore valorizzazione dei prezzi zonali.
Quindi, se la Sardegna dovesse diventare una zona con grande eccedenza produttiva, il prezzo dell’energia nella zona potrebbe (il condizionale è d’obbligo, ma non divaghiamo) essere più basso rispetto alle aree importatrici.
Il vantaggio energetico potrebbe inoltre essere utilizzato per sviluppare attività industriali.
Forse la Sardegna non dovrebbe chiedere semplicemente meno rinnovabili; dovrebbe chiedere che il valore economico dell’energia prodotta sul suo territorio resti in misura molto maggiore nell’economia sarda.
b) Il problema ambientale e paesaggistico
Non si può sostenere che ogni pala eolica o ogni ettaro di fotovoltaico sarebbe una devastazione ambientale, è chiaramente eccessivo.
Dall’altro lato non si può nemmeno dire che, essendo l’energia rinnovabile “verde”, qualsiasi impatto territoriale debba essere automaticamente accettato.
Quindi il tema non è rinnovabili si/no; il tema è: quali impianti, in quali luoghi, con quale dimensione e con quale beneficio per il territorio?
c) La trasparenza
E’ questo, secondo me, forse il punto più delicato.
La protesta dei sardi nasce proprio dalla mancanza di trasparenza.
Il problema non è solo costruire o meno un impianto; è altrettanto, se non più, importante sapere chi lo ha proposto? come è stato selezionato? chi guadagnerà? perché proprio lì? chi ha deciso? quali alternative sono state considerate?
Se a queste domande non si risponde in modo trasparente, il termine “speculazione” diventa inevitabile, anche quando il progetto è tecnicamente ed economicamente sensato.
La mia impressione è quindi che la Consulta abbia probabilmente risolto il problema giuridico, ma non quello politico-sociale.
Anzi, una sentenza che elimina lo strumento con cui la regione cercava di fermare i progetti potrebbe persino aumentare la tensione sociale, se non viene accompagnata da regole molto più trasparenti sulla pianificazione e sulla distribuzione dei benefici.
Rinnovabili si, ma per fare COSA? e COME farle?
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