Quando la guerra non obbedisce più ai piani di Washington

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La guerra contro l’Iran doveva essere, nelle intenzioni americane, una dimostrazione di forza. Doveva confermare l’idea che gli Stati Uniti possedessero ancora tutte le carte: pressione militare, superiorità tecnologica, dominio navale, sanzioni, intimidazione diplomatica. Invece il conflitto ha mostrato l’esatto contrario: Washington dispone ancora di una potenza enorme, ma non riesce più a trasformarla automaticamente in obbedienza politica.
La proposta americana respinta da Teheran non era, nella sostanza, un piano di pace. Era una richiesta di capitolazione. Le condizioni imposte dagli Stati Uniti toccavano il nodo dello stretto di Hormuz, la restituzione della libertà di passaggio, il congelamento delle capacità iraniane e l’accettazione di un ordine regionale scritto altrove. L’Iran ha risposto con una controposizione che conferma il punto essenziale: non si considera sconfitto. Anzi, ritiene di avere più margini di manovra di quanti Washington voglia ammettere.
All’inizio l’obiettivo dichiarato della guerra era il solito: nucleare iraniano, stabilità regionale, sicurezza di Israele, governo di Teheran. Ma con il passare dei giorni il centro dello scontro è diventato Hormuz. È lì che la guerra militare si è trasformata in guerra geoeconomica. Chi controlla o minaccia Hormuz non controlla soltanto una rotta marittima: condiziona il prezzo del petrolio, le assicurazioni, i bilanci degli Stati del Golfo, la sicurezza energetica dell’Asia e dell’Europa.
La risposta iraniana: non chiudere tutto, ma rendere tutto incerto
Gli Emirati Arabi Uniti avevano costruito una carta di riserva: l’oleodotto da Abu Dhabi verso Fujairah, sul Golfo di Oman, pensato per esportare petrolio senza passare dallo stretto. Era la via di fuga geoeconomica davanti a una crisi con l’Iran. Ma Teheran ha reagito estendendo la propria area di controllo fino a rendere vulnerabile anche quella soluzione. In questo modo il vantaggio emiratino viene neutralizzato.
La differenza operativa è decisiva. Gli iraniani devono controllare una linea marittima più breve, circa 130 chilometri. Gli americani, per imporre il proprio dispositivo, devono coprire uno spazio molto più ampio, indicato in circa 350 chilometri, dalla frontiera irano-pakistana fino alla punta dell’Oman. Una cosa è minacciare una strozzatura geografica; un’altra è presidiare un’intera fascia marittima. La geografia, che i comunicati politici ignorano, torna sempre a comandare.
In questo quadro, l’unico Paese del Golfo che mantiene una vera alternativa è l’Arabia Saudita, grazie all’oleodotto est-ovest verso Yanbu, sul Mar Rosso. Ma anche lì le capacità non sono illimitate. Gli oleodotti hanno portate definite, possono diventare obiettivi e non eliminano la vulnerabilità sistemica del mercato energetico. Basta che Hormuz diventi rischioso perché tutto il sistema petrolifero mondiale venga investito dall’incertezza.
Le carte di Trump e il paradosso della propaganda
Trump ha voluto rappresentarsi come il giocatore che ha “tutte le carte”. Ma la stessa immagine scelta, legata al gioco Uno, si è rovesciata contro di lui: in quel gioco vince chi non ha più carte in mano. La propaganda iraniana ha colto subito l’occasione, mostrando una comunicazione più rapida, ironica e sofisticata di quanto l’Occidente sia disposto a riconoscere.
Il punto non è folcloristico. È strategico. L’Occidente continua a pensare la comunicazione di guerra con categorie vecchie, spesso elementari, fondate sulla dichiarazione muscolare e sulla ripetizione morale. Russi, iraniani e attori mediorientali usano invece una comunicazione più flessibile, simbolica, indiretta, capace di trasformare anche un errore dell’avversario in un’arma psicologica.
Sul terreno militare, la situazione è meno favorevole a Washington di quanto raccontino le dichiarazioni ufficiali. Gli Stati Uniti avrebbero consumato una quota enorme di missili e munizioni, mentre l’Iran, secondo valutazioni citate nel dibattito americano, conserverebbe ancora una parte molto alta dei propri lanciatori e del proprio arsenale missilistico. Teheran sostiene addirittura di aver aumentato le scorte rispetto all’inizio del conflitto, grazie alla produzione continua in impianti sotterranei.
Anche senza prendere alla lettera la propaganda iraniana, il dato resta: l’Iran non è stato annientato. Continua a produrre, lanciare, minacciare, negoziare. Washington ha colpito, ma non ha spezzato la capacità politica e militare dell’avversario. E una guerra contro un avversario che non crolla diventa subito un problema industriale, finanziario e diplomatico.
Il costo della guerra e la frattura nel campo americano
Dentro gli Stati Uniti cresce la consapevolezza che il conflitto possa costare molto più del previsto. Alcune stime arrivano a evocare un ordine di grandezza enorme, fino al migliaio di miliardi di dollari. Anche se il numero fosse eccessivo, indica la direzione del problema: le guerre moderne consumano capitali, arsenali, credibilità e attenzione strategica.
Il paradosso è che Trump avrebbe voluto usare la vittoria sull’Iran come biglietto da visita nel confronto con la Cina. Presentarsi a Pechino da vincitore del Medio Oriente avrebbe dato peso negoziale. Ma una guerra incompiuta produce l’effetto opposto. Non rafforza la posizione americana: la appesantisce.
Persino ambienti neoconservatori statunitensi, tradizionalmente favorevoli alla linea dura, iniziano a vedere il rischio. Robert Kagan, figura centrale di quella cultura strategica, ha riconosciuto che il conflitto non dimostra la potenza americana ma la difficoltà degli Stati Uniti a portare a termine ciò che iniziano. È un giudizio durissimo, perché viene da un ambiente che ha spesso difeso l’interventismo americano.
Riad non cade nella trappola
Il comportamento dell’Arabia Saudita è forse l’elemento più importante. Riad non ha voluto trasformare la crisi in una guerra diretta contro l’Iran. Nonostante attacchi, pressioni e provocazioni, Mohammed bin Salman ha mantenuto una linea prudente. Il principe Turki al-Faisal, già capo dell’intelligence saudita, ha lasciato intendere che una guerra regionale avrebbe servito soprattutto il progetto israeliano di trascinare il Golfo in uno scontro frontale con Teheran.
Questo è il cuore politico della vicenda. Se l’Arabia Saudita avesse risposto militarmente, il Golfo sarebbe precipitato in una catastrofe. Migliaia di morti, infrastrutture energetiche colpite, rotte paralizzate, prezzi fuori controllo. Riad ha invece scelto la freddezza. Ha evitato la trappola, ha mantenuto canali aperti con Teheran e ha persino continuato ad accogliere pellegrini iraniani per il pellegrinaggio alla Mecca.
La lezione è evidente: il mondo arabo, almeno in questa crisi, mostra più maturità diplomatica dell’Europa. Non confonde ogni provocazione con un obbligo di escalation. Non trasforma ogni incidente in guerra totale. Sa distinguere tra interesse nazionale, pressione alleata e rischio sistemico.
La Cina come nuovo centro diplomatico
La crisi iraniana si intreccia con il confronto sino-americano. Prima della visita prevista in Cina, Trump ha imposto nuove sanzioni a società cinesi, cercando di creare una leva negoziale. È il riflesso abituale dell’Occidente: quando non sa negoziare, sanziona. Ma Pechino ha risposto vietando alle proprie aziende di obbedire automaticamente alle ingiunzioni americane.
Qui si vede la differenza con l’Europa. Anche l’Unione Europea disponeva da anni di strumenti giuridici per contrastare l’extraterritorialità delle sanzioni americane. Avrebbe potuto usarli dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, quando Teheran rispettava ancora gli impegni. Non lo fece. Ebbe paura di Washington. La Cina, invece, costruisce sovranità giuridica, economica e strategica.
Oggi Pechino riceve iraniani, russi, interlocutori regionali. Diventa l’epicentro della diplomazia reale, mentre l’Occidente appare più capace di punire che di mediare.
Ucraina, Russia e l’Europa senza strategia
Il discorso si allarga inevitabilmente all’Ucraina. Anche lì l’Occidente ha scommesso su un collasso russo che non è arrivato. L’Europa ha parlato di vittoria, ma non ha mai spiegato davvero quale pace volesse costruire. Ha confuso l’attesa dell’implosione russa con una strategia. Intanto Mosca non mostra segnali di cedimento decisivo, e la crisi petrolifera nel Golfo può persino rafforzarne le entrate fiscali grazie all’aumento dei prezzi energetici.
Gli episodi dei droni in Lettonia mostrano quanto sia fragile la situazione. La reazione iniziale occidentale è stata accusare Mosca, ma alcune ricostruzioni hanno indicato la possibilità che quei droni fossero ucraini, passati attraverso zone di frontiera sensibili. Se Stati membri dell’Unione Europea permettono o tollerano l’uso del proprio spazio per operazioni contro la Russia, entrano in una zona pericolosissima: Mosca potrebbe considerarli belligeranti.
Putin, in questo contesto, non ha detto semplicemente che la guerra finisce. Ha fatto capire che sta finendo la narrazione europea secondo cui la Russia sarebbe destinata a crollare. È una differenza enorme. La guerra può continuare, ma l’argomento occidentale si consuma. Anche in Ucraina esistono ancora legami profondi con la memoria sovietica e russa, come mostra l’interesse per la parata del 9 maggio a Mosca. Questo non significa sostegno all’invasione, ma indica che la società ucraina è più complessa della rappresentazione propagandistica occidentale.
Il tramonto della superiorità automatica
Iran, Hormuz, Arabia Saudita, Cina, Ucraina e Russia raccontano la stessa trasformazione. Gli Stati Uniti restano fortissimi, ma non onnipotenti. L’Europa parla molto, ma pesa poco. Gli alleati non obbediscono più automaticamente. Gli avversari non si spezzano al primo colpo. Le potenze intermedie calcolano. La Cina attende e organizza. L’Iran resiste. La Russia non implode.
La grande illusione occidentale era credere che superiorità militare, sanzioni e propaganda bastassero ancora a governare il mondo. Non è più così. La potenza del XXI secolo non si misura soltanto nella capacità di colpire, ma nella capacità di durare, produrre, controllare i costi, mantenere alleanze, aprire canali, dominare le strozzature economiche e usare il tempo come arma.
Trump può ancora dire di avere tutte le carte. Ma la partita, ormai, dimostra altro: molte di quelle carte sono consumate, alcune non funzionano più, altre sono finite nelle mani degli avversari. E il resto del mondo ha imparato a giocare senza chiedere il permesso a Washington.