Il documentario scoperchia un’inquietante e redditizia realtà commerciale fondata sugli armamenti destinati alle guerre in corso

(Michele Bazan Giordano – ilfattoquotidiano.it) – Secondo i dati del Sipri, Istituto Internazionale di ricerca per la Pace (di Stoccolma), dal 2021 al 2025 l’Italia è divenuta la sesta esportatrice di armi pesanti, con un incremento record del 157%. Me lo spiega Simona Tarzia, regista, con Fabio Palli, del docufilm Articolo 11. L’Italia ripudia la guerra, recentemente presentato (in anteprima) al Riviera International Film Festival di Sestri Levante.
Prodotto da Fivedabliu.it, il documentario scoperchia un’inquietante e redditizia realtà commerciale fondata sugli armamenti destinati alle guerre in corso (Israele, Gaza, Ucraina, Yemen…) che transitano su navi-bomba (ci sono anche pesanti rischi durante il trasporto) senza rivelare i contenuti delle proprie stive o dei propri container. Almeno finché i lavoratori dei porti hanno tentato di bloccare, per quanto possibile, il fenomeno. I primi ad affrontare questa insostenibile realtà legata anche, ma non solo, a motivazioni di carattere etico, sono stati i genovesi del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), ma poi, via via, le attività di controllo si sono allargate anche agli scali spezzini, livornesi, triestini, ravennati e palermitani. Tutti hanno infatti avviato un difficoltoso sistema di monitoraggio, non sempre sicuro al cento per cento (i sistemi per aggirarlo sono molteplici), per bloccare le navi in transito o in banchina sulle quali gravi il sospetto di trasportare armi.
I ‘camalli’ (come un tempo si chiamavano i lavoratori genovesi delle banchine) raccontano nel docufilm che già dal 2016 avevano sospettato la presenza, più o meno occultata, di carri armati o container con esplosivi su alcune navi e banchine. Finché, in anni più recenti, la movimentazione d’armi s’era fatta sfacciata: i portuali avevano scoperto, ad esempio, che alcune compagnie movimentavano mezzi blindati, obici, mezzi di trasporto, truppe, elicotteri da combattimento. Infine, nel 2019, si decisero a dire basta, dopo essersi accorti di un carico, ufficialmente civile, di generatori destinati a Gedda.
Un’operazione autorizzata dell’Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento, dipendente dal Ministero degli Affari Esteri) cui compete il controllo dell’esportazione e dell’importazione, nonché del transito “di materiali d’armamento e prodotti dual-use”, ovvero “a duplice uso, civile e militare”. Quei generatori, infatti, sarebbero potuti servire ad alimentare droni da combattimento per bombardare lo Yemen. Da qui la scelta di non scaricare.
Mai qualcosa del genere era accaduta prima, salvo in caso di scioperi finalizzati a vicende contrattuali. Quel blocco del lavoro, sorretto anche da manifestazioni esterne al porto, fa sì che anche altri scali si mobilitino: La Spezia, Trieste, Ravenna, Livorno, Palermo…
I due giornalisti intervistano anche Carlo Tombola e Riccardo Degl’lnnocenti di Weapon Watch, l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo creato a Genova, quello che s’era occupato, tempo fa, della nave saudita Bahri Yanbu, ormeggiata a ponte Eritrea e carica di munizioni ed esplosivi che mettevano a rischio, in caso di deflagrazione, non popoli lontani, ma i vicini caseggiati del quartiere genovese di Sampierdarena. Afferma Degl’Innocenti che il passaggio di armi in porto è spesso noto agli spedizionieri, agli armatori, alle agenzie marittime, alle dogane (nel caso in cui intervengano) e persino all’autorità portuale (recentemente coinvolta nello scandalo che ha portato, nel maggio 2024, agli arresti dell’allora presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e di Paolo Emilio Signorini, ex Presidente del porto di Genova). Nessuno dei soggetti citati da Degl’Innocenti, però, è interessato a dichiarare quanto sa, perché muovere armi non è una buona pubblicità per nessuno.
Eppure, al di là dell’articolo 11 della nostra Costituzione che sancisce “il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionale”, vigono in Italia due leggi sul tema: la 9 luglio 1990 n.185 e la successiva 14 luglio 1990 n. 163, ovvero le norme sul “controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, che pur con alcune complesse scappatoie, dovrebbero impedire che armi destinate a guerre possano transitare nel nostro Paese. E se – spiega bene il docufilm – sulla carta l’Italia ha scelto la linea della prudenza dopo il 7 ottobre 2023, quando il governo ha annunciato lo stop alle nuove autorizzazioni all’export di armamenti verso Israele, la logistica continua a poter contare su consolidate ‘vie di fuga’. Tarzia e Palli montano immagini delle proteste dei portuali alternate ad interviste con esperti del ramo, ad esponenti di Emergency, e, soprattutto, a immagini inedite e strazianti girate in Sinai e a Gaza.
Già nel lontano 1974, nel film da lui diretto (Finché c’è guerra c’è speranza), Alberto Sordi poneva in evidenza, anche se con la sua consueta vena ironica, il tema dell’economia bellica che, pur eticamente ripudiata a parole, restava, nei fatti, la fonte economica, ineluttabile, dei commercianti di morte.
Sì,ripudia la guerra ma fino a un certo punto! E dove si trova quel punto ? Nelle basi Nato .
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