Il leader del Movimento 5 stelle: «Se perdo non ne farò un dramma. E penso nemmeno Schlein». L’affondo contro la premier Meloni: «Quando difendi il tuo Paese ti batti. E te ne fotti se resti isolato»

(Niccolò Carratelli – lastampa.it) – Si inizia con la foto del campo progressista quasi al completo, alla faccia della scaramanzia. Tutti riuniti dentro la Galleria Alberto Sordi, giusto di fronte a Palazzo Chigi, per celebrare “Una nuova primavera”, che è il titolo del libro di Giuseppe Conte e, volendo, l’auspicio per il centrosinistra. C’è Elly Schlein con vari parlamentari del Pd, tra cui gli ex ministri giallorossi Dario Franceschini, Francesco Boccia, Roberto Speranza, ma anche il “draghiano” Lorenzo Guerini (bacchettato nel libro). Poi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, con un gruppetto di Avs, il leader del Psi, Enzo Maraio, e il fondatore di Progetto Civico Alessandro Onorato. C’è anche Giorgio La Malfa. Assenti Matteo Renzi, ma nessuno lo aspettava, e Riccardo Magi. Non manca, invece, una schiera di 5 stelle di oggi e di ieri, tra cui spiccano il presidente della Campania, Roberto Fico, ex di governo come Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro o Stefano Buffagni (hai visto mai che ci scappa un terzo mandato).
Tutti lì ad ascoltare l’ex premier che, non è un mistero, si candida per tornare a ricoprire quel ruolo. «Nessuna ossessione, stare lì è stressantissimo, un logoramento pazzesco», assicura lui, incalzato dalle domande del direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, e della direttrice di Quotidiano nazionale Agnese Pini. Però poi ammette che, se la sua «comunità politica» glielo chiederà, sarà in campo per le primarie e punterà di nuovo a Palazzo Chigi: «Quello o lo scudetto della Roma? Sono molto tifoso, ma ho grane rispetto per il Movimento, quindi resto agnostico». Tradotto, il bis da premier è in cima alla lista dei desideri. Gli altri, gli alleati in platea, lo sanno benissimo. A cominciare da Schlein, che lo osserva dalla prima fila, assorta e impassibile, mentre Conte ricorda il terribile periodo del Covid, i miliardi del Pnrr presi in Europa, i confronti accesi con Merkel e Macron, il rapporto con il primo Trump «sempre per portare un vantaggio al Paese».
Il gas russo? Non si può prendere finché non c’è un negoziato di pace. Ma la politica estera dell’Italia non la fa l’Eni
Della serie, io so già come si fa. Passa in rassegna le facce dei suoi ex ministri, ci sono anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, all’epoca all’Economia, Peppe Provenzano, Paola De Micheli. Conte si infervora: «La filosofia Maga non mi è mai appartenuta, io l’ho declinata subito come Miga: Make Italy great again». Poi ricorda le lunghe trattative a Bruxelles e fa un paragone tra lui e Meloni, che ha ceduto su tutto, dal Patto di stabilità all’aumento del 5% delle spese militari in sede Nato: «Quando difendi il tuo Paese ti batti e te ne fotti se resti isolato», grida il leader M5s tra gli applausi dei fan, che poi si metteranno in fila per il firmacopie.
Del resto, è la prima presentazione pubblica dopo quella di lunedì scorso, riservata a giornalisti e ospiti selezionati. «Ma poi dicono qualcosa pure del libro? » , chiede una signora rimasta in piedi a lato del piccolo palco. Verrà accontentata più avanti, con un paio di notazioni biografiche sul Conte studente e padre. «A scuola avevo un serio problema di balbuzie, ne soffrivo – racconta – avevo difficoltà a parlare in pubblico, ora mi sto rifacendo». Poi si commuove ripensando al tempo negato al figlio Niccolò (cui è dedicato il libro) quando era premier durante il Covid: «Lui era malato e io non c’ero mai, la vita familiare non esisteva, è stato molto difficile».
Parentesi sentimentale, poi si torna a parlare di politica estera, perché «la destra ci lascia macerie, noi dovremo ridefinire un principio di gestione delle relazioni internazionali». A proposito, che si fa con il gas russo? Conte ribadisce che «non si può prendere finché non c’è un negoziato di pace», anche se non tutti nel Movimento la pensano così. E riserva una frecciatina a Claudio Descalzi, perché «la politica estera dell’Italia non la fa l’Eni». Non si sottrae nemmeno sull’Ucraina, il nodo mai sciolto nel centrosinistra, ripetendo che «era meglio fare subito un negoziato, a condizioni migliori, invece di pensare a una vittoria militare sulla Russia. Abbiamo scommesso sulle armi, dovevamo scommettere sulla diplomazia». La faccia di Guerini, defilato ai margini della platea, tradisce qualche perplessità.
Ho dedicato il libro a mio figlio Niccolò. Durante il Covid lui era malato e io non c’ero mai. È stato molto difficile
Poi, inevitabilmente, si vira sulle primarie: «Alzi la mano chi vuole farle», scherza Malaguti rivolto ai leader in prima fila. Risata generale, Schlein ora sembra divertita. «Non ne avessi mai parlato – dice Conte – adesso me lo chiedete sempre, ma con i miei colleghi siamo d’accordo che viene prima il programma». E non si parte da zero, «ci sono già punti comuni, in questa legislatura non siamo stati certo a pettinare le bambole, né sul divano, come dice Meloni», attacca il presidente 5 stelle. Lui, comunque, le primarie le dà per scontate, ma auspica che «non siano divisive: con un progetto politico condiviso non ci saranno personalismi, si andrà avanti a prescindere dall’interprete». Sembra sincero, aggiunge: «Cercheremo di lavorare tutti per un progetto, che deve trascendere l’interesse legittimo della propria forza – spiega –. Poi ci può essere anche un’ambizione, per carità, chi ce l’ha di più chi meno». Si gira verso Schlein: «Io se perdo, non mi suiciderò. E penso nemmeno Elly».
La guarda, lei annuisce, forse rinfrancata dal sondaggio pubblicato ieri da Youtrend, che ha registrato un quadro diverso rispetto a quasi tutti quelli usciti prima: le primarie le vincerebbe Schlein con il 41%, davanti a Conte col 26% e alla sindaca di Genova, Silvia Salis, col 25%. Dopo un’ora abbondante è finita, c’è la fila anche per salutare lo scrittore. Abbracci, pacchetti sulle spalle, sorrisi e «bravo Giuseppe». Si esce fuori e la facciata di Palazzo Chigi è illuminata. Impossibile non voltare lo sguardo.