
(Massimo Giannini – repubblica.it) – Da una parte c’è Belfast: nei nuovi Troubles, a trent’anni di distanza, precipita contro gli immigrati l’odio atavico che per un secolo ha dilaniato nazionalisti e lealisti, e riesplode nel cuore del Continente il conflitto socio-culturale ed etnico-politico che Trump ha scientemente riacceso in America. Dall’altra parte c’è Gran Canaria: sul “molo della vergogna” di Arguineguin, dove sei anni fa 3 mila disperati rimasero per mesi senza cibo né medicine, Leone XIV getta in mare una corona di fiori, dice ai profughi “mi inchino davanti alla vostra dignità, non siete numeri né fascicoli” e lancia il suo anatema all’Occidente, “un giorno si saprà se abbiamo saputo custodire l’umanità o lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”. Tra questi due estremi del pendolo della storia e della geografia — il primo violento e rabbioso, il secondo solidale e misericordioso — ci siamo noi. C’è l’Europa impaurita, che insegue i pifferai magici della destra nazionalista e xenofoba, i Farage in Gran Bretagna e le Weidel in Germania, i Bardella in Francia e gli Abascal in Spagna. E c’è l’Italia impoverita, che dopo aver ceduto al canto della sirena sovranista di Meloni ora sembra sedotta dalla marcetta militare e neo-fascista di Vannacci.
L’una e l’altra, nel decisivo biennio elettorale che ci aspetta, sembrano aver già capito quale sarà anche stavolta il campo di battaglia. Lo straniero. Il solito nemico “necessario”. Quello che sta avvenendo in Irlanda del Nord — dopo la tentata decapitazione di Stephen Ogilvie da parte di un rifugiato sudanese — sembra una prova generale di ciò che può succedere nelle banlieue di Lione, nei sobborghi di Bruxelles, nelle favelas di Rosarno. I penultimi che si rivoltano contro gli ultimi. Dove un tempo si massacravano i cattolici di Falls Road e i protestanti di Shankill Road, oggi il rancore reciproco si scarica sui “neri che rubano case e lavoro” ai residenti a basso reddito dei quartieri degradati. E politicanti cinici, addetti ai livori e impresari della paura sono lì, pronti a cavalcare ogni disagio, ogni frustrazione, ogni risentimento. La semina dell’odio funziona: il partito ultrà Reform Uk avanza impetuoso alle suppletive e manda l’avviso di sfratto a Starmer. Il partito neo-nazista tedesco Afd è diventata la seconda forza del paese col 20,8% e già prenota la Cancelleria di Berlino. La stessa cosa fanno i lepenisti a Parigi e i neo-franchisti a Madrid. Vogliono governare, promettendo ovunque il ripristino dei confini e la cacciata dei clandestini.
Ora li unisce una parola-chiave, che riassume in sé la grande promessa e la grande menzogna: “remigrazione”. Non basta più accogliere i regolari e respingere gli irregolari. Bisogna espellerli tutti, compresi quelli con diritto di asilo e permesso di soggiorno. Questo dicono il Movimento Identitario Europeo di Martin Sellner e la Rete dei Patrioti, Casa Pound e Veneto Fronte Skineads, che hanno addirittura presentato una proposta di legge in Parlamento. E questo sostiene anche Futuro Nazionale, il partito del mondo al contrario guidato dal generalissimo della Folgore scappato dalla Lega e innamorato della X-Mas. L’abbiamo sentito a Otto e Mezzo, Vannacci, spacciare barbarie per buon senso, contrabbandare rozzi pregiudizi per free spech, vaneggiare con agghiacciante semplicità di “rimpatri forzati”, di trasferimenti obbligati “nei paesi terzi”, di “esami di assimilazione”. Questo smerciano le destre razziste e turbo-populiste del prossimo turno, pronte a subentrare a quelle che hanno governato ma “hanno tradito tutte le promesse”. Come la Sorella d’Italia, ormai scavalcata dal suo nuovo “nemico a destra”: la formula complottarda della “sostituzione etnica” lei l’aveva teorizzata già nelle “Tesi di Trieste” del 2017 (“le frontiere si difendono”, “l’immigrazione non è un diritto, la cittadinanza lo è ancora meno”), e col racconto “cattivista” dei blocchi navali e dei porti chiusi ci aveva vinto le elezioni del 2022. Ma poi, arrivata a Palazzo Chigi, ha dovuto fare i conti con il diritto umanitario e con quello comunitario, con la Carta Onu e con la Costituzione, con i tribunali della Repubblica e con la Corte di Giustizia Ue. Cioè con la civiltà giuridica che per secoli ha reso questa parte di mondo migliore di tutte le altre. Perché riconosce i principi di libertà e di legalità, di dignità e di solidarietà, mentre garantisce i diritti civili e sociali di tutti, senza distinzione di sesso, di lingua, di razza, di religione.
Ma è proprio questa civiltà — e, insieme a essa, la democrazia che la rende possibile — che i nuovi sfascisti stanno prendendo a colpi di piccone. Pericolose caricature dei vecchi Bombacci e Farinacci, i nuovi Vannacci invocano patrie marziali e illiberali. Dove c’è un solo “spazio vitale”, quello della nazione e della tradizione, e una sola “legge di natura”, quella del sangue e del suolo. Tutto il resto — l’uguaglianza e l’accoglienza, lo Stato di diritto e il Nomos della Terra — è merce avariata e ormai vomitata dai popoli, sempre più “addestrati” a pensare e a votare con la pancia. È l’inutile orpello della deriva wokista e politicamente corretta. Il feticcio elitista dei progressisti decadenti che “vogliono far entrare tutti”. Il tragico problema — nell’ignavia delle sinistre occidentali che non hanno granché da opporre, a eccezione di Sánchez — è che questo truce storytelling ricomincia a far breccia nelle opinioni pubbliche. E condiziona le scelte delle tremebonde destre “moderate” dell’Unione riunite nel Partito popolare. Il nuovo “Patto su migrazione e asilo”, entrato in vigore proprio ieri, segna una netta regressione verso l’ideologia dell’apartheid cara alle destre estremiste. Controlli più stringenti alle frontiere, detenzioni negli hotspot anche per i minori, procedure d’asilo accelerate, espulsioni più facili, disciplina più lasca sui soccorsi in mare, un “tributo” pagabile per ogni migrante non ricollocato. Il “decalogo comunitario” dà un’altra mano di vernice sulla faccia feroce dell’Ue, scimmiottando quasi il modello brutale dell’Ice trumpiano. Ma rinvia ancora una volta la soluzione del problema. Che esiste, sia chiaro, e rischia di infiammare ovunque le prossime campagne elettorali. Ma andrebbe affrontato nella logica dell’integrazione, non della “deportazione”. Anche questa sarebbe una grande sfida per i riformisti, se esistono davvero. Gestire il fenomeno, senza ignorarlo. Comprendere e razionalizzare le angosce, senza criminalizzare chi le vive sulla propria pelle. Governare i flussi: con umanità sempre, con fermezza quando serve. L’esempio, nonostante tutto, resta la Merkel del 2015 che di fronte ai 6 milioni di profughi in arrivo dalla Siria non strillò né “cacciamoli tutti”, né “accogliamoli tutti”. Disse “Wir Shaffen Das”: ce la faremo. Così parla uno statista, pronto a sconfiggere qualunque generale. Altrimenti, ci resta solo un Papa coraggioso, che in quelle povere anime ferite, umiliate e naufragate sulle nostre coste ci chiede di vedere Gesù.
Il solito sermone antidiluviano di Giannini dei Parioli che lascia il tempo che trova ma che riscalda i cuori dei buonisti alla Veltroni . Ecco perché le destre vincono .
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