
(Salvatore Minolfi – lafionda.org) – «He may be a son-of-a-bitch, but he is our son-of-a-bitch…» Nel giro di ventiquattro ore, l’Unione Europea ha approvato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e nel contempo ha respinto la richiesta di sospendere l’Accordo di Associazione UE-Israele, richiesta formalmente avanzata da Spagna, Irlanda e Slovenia, in ragione dei crimini di guerra commessi negli ultimi due anni e mezzo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e per l’annessione di fatto con cui Tel Aviv sta concludendo cinquantanove (59) anni di indisturbata occupazione militare dei territori palestinesi.
Non vale la pena commentare l’ulteriore dimostrazione dello stato di abiezione politica e morale in cui sono sprofondate le classi dirigenti del Vecchio Continente. Questa fine miserabile e ingloriosa non era un destino necessario. L’abbiamo semplicemente scelto. Ma le forme e i modi in cui tutto ciò è accaduto, nell’ultimo quarto di secolo, sembrano determinare un percorso irreversibile. L’Unione Europea non sopravviverà alle proprie carognate.
Ora abbracciamo la dottrina del “doppio standard” senza alcuna vergogna e senza alcuna preoccupazione di doverla camuffare in qualche modo. Dei tanti elementi che compongono la storia della nostra civiltà, abbiamo deciso di conservare ed esaltare innanzitutto quelli che ci riconnettono al nostro passato coloniale, utilizzando, a mo’ di aggiornamento, la mediazione ‘teorica’ offerta nell’ultimo trentennio dalla cultura neoconservatrice americana.
La Kaja Kallas (che pure conta come il due di coppe) potrebbe tranquillamente dire di Netanyahu, ciò che per decenni i signori di Washington hanno detto dei più immondi governanti in giro per il mondo: «Sarà pure un figlio di puttana, ma è pur sempre il nostro figlio di puttana».
La famosa espressione (“He may be a son-of-a-bitch, but he is our son-of-a-bitch”) viene tradizionalmente attribuita a Cordell Hull, Segretario di Stato USA, che l’avrebbe pronunciata nel 1939, riferendosi al dittatore dominicano Rafael Trujillo. Gli Stati Uniti non comandavano ancora il mondo, ma nel loro emisfero facevano il bello e il cattivo tempo già da più di un secolo.
Dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto in America Latina, la frase compendiava fedelmente l’orientamento dominante nella politica estera americana, con l’esplicita rivendicazione del diritto al “doppio standard”. Si trattava di un orientamento, come si suol dire, “bipartisan”.
Un discorso analogo lo faceva, infatti, anche John F. Kennedy (secondo la testimonianza di Arthur M. Schlesinger jr., suo collaboratore e biografo) agli esordi della sua Amministrazione, sempre ragionando sulle prospettive della Repubblica Dominicana di Rafael Trujillo (un dittatore che, peraltro, sarebbe morto in un attentato pochi mesi dopo). Kennedy sosteneva che non si poteva rinunciare ai tradizionali dittatori sudamericani, finché l’alternativa era qualcosa di simile alla rivoluzione castrista.
Sempre nel contesto della guerra fredda, in un famoso articolo scritto su «Commentary» (“Dictatorships and Double Standards”, 1979) la repubblicana Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, sostenne che per gli Stati Uniti era moralmente e strategicamente più accettabile sostenere un dittatore autoritario ‘amichevole’ che rischiare l’ascesa di un regime comunista (un “male” maggiore e definitivo).
Ed è così che per quasi cinquant’anni, gli Stati Uniti sostennero, a spada tratta, ‘campioni’ come Syngman Rhee, Bao Dai, Chiang Kai-shek, Ngo Dinh Diem, Rafael Trujillo, Fulgencio Batista, Anastasio Somoza, Park Chung Hee, Nguyen Cao Ky, Suharto, Mobutu, Pinochet, and Chun Doo Hwan, ecc. ecc.
Anni dopo, l’eminente storico americano John Lewis Gaddis (un Pulitzer Prize e una National Humanities Medal), nell’intento di rassicurarci, avrebbe precisato, senza vergogna, che: “Regimi come quelli di Somoza in Nicaragua o di Trujillo nella Repubblica Dominicana potevano essere sgradevoli, ma rientravano nella categoria dei regimi benigni perché non rappresentavano una seria minaccia per gli interessi degli Stati Uniti e in alcuni casi li promuovevano addirittura” (“We Now Know”, 1997).
Tuttavia, finita la guerra fredda, le cose non cambiarono. Anzi, peggiorarono. Irving Kristol, il “padrino” dei neoconservatori americani, rivendicò qualcosa in più del tradizionale diritto degli Stati Uniti al doppio standard: “La verità è che non solo la nostra politica estera ha un doppio standard rispetto a ciò che oggi viene definito “diritti umani”, ma che noi abbiamo anche un triplo ed un quadruplo standard. Per meglio dire, noi abbiamo tanti standard quanti ne richiedono le circostanze – la qual cosa è proprio come essa dovrebbe essere” (“Defining Our National Interest”, 1991).
All’epoca in cui Irving Kristol (e, dopo di lui, il figlio William) diceva e scriveva quelle cose – cioè nell’immediato dopo guerra fredda – in generale ai principali dirigenti politici europei si rizzavano i capelli in testa. Non erano santi, ci mancherebbe. Ma che si trattasse di un Mitterrand o di uno Schmidt, oppure di uno Chirac, di un Kohl o di uno Schröder (per non parlare di tanti dirigenti della tanto vituperata Prima Repubblica italiana), credo che avessero alle spalle un tirocinio politico molto più severo: erano cresciuti tra le macerie del Vecchio Continente e conoscevano il dramma e i costi degli ultimi conati dell’imperialismo europeo, del conflitto mondiale e della guerra civile che ne erano derivati.
Fondata o meno che fosse, dopo l’89, le classi dirigenti europee erano ancora in grado di esibire una propria pretesa ‘diversità’, rispetto all’alleato americano, al punto da sedurre Gorbaciov e l’ultima nomenklatura sovietica. Un equivoco terribile e fatale.
Era solo questione di anni. La distruzione neoliberista del contratto sociale europeo e la parallela affermazione dell’ecosistema unipolare avrebbero dato alla luce una generazione di dirigenti ignoranti e pusillanimi, cresciuti parassitariamente nel demoralizzante vassallaggio politico e nella subalternità culturale ai nuovi padroni americani. Alla vigilia dell’invasione dell’Irak (tra gennaio e febbraio 2003), con l’aiuto degli Stati “valvassini” dell’ex-Patto di Varsavia e dei paesi Baltici (manovrati dal puparo americano) fu stroncata l’ultima resistenza dei francesi e dei tedeschi.
Iniziava l’epoca dei Borrell, Kallas, von der Leyen… E, ahimé, oggi bisogna prenderli sul serio.
Oggi c’è uno Stato dell’apartheid, razzista, sterminista, fondato sul suprematismo ebraico; uno Stato che pratica una quotidiana violenza coloniale, al tempo stesso grottesca e sanguinaria; uno Stato che non ha confini dichiarati e destabilizza tutti gli altri Stati della regione; uno Stato cogestito da un’élite etno-nazionalista e da esponenti di un messianismo fanatizzante; uno Stato i cui dirigenti hanno dichiarato pubblicamente e ai quattro venti le loro intenzioni genocidarie, prima di metterle in pratica con agghiacciante sistematicità.
Questo Stato è ASSOCIATO all’Unione Europea.
Oggi, per interrompere questa vergogna, basterebbe il semplice appello al comune senso del pudore.
Ma se l’Europa dei Borrell, Kallas, von der Leyen, Merz, Meloni ecc. ecc. non vuole prendere questa decisione, è perché ha evidentemente le sue buone ragioni. SIMILES CUM SIMILIBUS CONGREGANTUR.
No, decisamente l’Europa non sopravviverà alle proprie carognate…