
(Giancarlo Selmi) – Quando un Paese esporta giovani come fossero un prodotto tipico, il problema non è chi parte, ma chi governa. José Martí lo disse meglio di chiunque altro: “cuando un pueblo emigra, el presidente sobra”. Traduzione pratica, senza dizionario e senza giri di parole: se un popolo è costretto a cercarsi dignità altrove, chi lo guida è di troppo. E qui veniamo all’Italia di Giorgia Meloni, dove i ragazzi non scappano per capriccio, per spirito di avventura o perché improvvisamente si sono innamorati tutti delle pianure del Nord Europa. Se ne vanno perché vorrebbero una semplice cosa che però diventa rivoluzionaria, quasi bolscevica, per certi salotti: lavorare senza essere poveri. Essere pagati in modo dignitoso. Non dover scegliere tra affitto, spesa e futuro. Non sentirsi dire che il lavoro nobilita, mentre il portafoglio piange.
E il punto più grottesco è proprio questo: questi giovani la voglia di lavorare ce l’hanno eccome. Lo dimostrano appena mettono piede altrove. Fuori dall’Italia diventano risorse, talenti, competenze, professionisti. Qui spesso vengono trattati come manodopera usa-e-getta, da sfruttare finché reggono e da colpevolizzare se osano pretendere uno stipendio che non faccia sembrare il medioevo un’epoca di tutele. Molti di loro sono diplomati, laureati, specializzati. L’Italia li forma e poi li regala all’estero, come una benefattrice generosa ma un po’ sciocca: paga l’istruzione e incassa l’invecchiamento. Altrove trovano salari migliori, welfare, stabilità, mutui possibili, famiglie immaginabili, figli non vissuti come un salto nel vuoto. Da noi, troppo spesso, trovano l’ennesimo sermone sul merito, recitato da chi ha costruito fior di carriere sull’amicizia e l’appartenenza politica.
Meloni sul salario minimo ha fatto la cosa che le riesce meglio: niente. Del resto disturbare il riposo dei grandi elettori sfruttatori sarebbe stato poco patriottico, o redditizio politicamente. E con comprimari come Brunetta, capace di spiegare che 9 euro l’ora sono superflui mentre per il proprio stipendio evidentemente valeva la dottrina del “più ce n’è, meglio è”, il quadro e diventato perfino comico. Comico, se non fosse tragico. Ci avevano detto di essere “pronti”. In effetti si è vista la prontezza: pronti a raccontare, pronti a sloganeggiare. Erano pronti a fare la storia, dicevano. E infatti la stanno facendo: quella delle occasioni perdute, dei redditi compressi, della precarietà spacciata per flessibilità, dei giovani salutati agli aeroporti come se fosse tutto normale.
Passerà alla storia, sì. Ma non come la salvatrice della patria. Piuttosto come la regista del film di un Paese in cui i ricchi stanno sempre meglio e i ceti medi e popolari vengono accompagnati, con sobria ferocia, verso un purgatorio senza redenzione. Un posto dove si lavora tanto, si guadagna poco e si deve pure ringraziare. Per questo, senza alterare il senso della frase di Martí, ma aggiornandolo all’Italia di oggi, la conclusione è semplice: se i giovani devono emigrare per trovare dignità, allora il problema non sono i giovani ma chi comanda. “Sobra”, tradotto, se ne può fare a meno, di chi governa cosi. E in questo caso, sì, la presidente sobra.