Dal “piuttosto che” dell’italo-vivo alle “missioni di pace” per le guerre di aggressione: cosa si è disposti a dire per convincere e ingannare la gente (a botte di propaganda)

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidino.it) – […] Per loro sfortuna, i politici odierni devono (ancora) fare i conti col suffragio universale:
Siccome per farsi votare non ci possono ipnotizzare, né costringerci con la forza, né possono abolire le elezioni – anche se l’astensionismo crescente li aiuta nell’obiettivo di dover rendere conto a un sempre minor numero di cittadini – a questi individui, in attesa che l’Intelligenza Artificiale prima o poi li sostituisca del tutto, rimane un solo mezzo per ottenere consenso e conquistare o mantenere il potere: la parola. Sulla parola si fonda da sempre la propaganda; la parola ha soggiogato le masse e ha rovesciato i troni e gli altari; ma il modo in cui lo ha fatto, ebbene: quello è diverso a seconda di chi l’ha scritta o pronunciata e delle motivazioni che l’hanno mosso. (…).
[…] Intendiamoci: questi di adesso non hanno inventato niente. Da dove viene la frase “I centri in Albania funzioneranno; fun-zio-ne-ran-no!” di Giorgia Meloni? Da Cicerone e Quintiliano: è fondata sull’epanalessi, che è la ripetizione di una parola allo scopo di creare tensione comunicativa e amplificazione emozionale. (…). Meloni fa spesso ricorso all’iperbole (dal greco hyperbolé, composto da hypér, “oltre”, “sopra”, e bàllo, “lancio”, “getto”, col significato di esagerare o ridurre la rappresentazione della realtà): “Cercheremo gli scafisti per tutto il globo terracqueo”. (…). Il tono di voce, l’enfasi oratoria, il linguaggio non verbale (l’espressione seria, i tratti del viso induriti, la tensione muscolare, persino): tutto in lei mira a creare un clima emergenziale e una sensazione di accerchiamento. Così si ottiene un duplice risultato: distogliere l’attenzione dalla “struttura”, cioè dai rapporti di forza in ambito economico e geopolitico, e giustificare la mancata realizzazione delle promesse, se non proprio del programma di governo, come effetto dei bastoni messi tra le ruote da una generica “sinistra” che “tifa contro l’Italia”. Italia che, si badi bene, per Meloni è sempre “nazione”, termine che evoca comunità di sangue, stirpe, storia, cultura e lingua, e non “Paese”, sostantivo che deve apparirle troppo da Ulivo, da Festa dell’Unità di Modena. (…).
Salvini e Renzi hanno condiviso l’esortazione “aiutiamoli a casa loro”, verso persone che spesso non hanno nemmeno una casa. Contrariamente a quanto molti pensano, è stato Salvini a copiare a Renzi l’uso del termine “ruspa” (Salvini voleva usarla per “spianare tutti i campi Rom e i centri sociali”): fu Renzi nel suo libro Stil novo (2012) a elogiarne per primo l’uso, da sindaco di Firenze che una volta all’anno, come una sorta di sacrificio laico”, sale sulla ruspa per abbattere “qualcosa”, esaltando il “benefico, forse salvifico, potere della ruspa”. Stessa cosa per “professoroni”, un accrescitivo usato in senso denigratorio, condiviso in duplex dai due Matteo per indicare intellettuali rompiscatole, menagramo che bloccano le loro riforme con pretesti da azzeccagarbugli. (…). Una curiosità: da chi viene l’espressione “professoroni”? Da Marine Le Pen, da un discorso che ella pronunciò durante la Festa dei lavoratori, il ° maggio 2011, quando tenne a precisare peraltro che stava festeggiando Giovanna D’Arco, in un passaggio contro le élite europeiste. (…).
[…] Un disturbo sintomatico della neolingua Milano-centrica che ormai ha colonizzato la Roma dei Palazzi, nonché l’espressione che fa letteralmente ululare i miei sensori di pataccheria come i rilevatori di fumo nella fucina di Efesto, è il “piuttosto che” in funzione non avversativa né comparativa, le uniche due che la lingua italiana ammette, bensì in senso disgiuntivo, al posto di “oppure” e di “o anche”. Dalla peste del “piuttosto che” è affetto Renzi, che l’ha usato per fare gli infiniti elenchi della sua stagione da presidente del Consiglio: “Dobbiamo parlare con le imprese, piuttosto che con i sindacati, piuttosto che con le associazioni”, intendendo che voleva parlare con tutti e tre i soggetti; lo usa la romanissima Giorgia Meloni: “Posso immaginare, a esempio, un social housing piuttosto che un asilo nido”, intendendo che le due scelte si equivalgono; lo usa Vannacci, il difensore dell’italianità: “Un reato non può essere più reato se rivolto a un omosessuale piuttosto che a un nero, a uno zingaro o a un sinti” (…).
La guerra è genitrice di un vocabolario specifico, perlopiù costituito da antifrasi (“missione di pace” per guerra di aggressione), da ossimori (“attacco preventivo”, per giustificare un’aggressione), più spesso da eufemismi, usati allo scopo di attenuarne l’essenza violenta (“danni collaterali” per l’uccisione di civili, “intervento umanitario” per partecipazione ai combattimenti tra Paesi in guerra, o sedare rivolte popolari, o partecipare a golpe, destituzioni di leader, cambi di regime, “interrogatorio potenziato” per le pratiche di tortura a Guantanamo), burocratizzazione o medicalizzazione della guerra (“bombardamento chirurgico”, come se fosse un atto medico, “bombe intelligenti”, al fine di eliminare il sangue dalla scena bellica rappresentando i bombardamenti come un atto preciso, pulito e asettico), etc. La morte di migliaia di civili, dovuta a errori o a calcoli esatti come nel caso di Gaza rasa al suolo dall’esercito israeliano, fa parte dei “danni collaterali”. Anzi: per Gaza la manipolazione del linguaggio è stata radicale, fin dalla descrizione della situazione: chiamare “guerra” la punizione collettiva e il massacro deliberatamente programmato da Israele contro i palestinesi è pura fallacia, perché “la parola guerra” presuppone il dispiegamento di due eserciti sul campo, mentre a Gaza c’è uno Stato col suo esercito ipertecnologico che “guerreggia” contro una popolazione inerme. (…).
È interessante l’aggiornamento costante della propaganda bellica messo in atto dai governanti e diffuso dagli editorialisti dell’informazione mainstream, sempre seguendo la regola orwelliana per cui un termine, se occorre al regime che controlla la lingua di una comunità, può finire per significare il suo esatto contrario. Così il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro, inizialmente denominato “ReArm Europe”, è diventato il più delizioso e smart “Readiness2030”, “Prontezza2030” (che a sua volta è un ossimoro, dato che nessuno direbbe di essere pronto, però tra 5 anni), che deve essere sembrato più efficace agli esperti di comunicazione dell’Unione europea. (…). È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.
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“Siccome per farsi votare non ci possono ipnotizzare, né costringerci con la forza, né possono abolire le elezioni”.
Secondo me ci possono ipnotizzare (e lo fanno) coi media, costringerci con la forza della paura (bisogna votare per arginare il fascismo\comunismo), e possono anche abolire le votazioni (quando un governo piace al potere dura un sacco di anni, sostenuto dall’esercito mediatico, o mettere giù un bel governotecnicodelpresidente).
Sul resto concordo, la parola è un’arma, e distorcere le parole permette di distorcere le opinioni.
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”La lingua pensa per te….” Victor Klemperer che studiò la lingua del Terzo Reich, come cioè la comunicazione verbale, l’ uso di certe parole ed il loro significato abbiano il potere di plasmare la mentalità delle persone……Nel momento in cui l’ uso di certi termini diventa linguaggio comune, le masse sono già soggiogate al pensiero dominante, di cui parole e linguaggio sono espressione, in una sorta di automatismo mentale, linguistico, comportamentale …..ed il pensiero dominante è quello delle élite o gruppi di potere dominanti che gestiscono i sistemi di comunicazione affinché altri pensino ed agiscano per te, ovviamente con il tuo consenso da servitù volontaria….Perché la formazione dell’ opinione pubblica è il nodo fondamentale della dinamica, e quando la lingua pensa per te, la dinamica è perfettamente riuscita!
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