
(di Michele Serra – repubblica.it) – La grossolanità del titolo di un giornale inglese (molto contento di far coincidere Palermo e mafia) ha messo in ombra il vero dibattito sorto attorno al fastoso matrimonio di Dua Lipa, dinamica popstar anglo-albanese molto quotata nelle classifiche mondiali.
Come già accadde per le nozze di Bezos a Venezia, Lipa e il suo sposo hanno noleggiato un pezzetto del centro storico di Palermo per farne uso privato. Poiché poche cose sono pubbliche come una città, specialmente una piazza del suo centro storico, una parte dei palermitani si è sentita espropriata e non l’ha presa bene. Ed è questo — non la mafia — l’argomento rilevante, specie in uno scorcio d’epoca nel quale non sembra esserci limite al potere dei soldi.
Le grandi manifestazioni popolari — gare sportive, concerti, cortei politici, sagre, processioni — hanno sulle città un impatto evidente, seppure per poche ore e non per un paio di giorni (è il caso delle nozze dei due Lipa). Ma hanno anche una evidente rilevanza pubblica.
Qui invece si tratta di una festa privata, che non inclina certo al basso profilo. Si tratta di circoscrivere e affidare al governo di un piccolo esercito di buttafuori un pezzo di spazio civico. Se ville e castelli non bastano più si affitta una città d’arte, sperando che le città d’arte bastino, almeno per un poco, a ospitare coreografie e banchetti direttamente proporzionali al patrimonio degli anfitrioni.
Pensare male di questa tendenza attira quasi in automatico l’accusa di populismo, in aggiunta a quella di non capire come funziona l’economia di mercato (lo volete capire che tutto ha un prezzo?). Muterei il capo di imputazione: non è populismo, è civismo pensare che ci sia un drastico limite all’uso privato di una città.
La mani sulla città.
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