
(di Michele Serra – repubblica.it) – Nel misterioso mondo neo-primitivo nel quale ci siamo oramai inoltrati, con capi di Stato che sembrano capitribù, la guerra come prassi quotidiana di risoluzione (anzi, di non risoluzione) dei conflitti, le religioni impugnate come armi e le armi come unica religione condivisa, le istituzioni transnazionali ridotte a scatole vuote, può anche capitare che un singolo individuo molto ricco si improvvisi mediatore tra due Stati belligeranti (Russia e Ucraina) senza averne alcun titolo, né istituzionale né ufficioso.
È per il fatto di essere «uno degli uomini più ricchi del mondo» che Roman Abramovich cerca di mediare tra Zelensky e Putin. E se la ricchezza è una circostanza che, sia chiaro, non impedisce ad alcuno di avere le migliori virtù (possibile che Abramovich sia la più ispirata e saggia delle persone), sta di fatto che è diventata una forma di carisma, e anche di carisma politico, decisamente discriminante.
Fosse un elettricista, una cuoca, un insegnante o una dottoressa, a fare la spola tra Mosca e Kiev, ne saremmo tutti sbalorditi. Ci parrebbe di entrare in una favola — la favola della democrazia — nella quale la facoltà di incidere nella realtà delle cose è alla portata di tutti.
Invece è un oligarca, è uno straricco l’aspirante mediatore di pace: e ci pare del tutto naturale, quasi fisiologico, il suo sovrapporre al potere della ricchezza il potere tout court. Sono ricchissimo, dunque posso trattare da pari a pari con i capi di Stato.
In attesa di una sapiente riorganizzazione dei non ricchi (chissà mai che possano dire la loro, e addirittura contare qualcosa), mettiamoci comodi e godiamoci lo spettacolo di questa nuova Età dell’Oro. L’acciaio delle armi e l’oro delle monete, come nelle saghe arcaiche.
Sarei stato molto d’accordo con Serra se lui si fosse lamentato in passato dell’ ingerenza di qualche oligarca ( negli Usa li chiamano filantropi chissà perché)americano a finanziare false ong intende a deviare paesi come la Georgia nel senso antirusso . Per non dire di aiutare gli sbarchi nel nostro paesi di immigrati clandestini ma non farlo di sudamericani nel suo paese.
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