Vertice Nato, Meloni arriva per ultima poi la cena ad alta tensione: “Trump? Rapporti cordiali”. Al tavolo che apre i lavori le sedie del padrone di casa e del segretario Rutte separano la presidente del Consiglio dal tycoon

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ANKARA – Di nero vestita, Giorgia Meloni solca la hall dello Sheraton al termine di una cena complessa, consumata allo stesso tavolo di Donald Trump. Ha di fronte i cronisti, tira dritto con un sorriso accennato: «Ecco il plotone d’esecuzione…». Giornata faticosa, incroci pericolosi. Non può neanche fumare, ha smesso di recente. E quindi poche parole, discretamente gelide, volutamente distaccate. «Come è andata con il Presidente Usa? Rapporti cordiali». Il minimo sindacale della diplomazia, forse anche un po’ meno. Il passo accelera, non c’è alcuna intenzione di parlare del meme insultante del tycoon. «Ma c’è stato un chiarimento?». «Vi ho già risposto».
Meloni al vertice Nato dribbla i giornalisti: “Chiarimento con Trump? Ho già risposto”
La cena, dunque. Il tavolo è lo stesso, la distanza di sicurezza garantita alla presidenza turca: un paio di sedie dividono la premier dal presidente americano. Meloni siede tra Mark Rutte e Keir Starmer. Fino all’ultimo, il cerimoniale si confronta con l’organizzazione del summit, ma si sa: quando gioca in casa, decide tutto Erdogan. E d’altra parte, sarebbe stato peggio finire esclusa dai nove big selezionati per mangiare al desco del Sultano. Di fatto, un G5 senza il canadese e il giapponese.

La conversazione, almeno così giurano fonti qualificate, corre lungo binari politici, o comunque: per quanto questo sia possibile senza scontri personali con Trump. Si discute di lavoro, soprattutto di Nato. Il presidente americano ce l’ha con gli europei, li ha insultati cinque ore prima di cenarci e adesso se li ritrova di fronte, il dossier è delicato. Ma forse, per Meloni è anche meglio così: politica, sicurezza, Ucraina e Hormuz sono meglio che scendere su un piano conviviale, visti gli argomenti insultanti utilizzati nei giorni scorsi da leader Maga. La presidente del Consiglio evita di mostrarsi offesa e silenziosa: impossibile ipotizzare chiarimenti più o meno pubblici con l’inquilino della Casa Bianca.
Quando rientra in hotel, però, si intuisce che il faccia a faccia tra i big continentali e l’americano è stato impegnativo, quantomeno. E comunque, non è ancora il momento di tornare sul meme, perché significherebbe esporsi durante la giornata di lavori di oggi alla “ritorsione” trumpiana. Semmai, ne parlerà a vertice concluso in un punto stampa con i cronisti italiani.
È un giorno intero che va così, d’altra parte: manovre di avvicinamento millimetriche, senza troppo rischiare. L’arrivo, ad esempio: l’italiana decolla alle 17.40 (ora di Ankara) e atterra dopo le 20. Tutti i leader sono già nella capitale turca da un paio d’ore. A ridosso dell’avvio della serata vengono accolti Friedrich Merz ed Emmanuel Macron. Poi, per ultimo (anzi, penultimo) tocca Trump. In cima alla scalinata lo salutano Erdogan e consorte. Foto di rito, i tre si girano e, seguiti dall’intero cerimoniale d’accoglienza, entrano nel palazzo. Si chiudono le porte. La banda militare in abiti tradizionali si rilassa, qualcuno rompe le righe. Le telecamere indugiano sugli scudi, gli elmi, i baffi, le mezzelune. Il circuito chiuso della Nato tentenna, infine stacca la diretta. E Meloni, dov’è Meloni?
Non c’è, non ancora. Si presenterà poco dopo. Accolta da un ministro, sembra. Ritardo tattico, scelta utile a evitare incroci pericolosi? Oppure, come circola, un errore di percorso del corteo che le fa perdere una decina di minuti? All’inizio si propende per la tesi dell’intenzionalità che mira a schivare spiacevoli sorprese con Trump, anche perché la foto di famiglia dei trentadue leader mostra la presidente del Consiglio tra Pedro Sanchez ed Emmanuel Macron, distante almeno quattro capi di governo dall’americano. Tutto questo finché non trapela la composizione del tavolo: la premier siede a pochi metri dal tycoon, quindi sarebbe comunque inutile esagerare con le tattiche diversive.

E d’altra parte, qualche indizio di un percorso di timido, scettico riavvicinamento si registra per tutto il giorno. Ad esempio, Antonio Tajani riesce a costruire un bilaterale con Marco Rubio, in agenda a tarda sera. Un ruolo pare averlo avuto anche l’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, che pare abbia chiamato direttamente Trump cercando di smussare qualcosa, sperando di evitare lo scontro finale. Non ha evitato il meme della discordia, comunque, né il gelo di Ankara. «Rapporti cordiali».
Aspettiamo di sentirla……sulla Groenlandia……!!!!
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