
(di Marcello Veneziani) – E se non fosse solo questione di leader incapaci e di classi dirigenti inadeguate? Ogni volta che si affronta il tema ricorrente e trasversale della miseria della politica, la conclusione prevalente è quella: non ci sono capi e classi dirigenti all’altezza. O nel caso specifico, per usare il linguaggio delle fiabe, Biancaneve, alias Giorgia, facilmente prevale sui sette nani che le si contrappongono o le si affiancano. Certo, il fattore umano è decisivo, e conta molto come nascono i politici, come si seleziona il ceto politico; da quali gavette, quali carriere, quali scuole di formazione, quali titoli e quali esperienze provengono. Però da troppo tempo dimentichiamo un livello più alto che riguarda la motivazione; quel campo che investe le passioni ideali, la consonanza, la sintonia, le comuni idee e convinzioni, insomma qualcosa che vada oltre l’interesse a stare insieme e la priorità assoluta di durare al potere.
Stefano Folli, su la Repubblica, si è spinto in quel campo da troppo tempo disertato e ha tratto una conclusione: a un anno dal voto vediamo “due coalizioni deboli in cerca di un’identità”. A differenza di Folli, o del titolo che hanno dato al suo articolo, io non vedo le due coalizioni alla ricerca di un’identità ma riconosco come lui che la loro fragilità dipenda proprio dall’assenza di un’identità, di un profilo politico comune, di idee legate a riforme e realizzazioni, o per l’opposizione a promesse di riforme e di realizzazioni. Alla fine la partita è quella di sempre, ma vuotata di ogni contenuto: conservare il potere o conquistarlo. Anzi per dare un’ironica lettura delle idee politiche al tempo della loro negazione, dirò che sono conservatori coloro che vogliono conservare il potere, cioè restare al governo, e sono innovatori coloro che vogliono sostituirsi al potere, cioè andare loro al governo. Non sono mossi da idee ma da interessi personali e di clan in forma di propositi.
Enunciato il quadro caliamoci nello scenario politico. Partire dall’opposizione è più facile. Ogni ritratto fotografico dei Quattro insieme è uno spot contro la loro credibilità di governo. Ma ce li vedete davvero, quelli, a governare l’Italia, insieme? E il quadro si aggrava se si considerano gli ausiliari in ombra, quelli che genericamente rappresentano il centro o paraggi, a partire dal più odiato e più necessario alleato, Renzi. Al di là del giudizio sulla qualità delle persone, qual è il collante, la motivazione, il progetto che li coalizza se non l’antimelonismo e la voglia di sostituirsi al potere? Non c’è una proposta sociale ed economica comune, non una risposta condivisa in tema di tasse e di lavoro, non una linea di politica estera che li accomuna (se non l’antitrumpismo, che oggi è più esteso del centro-sinistra). Non c’è un’idea di sinistra e nemmeno di centro-sinistra che li accomuna. Conte stesso ama definirsi progressista per sfuggire a quelle due classificazioni e strizzare l’occhio a quella fetta elettorale grillina che è antipotere ma non è “di sinistra”, è al di là della destra e della sinistra, o si riconosce nelle posizioni del Fatto. Qual è l’identità che accomuna quel gruppo? Paradossalmente era più coeso l’Ulivo al tempo di Prodi e di Veltroni, che era già allora considerato un’armata Brancaleone. Ma all’epoca, alla fine, l’elemento dissonante che destava più preoccupazioni era Bertinotti, la sinistra comunista, che aveva un peso specifico minore rispetto ai 5S di oggi; c’era poi il blocco ex-democristiano della Margherita, ex-comunista e di sinistra radical-liberal. Oggi, i quattro-cinque soggetti in campo hanno poco o nulla in comune.
Dall’altra parte il discorso sembra meno complicato, in primo luogo perché c’è il collante del governo che li tiene insieme, e poi perché nessuno contende la leadership a Meloni. Ma è bastata l’ipotesi di imbarcare o respingere Vannacci, cioè di mettere a repentaglio la loro vittoria futura per tenere fuori l’outsider, per produrre un cortocircuito.
Ma qual è la linea, l’identità il profilo politico (non userò nemmeno parole come idee, ideali, cultura del tutto improprie) che unirebbe queste forze? Non c’è, le due ali della coalizione, i berlusconiani e i vannacciani, volano in direzioni opposte. Ed è leggermente grottesco pensare che la Meloni di oggi si allei con la Meloni di ieri, ripudiata, e rappresentata da Vannacci; o che Salvini si allei col Generale che lo ha abbandonato per divergenze proprio sul piano della linea politica.
Trovo insensato che FdI disconosca a Vannacci di essere e di rappresentare la destra, quando i temi che avevano caratterizzato la destra, per necessità di sopravvivenza, sono stati messi da parte dal governo – immigrazione, sovranità, cultura, famiglia, banche, socialità, collocazione internazionale – è inevitabile e fisiologico che qualcuno poi occupi quegli spazi lasciati vacanti. La destra non è un patentino che qualcuno rilascia o ritira, come del resto, la sinistra, l’antifascismo e pure il fascismo. Non c’è nessuna questura che decida chi lo è da chi non lo è, o chi è rimasto fedele, chi ha tradito, chi ha tradito le idee per restare fedele al capo o viceversa. Basta l’autocertificazione: è di destra chi dichiara di esserlo. Sarà la “sua” destra, come quella governativa è un’altra destra nella loro versione, ritoccata col botulino di governo.
Il tema, semmai, è che non si trova traccia di una destra, che come mi scrive un suo esponente uscito dall’agone politico sia “eticamente ed esteticamente più potabile e più in linea con la radice del pensiero nazionale”; una destra capace di non restare immersa e sommersa nel “qui ed ora” e protesa solo a far restare al potere gli attuali detentori. Personalmente trovo ormai insensato (quando non è in malafede) il chiacchiericcio sulla destra; basta, serve solo a riacchiappare una fascia di voti. Quel che resta è solo un partito personale, più di quanto lo fosse lo stesso berlusconismo. È il Melon Party (qualcuno lo chiama Melonski Party). E la lealtà, la fedeltà non è a un’idea, a una storia, a un’identità ma a lei, solo a lei e di riflesso al suo caporalato.
Ma il tema che resta è più generale: è il pantano delle non-identità che caratterizza la politica di oggi. Non è solo questione di uomini, di facce, di qualità ma è anche questione di motivazioni. E non si possono ridurre le passioni solo al ringhiare contro il Nemico. Del resto, se un’Italia così ampia resta fuori dal voto vuol dire che è demotivata, cioè non ha motivi sufficienti per andare a votare, per sentirsi rappresentata e non distingue più un male minore rispetto a un male maggiore, nella notte in cui tutte le vacche sono bigie; cioè grigio spento, come la cenere che una volta era fiamma.
Veneziani sembra non accorgersi che tutti gli attuali politici sono in pratica burattini manovrati da uno stesso potere esterno.
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