
(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il giornalista si limita alla pulita, signorile attività di esporre al mondo le sofferenze e le vergogne altrui”. (da “Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcom – Adelphi, 2026)
La cronaca è il pane quotidiano dell’informazione. E noi, giornalisti, siamo tutti principalmente cronisti. Questo vale anche per la cronaca nera che si occupa di reati, delitti, fatti di sangue. Ma c’è una differenza sostanziale fra quella narrata sui giornali e quella trasmessa in tv, come s’è visto anche nella vicenda del gioielliere-pistolero, “gonfiata” dai media di regime e strumentalizzata dalla destra per invocare una grazia al momento impraticabile. La mediazione della carta stampata consente al lettore un distacco emotivo per analizzare le notizie con maggiore discernimento e spirito critico. Mentre la televisione, supportata dalla suggestione delle immagini e dei suoni, tende a favorire la spettacolarizzazione. E, attraverso l’amplificazione mediatica, impressiona e appassiona i telespettatori, fomentando le reazioni o gli istinti peggiori della massa: una moltitudine informe e manipolabile rispetto all’entità del popolo più razionale e consapevole.
In questo senso, nel vasto repertorio a cui s’è aggiunto nei giorni scorsi l’”omicidio colposo” del marocchino Abderrahim Fakir da parte di due poliziotti a Bologna, il “caso Garlasco” rappresenta un paradigma. L’assassinio della povera Chiara Poggi, nella villetta della sua famiglia, è una pagina di cronaca nera che resterà nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il doppio processo a carico prima dell’ex fidanzatino Alberto Stasi e poi dell’amico Andrea Sempio ha riacceso l’interesse e la curiosità su questo misterioso delitto. E l’informazione li ha alimentati, prendendo parte a favore dell’uno o dell’altro, com’è già accaduto in altre occasioni analoghe. Nel magistrale reportage citato all’inizio, Janet Malcom, firma leggendaria del New Yorker, racconta che cosa può accadere quando tra il giornalista e il suo soggetto d’indagine si stabilisce quello che lei definisce “un rapporto fedifrago”.
L’overdose mediatica a cui siamo stati sottoposti da giornali e telegiornali deriva innanzitutto dal fatto che il “caso Garlasco” è stato riaperto a quasi vent’anni dal delitto, con un primo imputato assolto due volte sia in primo grado sia in appello, condannato invece in via definitiva dalla Cassazione a 16 anni di reclusione, in gran parte già scontati. E, a distanza di tanto tempo, spunta un secondo imputato che viene accusato di essere “l’unico responsabile materiale dell’omicidio”. È questo clamoroso “ripensamento” giudiziario che ha sorpreso e sconcertato di più l’opinione pubblica, insinuando una certa diffidenza e sfiducia nei confronti della magistratura.
A che cosa serve, dunque, tanta cronaca nera nei giornali e in tv? A meno che non sia usata come un’arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione dai fatti e misfatti della politica, o non venga usata a fini propagandistici come nel caso del gioielliere Roggero, la risposta sta nella funzionalità che questo genere d’informazione può assumere ai fini dell’allarme sociale. Per mettere in guardia cioè cittadini e cittadine dai pericoli che possono correre in certe circostanze. E, in definitiva, per prevenire magari altri delitti. A condizione, però, di evitare compiacimenti e morbosità nell’esposizione dei fatti o dei retroscena, come avviene in certe trasmissioni televisive. Altrimenti, si rischia di innescare un processo di assuefazione ed emulazione, provocando una reazione (psicologica) a catena. È una questione di misura e di opportunità, su cui si deve esercitare il senso di responsabilità degli operatori della comunicazione, anche nei film, nelle fiction e nelle serie tv.