
(Andrea Zhok) – Nella notte c’è stato un pesantissimo attacco statunitense all’Iran nonostante fosse stato detto che sarebbero stati rispettati i giorni di lutto dichiarati per i funerali di stato di Khamenei. All’attacco su città costiere e postazioni navali, è seguita una risposta iraniana sulle basi americane in Bahrain e Kuwait.
Questo attacco è stato presentato dall’amministrazione americana come reazione ad alcuni colpi di avvertimento della marina iraniana su navi che cercavano di uscire dallo stretto di Hormuz attraverso un passaggio non concordato. Il carattere pretestuoso della reazione è palese: i colpi avevano prodotto danni minori ad una delle 3 navi commerciali che avevano cercato di forzare la mano.
Per l’Iran l’insistenza sul seguire la rotta prestabilita per passare dallo stretto di Hormuz ha un valore innanzitutto simbolico: si tratta di stabilire che d’ora in poi saranno loro a supervisionare il transito dallo stretto.
La reazione statunitense sembra difficilmente comprensibile in termini di strategia politica.
Sembra quasi un “fallo di reazione”, uno scatto di nervi di fronte alle impressionanti manifestazioni di massa dei funerali tributati a Khamenei (e non escluderei giochi un ruolo anche il nervosismo per il discredito mondiale ricaduto sugli USA dopo i magheggi di Trump per favorire la nazionale di calcio americana).
Considerando chi è oggi il comandante in capo dell’esercito americano, l’idea di una crisi di nervi che si esprime – American Style – non dall’analista, ma mettendosi a sparare, è assai plausibile.
Comprendere altrimenti quale possa essere il senso di questo attacco è arduo.
Esso probabilmente condurrà ad una nuova chiusura dello stretto di Hormuz, ad una nuova crisi di approvvigionamento di combustibile (senza aver ancora superato la precedente) e ad un’impasse, forse definitiva, nelle trattative di pace.
Se l’idea è di distruggere il morale degli iraniani, persino dei culturalmente deprivati come gli statunitensi dovrebbero aver capito che quella non è una strada percorribile.
La cosa più angosciante nei nostri tempi non è la crudeltà al potere, che pure non manca, ma l’odierna schietta irrazionalità del potere. La selezione delle classi dirigenti occidentali ha preso da tempo una china per cui di fatto vengono incoronati i peggiori. I casi di Trump e Nethanyahu sono solo quelli in cui il tratto psicopatologico è più manifesto e gli armamenti più imponenti, ma una carrellata sui leader dei maggiori governi europei (o della commissione europea) identifica in modo consistente come a gestire il potere siano persone che pochissimi cittadini vorrebbero avere come ospiti a cena.
Il sistema di selezione delle classi dirigenti nel modello liberaldemocratico – direttamente plutocratico o dipendente da plutocrazie operanti dietro le quinte – si è dimostrato un fallimento epico.
“Il sistema di selezione delle classi dirigenti nel modello liberaldemocratico – direttamente plutocratico o dipendente da plutocrazie operanti dietro le quinte – si è dimostrato un fallimento epico.”
Grande Andrea.
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la ricerca di senso nelle cose è un mestiere proprio di un filosofo, ma se il filosofo è imbevuto di apriori tale ricerca appare futile e monocorde. i criteri di selezione delle classi dirigenti liberldemocratiche sono assolutamente coerenti con gli obiettivi cleptocratici vigenti e l’orgia di suprematismi di ogni specie che caratterizzano i programmi di governo dei tre contendenti: USA Israele e Iran. trattasi di tre diverse proposizioni dello stesso concetto: noi siamo il popolo eletto e chi lo governa è autorizzato a fare quello che vuole. continuare a cianciare di un Iran anticapitalista o anticolonialista è francamente puerile, chi conosce in profondità quella società sa benissimo che l’attuale dirigenza ha le mani in pasta in molti dei business più redditizi del pianeta e che come la Russia è un economia fossile che deve al più presto emanciparsi da tale caratteristica e necessita di una narrazione utile per la transizione. sull’eccezionalismo Usa pesa l’arcinota dipendenza ecofinanziaria con i fossili alla quale si sono aggiungi la inarrestabile decadenza del sistema di Bretton Woods e il disastro del mantenimento della Nato come fenomenologia del softpower (il disastro ucraino è ogni giorno più drammatico, tanto che si prova a fare un poco di cassa con la licenza patriot all’Ucraina a guerra persa). Israele lotta per la sopravvivenza del progetto sionista che sta alla base della sua nascita: terra acqua e sostituzione etnica (arabo-israeliani in luogo di evrei askenaziti) non fa dormire tranquilli la cricca arroccata intorno a Netanyahu ed il sud del Libano è l’ultima spiaggia, per cui bisogna tenere occupato l’Iran (finanziatore di Hezbollah) in stato di perenne emergenza. Per cui il famoso MoU (voluto dalla business community) non poteva funzionare senza un inasprimento della guerra del Donbass ma Mosca non vuole questo quindi tutte le guerre della fine dell’era del fossile continuano…
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