Riflessioni sul caso dello scrittore escluso da un festival dopo essersi dichiarato sionista

Erri De Luca non è stato censurato. Fermiamo la legge sull’antisemitismo

(ANNA FOA – lastampa.it) – Grande confusione sotto il cielo, o più modestamente nei media e nei social media italiani. Un noto scrittore, notoriamente collocato a sinistra, Erri de Luca, prende posizione in un’intervista ad un giornale governativo israeliano su due temi scottantissimi, “sionismo” e “genocidio a Gaza”, sostenendo “io sono sionista” e “Non c’è genocidio a Gaza”.

L’intervista viene ripresa, con tagli, sia da Il Foglio che da Il Riformista, i due giornali che maggiormente sostengono il governo israeliano in Italia. Si scatena un dibattito feroce da ambe le parti, e allo scrittore, che doveva tenere prossimamente la prolusione iniziale al festival Salerno Letteratura, viene richiesto di rinunciarci, ma invitato a partecipare fra gli interventi programmati, scelta che respinge. Si parla di censura, gli intellettuali stessi “di sinistra” si dividono tra chi in nome della libertà di espressione sostiene il diritto di De Luca di tenere la sua prolusione e chi lo contesta. Sui social, chi non ha ancora preso posizione viene invitato perentoriamente a farlo. Una vera e propria guerra “delle parole”, mentre a Gaza e in Libano cadono le bombe e in Cisgiordania si distruggono i villaggi palestinesi.

Nel comunicato in cui gli organizzatori del festival spiegano e difendono la loro scelta, si fa riferimento al diritto degli organizzatori di un’iniziativa privata a scegliere chi la introdurrà e a richiedere una almeno generale consonanza di idee e si nega di aver operato una censura. Anche perchè De Luca aveva detto espressamente, nella sua intervista, che non avrebbe mai diviso un tavolo con chi sosteneva l’esistenza di un genocidio a Gaza. Questi in sintesi i fatti, almeno finora.

Prima di esprimermi sulla questione della libertà di espressione vorrei però entrare nel merito della affermazioni fatte da De Luca. Come lui stesso ha affermato in un nuovo intervento di parziale rettifica di quanto detto, proclamando di essere “sionista” voleva dire di essere a favore dell’esistenza di Israele e contrario alla sua distruzione, come auspicata da Hamas, da Hezbollah e dall’Iran. Ma essere sionista, se ha assunto anche questo significato, ne ha molti altri e questo è minoritario ed estremo. Essere antisionista, in questo contesto, vuole anche e soprattutto dire essere contrari alla politica del governo israeliano, o se si vuole guardando con occhio critico al passato come fa molta parte della storiografia israeliana, alla politica di molti dei governi israeliani, non all’esistenza dello Stato di Israele. Non nego che un discorso assai radicale sulla “legittimità” dello Stato stia emergendo sempre più sull’onda della politica di Netanyahu e dei suoi ministri, ma è per ora ancora molto minoritario.

Ancora più confuso il discorso di De Luca sul genocidio, che riprende tale e quali le affermazioni dell’Idf sostenendo che non di genocidio si tratta perché se avessero voluto gli israeliani avrebbero potuto uccidere tutti i gazawi nelle loro città e invece li hanno spostati. Se per l’Idf si tratta di malafede, a De Luca suggerisco invece di (ri)guardare la definizione di genocidio adottata dall’Onu nel 1948.

Personalmente, dopo molte esitazioni, ho scelto di usare il termine “genocidio” dopo che in una conferenza stampa del luglio 2025 le ONG israeliane B’etselem e Medici per i diritti umani lo hanno pubblicamente accettato, dopo che lo stesso ha fatto David Grossman, con pesanti conseguenze per i suoi libri e la sua libertà di espressione, molto più pesanti di quelle che limitano la libertà di De Luca, e dopo aver visto le immagini di tante manifestazioni in Israele aperte da grossi cartelli che dicevano: “Fermate il genocidio!”

Ma il problema, mi si dirà, non è questo, bensì il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni, diritto che l’esclusione di De Luca dalla prolusione di apertura del festival sembra ignorare. A proposito di libertà, vorrei ricordare che è attualmente in discussione alla Camera italiana una proposta di legge sulla lotta all’antisemitismo veramente liberticida, che lo equipara all’antisionismo, e che se approvata impedirebbe qualsiasi dibattito, fin le discussioni universitarie di dottorato, sull’antisionismo e l’antisemitismo, proposta di legge contestata da centinaia di docenti di ogni ordine e grado. Molti di coloro che appoggiano la libertà di De Luca in questa vicenda, e fra loro ahimé molti amici di Sinistra per Israele, la sostengono. Chiedo loro pubblicamente di togliere il loro appoggio alla legge, come è successo in Francia per una legge simile, che è stata ritirata proprio in seguito alle proteste. La libertà di opinione non può servire solo a sostenere il governo israeliano.

Ma una cosa vorrei aggiungere. Anche se parlare di “censura” in questo caso è molto discutibile, resta il fatto che nell’opinione di una parte almeno dell’opinione pubblica la percezione è stata quella. Non credo che questo abbia fatto bene a nessuno dei contendenti. Questa vicenda, nata come banale, ha contribuito a incrementare l’odio e la violenza del dibattito. Avrei preferito una scelta diversa da parte del Festival, forse quella di un contraddittorio con De Luca. Capisco che questo avrebbe snaturato il festival, centrandolo solo sulla questione palestinese, e creato forse anche problemi di sicurezza. Ma non si sarebbe arrivati, su questa questione, a fratture che certo non giovano a chi ogni giorno nelle vie delle città israeliane si batte contro i crimini del governo e avrebbe bisogno di tutto il nostro appoggio. Ma mi rendo conto della difficoltà di ogni presa di posizione e anche della parzialità del mio punto di vista, che più che al festival guarda alla Palestina e ad Israele. In ogni caso, anche se è una scarsa consolazione, meglio una guerra delle parole che una guerra tout court.