Servono aiuti agli stranieri e alle donne per rimediare al calo demografico

Quei giovani espulsi dal futuro

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Certo, siamo un paese con una forte incidenza di popolazione anziana, e questo rende più difficile l’innovazione, tecnologica ma non solo, oltre a provocare squilibri nella spesa sanitaria e pensionistica. Ma, forse, continuare a guardare alla demografia come fonte di tutti i nostri problemi rischia di diventare un alibi per non vedere lo spreco di risorse umane, giovani e meno giovani, che si continua a fare e che è anche una delle cause della persistente bassissima fecondità: lo scarso investimento nei giovani di entrambi i sessi, sia in quelli ad alta formazione, sia in quelli che invece vengono abbandonati precocemente dal sistema formativo, nelle donne, negli stranieri che vorrebbero dare forma al proprio futuro in Italia.

È quanto emerge, tra i molti altri dati sull’andamento della società Italiana, dal Rapporto Annuale dell’Istat presentato ieri. Non solo il livello di istruzione medio in Italia rimane comparativamente basso anche nelle generazioni più giovani. Se è vero che un buon livello di istruzione garantisce migliori opportunità nel mercato del lavoro (ma non sempre se si è stranieri), tuttavia non è sempre sufficiente per trovare riconoscimento adeguato in termini di remunerazione e di qualità del lavoro. Tra i giovani ad alta formazione una significativa percentuale se ne va all’estero, perché trova condizioni occupazionali, salariali, di disponibilità e organizzazione dei servizi migliori. Vale, ad esempio, per il 10% di chi ha acquisito un dottorato. L’aumento dell’occupazione stabile che pure c’è stato negli ultimi due anni, non è sufficiente a contrastare queste uscite non compensate da entrate di tipo e qualità analoghe, perché non accompagnato da un miglioramento significativo dei salari, specie di ingresso, delle condizioni e qualità del lavoro per chi ha una buona formazione.

Accanto a chi, avendo una buona formazione, se ne va, o comunque non è valorizzato a sufficienza, nonostante la positiva riduzione dell’abbandono scolastico precoce, vi sono ancora troppi adolescenti e giovani che, per lo più per origine di nascita e collocazione territoriale, rimangono intrappolati in un circolo vizioso di bassa istruzione e marginalità quando non esclusione dal mercato del lavoro. Invece di continuare a lamentarsi che non ci sono abbastanza giovani perché non nascono abbastanza bambini, bisognerebbe agire sistematicamente – da parte dei decisori politici, e della scuola, ma anche delle imprese – per valorizzare quelli che ci sono, inclusi quelli che arrivano da altri paesi.

Così come occorrerebbe sostenere non solo a parole o con qualche bonus l’occupazione femminile, riducendo il grande divario nella povertà di tempo a sfavore delle donne a causa del carico di cura e lavoro familiare che grava sproporzionatamente su di loro segnalata dal Rapporto. Se il tasso di occupazione giovanile e femminile fosse, non dico ai livelli scandinavi, ma a quelli medi europei, compenserebbe in buona parte, almeno nel breve-medio periodo, il calo demografico, non solo nel mercato del lavoro, ma rispetto alla sostenibilità del welfare. E forse incoraggerebbe, chi lo desidera, ad avere un figlio, o uno in più. Le diseguaglianze socio-economiche, territoriali, di genere, stanno diventando uno dei fattori che ostacolano la capacità della società italiana di affrontare le sfide tecnologiche, demografiche, ambientali che fronteggia. Anche la mobilità sociale, nonostante il miglioramento nel livello di istruzione da una generazione all’altra, ha invertito la propria direzione.

L’origine di nascita continua a influenzare l’intero sistema di opportunità: da dove si vive, alle scuole che si fanno, al grado di sviluppo delle proprie capacità che si raggiunge, all’occupazione che si trova. Tuttavia, mentre fino ai nati a metà degli anni sessanta le trasformazioni nella composizione e dimensione delle classi occupazionali hanno favorito un aumento della mobilità ascendente, accompagnato da una progressiva diminuzione della mobilità discendente. nell’ultima generazione dei nati nel 1980-1994 c’è stata invece un’inversione di tendenza: la mobilità ascendente si riduce sensibilmente e si interrompe la riduzione di quella discendente. La quota di persone che sperimenta una mobilità verso il basso (27,1 per cento) supera sia quella registrata in tutte le generazioni precedenti sia quella ascendente (25,1 per cento). Ci sono segnali che non andrà meglio per le generazioni immediatamente successive. Il famoso ascensore sociale, che anche in passato riguardava solo una parte della popolazione, non tanto si è fermato, quanto ha invertito la direzione, a svantaggio delle generazioni più giovani, scoraggiandone una parte dall’investire sul proprio futuro, per lo meno non qui, non in Italia.