Gli organismi di garanzia – dalla Consob alla vigilanza Rai – dovrebbero essere in grado di lavorare sempre, impedendo che qualcuno, come il governo, forzi la mano

Quell’insofferenza ai poteri di controllo

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Che il governo Meloni abbia una sorta di allergia agli enti regolatori e di controllo, si è capito fin dai suoi primi passi. È stato evidente nel rapporto con la Corte dei conti, sfidata apertamente fino a toglierle – con legge ordinaria – poteri che le affida la stessa Costituzione. Nella gestione della Rai, che non ha un presidente perché la maggioranza non è riuscita a imporre chi voleva lei, con buona pace della funzione di garanzia che quella figura avrebbe dovuto assicurare.

Negli attacchi scomposti all’Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busia, reo di aver cercato di arginare l’indebolimento dei presidi di controllo quando si tratta di appalti e opere pubbliche. La sua presidenza scade a settembre, e chissà se almeno su quella il governo sentirà l’urgenza di trovare subito un sostituto.

Perché quel che sta facendo adesso, dopo aver fallito nel tentativo di mettere alla guida della Consob – l’autorità di controllo dei mercati finanziari – il sottosegretario leghista Federico Freni, è tirarla il più possibile per le lunghe. Come per l’Antitrust, che ha la sedia del presidente vacante dal 5 maggio, quando è scaduto il mandato di Roberto Rustichelli, nominato dal primo governo Conte al tempo dei gialloverdi. O per la Privacy, che è rimasta senza un suo esponente, ma procede come niente fosse nonostante tutto il collegio, a partire dal presidente Pasquale Stanzione, sia stato investito da un’indagine per peculato e corruzione che procede veloce e contesta spese pazze e favori estorti in cambio di indulgenza. Meloni non ha il potere di far decadere l’authority, né può farlo il Parlamento, questo è vero a meno che non si intervenga con una riforma straordinaria, ma quel che la presidente del Consiglio ha fatto finora è stato – semplicemente – disinteressarsene.

Così, il quadro che si compone è quello di un Paese attraversato da interessi fortissimi legati al mercato dei dati, alla concorrenza, alle istituzioni bancarie, all’equilibrio nelle comunicazioni, alla costruzione di grandi opere, in cui gli arbitri sono azzoppati e il rischio è che prevalga la legge del più forte. Esattamente quello che una democrazia funzionante dovrebbe saper evitare, per non essere svuotata dalla sua principale funzione: quella di tutelare tutti i suoi cittadini, contro ogni interesse di parte.

L’esempio più lampante è quel che sta accadendo intorno a Mps, Intesa San Paolo e Banco Bpm. Con il nuovo ruolo di Unipol e Bper e l’avvio di una concentrazione bancaria premiata dal mercato con i titoli in rialzo, ma che avviene in un momento di vacatio dal punto di vista del controllo. Si può obiettare che l’altro risiko, quello che aveva visto l’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps con il supporto di Delfin e Caltagirone, non era stato in alcun modo ostacolato dall’ex presidente Consob Paolo Savona. E che l’ipotesi di un concerto illecito tra gli attori sia invece stata mossa dalla procura di Milano, che indaga per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Ma proprio perché siamo nel mezzo di una tempesta che coinvolge banche un tempo legate al territorio, assicurazioni che hanno in cassa i risparmi degli italiani (Generali) e un mercato azionario in fibrillazione, ci si aspettava dal governo che si ponesse il problema di un’autorità senza presidente dall’8 marzo. E invece, è passato più di un mese da quando in conferenza stampa la presidente Meloni promise: la settimana prossima avrete i nomi. E nulla è successo.

Dal giorno della decadenza di Savona, la Consob è retta dalla presidente vicaria Chiara Mosca insieme ai commissari Carlo ComportiGabriella Alemanno e Federico Cornelli. Senza un vero presidente scelto dal governo e nominato dal presidente della Repubblica, è evidente che il suo ruolo è depotenziato. Così come lo è quello dell’Antitrust, dove la nomina del successore di Rustichelli spetta ai presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, ma per la quale bisognerà aspettare un accordo di maggioranza che ancora non c’è. E che non sarà semplice, visto che da qui a settembre le nomine da fare saranno 103 in 35 enti pubblici.

A cosa è dovuto lo stallo? A sentire chi in maggioranza scalpita per chiudere la partita, si tratta della logica del pacchetto. Nel momento in cui Forza Italia ha fermato la candidatura di Freni, perché sottosegretario all’Economia e tra l’altro autore di quella legge sui capitali sulla cui applicazione sarebbe stato chiamato a vigilare, la Lega deve avere un risarcimento. E non può certo accettare che all’Antitrust vada qualcuno scelto da Forza Italia. Serve una quadra tra due vicepremier i cui rapporti sono ai minimi termini, e Meloni fatica a trovarla.

Freni è stato fermato in nome di un principio valido sulla carta, ma disatteso tante di quelle volte che si fatica a elencarle. Basta ricordare che Giuseppe Vegas fu nominato presidente Consob quando era viceministro dell’Economia nel governo Berlusconi. E non risulta che allora il collega di partito Tajani si fosse adontato (vale la pena ricordare che per un partito che ha dietro di sé gli interessi di Fininvest e Mediolanum, la funzione di presidente Consob non è una scelta trascurabile). Non è quindi una questione di regole né di equilibrio. È, tristemente, una questione di potere. Questo è l’ultimo giro di nomine assicurato per un governo che dopo il referendum perso sulla giustizia ha iniziato le sue rese dei conti interne. E ha perso aderenza con i problemi del Paese. Arriva in un momento in cui la Lega è in grande sofferenza per l’emorragia di consensi dovuta alla nascita del partito del generale Vannacci, da Salvini vezzeggiato e nutrito fino al giorno dell’addio. In cui Tajani sente addosso le pressioni della famiglia Berlusconi, da cui Forza Italia dipende. E in cui Meloni ha una terribile paura di sbagliare, e per questo resta immobile. Peccato che il Paese non possa aspettare che risolva i suoi guai. E che gli organismi di garanzia – dalla Consob alla vigilanza Rai – dovrebbero essere in grado di lavorare sempre, possibilmente con autonomia e indipendenza, impedendo che qualcuno – governo compreso – forzi la mano.