Il sistema costruito dalla premier starebbe entrando in una fase di stress mai vista prima. Non tanto per l’opposizione quanto per una serie di “interferenze” esterne che avrebbero acceso più di una spia rossa

(Marco Antonellis – lespresso.it) – C’è un retroscena che rimbalza da giorni nei corridoi più ovattati di Palazzo Chigi. Un sussurro, per ora, ma sempre più insistente tra chi frequenta i piani alti dell’intelligence e i tavoli che contano davvero: il sistema costruito da Giorgia Meloni starebbe entrando in una fase di stress mai vista prima. Non tanto per l’opposizione – che pure, per la prima volta, mette il naso avanti nei sondaggi – quanto per una serie di “interferenze” esterne che avrebbero acceso più di una spia rossa.
Il punto non è solo il referendum perso, né la teoria dei dietrofront a raffica – da Beatrice Venezi a Giuseppina Di Foggia, passando per teste politiche cadute una dopo l’altra. Il punto, raccontano fonti qualificate, è che ogni mossa della premier sembra ormai produrre un contraccolpo immediato. Come se qualcuno, da fuori, stesse giocando in anticipo.
Nei briefing più riservati dell’intelligence si parla apertamente di un raffreddamento simultaneo su due assi decisivi: Washington e Tel Aviv. Il gelo con Donald Trump – culminato nello scontro verbale e nella gestione della crisi mediorientale – non sarebbe stato digerito in alcuni ambienti americani. E ancora meno a Israele, dopo lo stop al memorandum sulla Difesa. “Errori non casuali – sussurra chi monitora i flussi diplomatici -. Qualcuno ha iniziato a considerare Meloni meno affidabile”.
Da qui il sospetto, tutto politico ma alimentato da segnali concreti: le “manine” del cosiddetto Deep State – americano e israeliano – starebbero lavorando per indebolire la premier italiana. Non un complotto ma una pressione multilivello: mercati, media, frizioni interne amplificate ad arte.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo più longevo degli ultimi anni si scopre improvvisamente fragile. Ogni dossier è un campo minato: Eni, conti pubblici, riforme ferme, rapporti con Bruxelles. Persino il feeling costruito con Ursula von der Leyen rischia di incrinarsi, mentre la corsa a Parigi da Emmanuel Macron sa di mossa obbligata più che di scelta strategica.
Dentro Fratelli d’Italia, intanto, il clima è cambiato. Le dimissioni a catena – da Andrea Delmastro a Daniela Santanchè – non sono più viste come episodi isolati, ma come crepe di un sistema che scricchiola. Meloni, raccontano, resta lucida ma più isolata. Il cerchio magico si è ristretto, i margini di errore azzerati. E quella partita di sciangai evocata dopo il referendum non è più una metafora giornalistica: è la fotografia plastica di un potere che prova a reggersi togliendo bastoncini uno alla volta, sperando che la struttura non crolli.
Ma la vera domanda, nei palazzi che contano, è un’altra: quanto può durare un equilibrio quando le pressioni arrivano contemporaneamente dall’interno e dall’esterno? E soprattutto: chi sta davvero muovendo i fili?