A catturare davvero Mussolini fu il partigiano ‘Pedro’, alias il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle: mentre l’intero Paese corse a crearsi un’identità integerrima, lui non si vantò mai del suo eroismo

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Anche quest’anno non ho celebrato il 25 aprile, giorno che segna simbolicamente la liberazione dall’occupante nazista.
Per la verità, anche se sembra un dettaglio ma non lo è, in termini giuridici, gli occupanti non erano i tedeschi con cui avevamo stipulato un’alleanza (che poi quell’alleanza non si dovesse fare e fu uno dei più tragici errori di Mussolini è un altro discorso), bensì proprio gli Alleati. Il mito della Resistenza ha innescato un equivoco non innocente e cioè che fossimo stati noi italiani a riscattarci in libertà. A liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, gli inglesi, ma anche i razzisti sudafricani e i neozelandesi perché avevano la sfortuna di far parte del Commonwealth. Se si va al Cemetery War, vicino a San Siro, fra le tante tombe bianche, tutte uguali com’è nello stile degli anglosassoni, se ne trovano 417 appunto di ragazzi di poco più di vent’anni appartenenti al Commonwealth, venuti a morire inutilmente per la libertà d’Europa. Che cosa poteva importare a un ragazzo sudafricano di quello che accadeva a diecimila chilometri di distanza dal suo Paese?
[…] Ho il massimo rispetto dei partigiani, quelli veri. Lo fu, in un modo un po’ singolare, anche mio padre, Benso Fini, membro del Cln del Corriere della Sera che teneva i contatti coi partigiani di montagna col pretesto che lì era sfollata sua moglie, Zenaide Tobiasz, ebrea. Certo non ebbe mai scontri diretti, fisici, il suo ruolo era diverso. Emilio Radius racconta in un suo libro come quest’uomo, dall’aria di impiegatuccio, con spesse lenti, riuscisse a uccellare i fascisti della zona. Indubbiamente, come ho già detto, non ebbe mai scontri fisici, non voglio gabellare mio padre come un eroe della Resistenza, ce ne sono già troppi, ma certamente con una moglie ebrea e i nazisti in casa la sua situazione non era proprio delle più tranquille. Mi piacerebbe restituire questo racconto con le parole dello stesso Radius, ma non riesco più a trovare il libro. Ho una biblioteca di circa 12 mila libri, ma quando debbo consultarne uno per un qualche riscontro non lo trovo mai. Il fatto è che ho troppi libri, mannaggia la miseria.
Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo come tutti gli equivoci, e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’ la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).
[…]
Il 25 aprile assistemmo a una scena molto nota a noi italiani, specialisti, come scrisse Ennio Flaiano, nel “correre in soccorso dei vincitori”. Gli italiani da tutti i fascisti che erano stati, o quasi (solo 13 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra) erano diventati tutti antifascisti. Mi raccontò Arturo Tofanelli, il giornalista che ha inventato il primo magazine a colori, per lo meno in Italia, che quel fatidico giorno stava viaggiando da Torino a Milano: “Vedevo, ai lati dei binari, il luccicare di quelle che sembravano medaglie, erano i distintivi del Partito fascista di cui si stavano rapidamente liberando”.
La mia infanzia, nel dopoguerra, è stata segnata da ragazzi poco più grandi di me che sostenevano di aver partecipato alla Resistenza e mi rimproveravano perché io non l’avevo fatta. Come minimo erano stati tutti “staffette partigiane” (Fallaci compresa, poteva mancare?). E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “Ma quanti messaggi si scambiano questi partigiani?”.
[…] Ma torniamo alla Resistenza, quella vera e quella montata ad arte. A catturare Mussolini, che dopo tanta retorica sulla “bella morte” per la quale molti ragazzi italiani andarono a morire per Salò (anche questo è un segno della nostra classe dirigente che al momento del dunque trova sempre una qualche ragione per svignarsela, vedi il re e Badoglio che fuggono da Roma lasciandola in balìa dei tedeschi, vedi anche le atroci lettere di Aldo Moro inviate dalla prigione brigatista) fu il partigiano Pedro, alias conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, con un’azione audacissima: erano solo 7 i partigiani sotto il suo comando, fermò la colonna di trecento tedeschi, che erano sì in fuga, ma armati di tutto punto al comando del colonnello Fallmerayer. Da Milano, per ordine del Cln lombardo, arrivarono a Salò numerosi “partigiani” con divise nuove di zecca, nessuno li aveva mai visti, tanto che Pedro e i suoi sul momento pensarono che fossero fascisti travestiti. Al comando di questo manipolo c’era il “colonnello Valerio”, al secolo ragionier Walter Audisio, che aveva l’ordine di fucilare Mussolini e tutti gli altri gerarchi fascisti che seguivano il Duce in fuga. Valerio si fece consegnare la lista dei gerarchi fascisti, quelli responsabili e quelli meno responsabili e a fianco di ogni nome metteva una croce che significava la condanna a morte per i catturati. Quando arrivò al nome della Petacci mise pure una “X”: “Ma come – disse Pedro – vuoi fucilare anche la donna?”. “Sì”. “Allora – rispose Pedro – io ritiro i miei uomini dalla piazza”. In un successivo articolo pubblicato sull’Unità, Valerio si sofferma a lungo su particolari scabrosi, come le mutandine della Petacci. Era talmente volgare quel pezzo che il giorno dopo l’Unità fu costretta a rettificare il tiro. La Petacci, com’è noto, fu fra le persone appese a testa in giù a Piazzale Loreto, ma con la gonna legata perché non le si vedessero le pudenda. C’è qui tutto il cattolicesimo italiano, per cui fucilare la donna era lecito, ma esporre appunto le sue pudenda al pubblico era tabù. Del resto a queste scabrosità i partigiani, o alcuni di essi, non erano alieni. Proprio il giorno della Liberazione fecero sfilare, nude e rasate a zero, le ragazze che erano state coi fascisti, o presunti tali o con i nazisti. È proprio questo particolare della rasatura che più fa rabbrividire. Si sa quanta importanza hanno per le donne i capelli e il modo in cui li portano. Non a caso nell’Islam, seguendo la sharia, le donne devono portare il velo e anche da noi, se entrano in chiesa, devono coprire il capo. Così è ancora usanza nel nostro Sud. Non voglio con questo giustificare i massacri che si fanno in Iran contro le donne che non si vestono “adeguatamente”. È solo un dato di fatto. Davanti allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi impiccati a testa in giù, Sandro Pertini, non ancora indementito, esclamò: “L’Insurrezione è disonorata!”. Gli stessi americani, evidentemente molto diversi da quelli di oggi, da quelli di Trump, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio.
Bellini delle Stelle, ingegnere, fece una normale carriera all’Eni e non lo sentì mai citare l’episodio di cui era stato protagonista, Walter Audisio, per un’azione che somigliava più a quella del boia, divenne parlamentare del Partito Comunista. […]
Ho raccontato l’apologo del partigiano Pedro a mio figlio e alla fine gli ho chiesto: “Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?”. Ha risposto: “Pedro” e mi ha fatto piacere. Gli ho detto: “Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza d’un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”. Ci vuole una grande forza interiore per essere e restare Pedro.
Bel pezzo. Lo farei leggere a un certo soggetto, assicurandomi che riesca a capire soprattutto la parte finale.
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” L’ insurrezione è disordinata “ ma non fu solo insurrezione, che almeno da parte di qualcuno ci fu dopo una lunga opposizione al fascismo fin dai suoi esordi, fu anche la conseguente e comprensibile giustizia dopo aver subito: piazzale Loreto non fu scelto per caso, nell’ angolo in cui furono esposti Mussolini e la Petacci erano stati fucilati da un plotone di fascisti circa 20 ragazzi italiani accusati di antifascismo ed esposti per giorni al cospetto della città come monito! Si continua a parlare di resistenza, del suo ruolo nella liberazione, quando formalmente, come scrive Fini, l ‘ Italia è stata occupata e sconfitta in guerra , come paese alleato dei nazisti , dagli angloamericani, ed in quella fase c’è stata una guerra civile, che andrebbe chiamata con il suo nome! E le guerre civili sono le più feroci e crudeli, dove un capo di Stato, dittatore, può essere fucilato insieme alla sua amante……e quando si organizza e fomenta una guerra civile, contro un regime, si può arrivare a colpire la guida spirituale ammazzata insieme a tutta la famiglia, compresa la nipotina di due anni, e gli americani che al tempo dell’ esecuzione di Mussolini, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio, sono diventati 5 minuti dopo, maestri, organizzatori e sostenitori di barbarie da guerra civile in molti paesi…..e decenni prima di Trump! E mentre le classi dirigenti politiche , antifasciste, del tempo cercavano di superare la guerra civile con una transizione pacifica del paese alla democrazia, gli inglesi progettavano il bagno di sangue italiano, per attuarlo successivamente con la regia americana, che delle vittime italiane delle stragi, non si è mai scandalizzata …….Per essere Pedro bisognerebbe avere quella onestà intellettuale in grado di indignarsi e condannare sempre i mandanti, delle barbarie , oltre alla manovalanza che si presta…..disordinata , fino a quando non c’è qualcuno ad organizzarla nel modo più feroce e strumentale al proprio scopo ! Che può essere una guerra civile, una strategia stragista o un genocidio……con omissione ed occultamento più immorale dell’ esibizione di cadaveri!
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Come al solito , Massimo Fini non manifesta pensieri convenzionali,buonisti ,conformisti ma ci spiattella con vigore in faccia una verità che sui canali televisivi è semplicemente proibita ai minori di novantacinque anni . Quello che fu non è quello che davvero fu . La storia ci racconta eventi per le scuole inferiori che in realtà si avverarono in modo diverso. Il nazismo ed il fascismo furono eventi funesti :questo è verissimo ,ma chi ci ha raccontato l’accaduto farcendolo a dovere con un’ educazione di parte deformante spesso i fatti e le situazioni. Cosa ci sarebbe servito per dirci che gli americani ci liberarono per tornaconto loro e non per puro altruismo ? Onestà intellettuale. Hitler e Mussolini sarebbero stati santificati per questo ? Certamente no e tantomeno i campi di concentramento. Ma si sarebbe dovuto ammettere che per ogni nazifascista i americano ucciso ne stati ammazzati almeno cento sovietici e questo a certi storici non andava e non va giù neanche adesso.
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AI è più accurata delle elucubrazioni di Massimo Fini. Se esagera su un numero, quanto è affidabile il resto del ragionamento?In pratica, quella che doveva essere una “verità scomoda” finisce per sembrare come sempre solo una sparata giornalistica.
Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo come tutti gli equivoci, e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’ la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).
ECCO QUANTI SONO I MORTI COREANI NEL KURSK – Sono 1.144 i soldati della Corea del Nord che sono morti durante la liberazione della regione russe di Kursk dalle forze armate ucraine. I media sudcoreani riferiscono che questo numero di vittime – 143 righe con 8 nomi ciascuna – è inciso sulla parete di marmo nero del Museo Memoriale delle operazioni militari all’estero, inaugurato a Pyongyang…
Al 10 maggio 2026, si stima che circa 1.100 soldati nordcoreani siano tornati ufficialmente in patria dopo la missione a Kursk.
Tuttavia, il quadro complessivo dei rientri è estremamente limitato rispetto al totale delle truppe inviate, poiché la maggior parte del contingente è rimasta sul campo.
Dettagli sui rientri e le perdite
Primo rientro ufficiale: A dicembre 2025, Kim Jong Un ha accolto a Pyongyang i membri del 528° Reggimento Genio (circa 1.000 uomini) di ritorno da una missione di sminamento durata 120 giorni nel Kursk.
Perdite pesanti: Su circa 11.000-15.000 soldati inizialmente inviati, l’intelligence britannica e sudcoreana(pensa un po’ chi stima: l’intelligence stima che oltre 6.000 siano stati uccisi o feriti in combattimento (più del 50% della forza originale).
Truppe residue: All’inizio del 2026, circa 10.000-11.000 soldati nordcoreani risultavano ancora stazionati nella regione di Kursk o pronti a essere ridispiegati al fronte.
Sterminare. Se i soldati tornano (come i 1.100) o restano operativi, dire che sono stati “tutti sterminati” è una falsità fattuale. Generalizzare e usare il termine “tutti” annulla le storie individuali dei sopravvissuti e rende il commento un’iperbole puramente politica, perdendo di credibilità statistica. Se anche solo il 10% torna a casa e il 36% è ancora vivo al fronte, il termine “sterminio” è un’esagerazione retorica. Statisticamente, si tratta di un tasso di mortalità estremamente alto, ma non di una cancellazione totale.
MF: si dia tregua e si spolveri i suoi mila libri
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C’è un video che non riesco a postare dove Chi ha Telegram lo può trovare
🟢Soldati nordcoreani cantano canzoni mentre disinnescano mine nella regione di Kursk: un’unità dell’Esercito popolare coreano è stata formata e inviata nella regione di Kursk per ordine del comandante in capo Kim Jong-un, nell’ambito dell’accordo di partenariato strategico globale firmato dai leader dei due paesi a Pyongyang.
Gli specialisti militari nordcoreani hanno seguito un addestramento supplementare presso i centri di addestramento delle truppe di ingegneria russe. Nella regione di Kursk, i genieri si sono imbattuti in proiettili di artiglieria e mortaio fabbricati negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Bulgaria, mine anticarro e antiuomo, granate a mano e proiettili per lanciagranate automatici utilizzati da decine di paesi della NATO, nonché ordigni esplosivi improvvisati di fabbricazione ucraina. Hanno inoltre incontrato oggetti domestici minati, giocattoli per bambini e i corpi di soldati delle Forze Armate ucraine deceduti.
Peskov – sul lavoro degli sminatori della Corea del Nord nella regione di Kursk:Con gratitudine. Siamo riconoscenti e grati ai nostri amici della RPDC per l’aiuto altruista e eroico. Non dimenticheremo mai questo aiuto. Il lavoro continua. È un lavoro pericoloso, difficile. Davvero, i nostri amici coreani ci aiutano molto. Lo apprezziamo moltissimo.
NNon sono andati come carne di cannone inesperta. E ciò che doveva essere implementato è stato fatto nei centri
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