Senza bipolarismo la presidente del Consiglio perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a palazzo Chigi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni boccia il proporzionale e difende il bipolarismo. Ma dietro la battaglia contro il “partito del pareggio” si nasconde una partita di potere che riguarda il suo futuro politico.
A leggere le dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni combatte il “partito del pareggio” per una nobile causa: garantire stabilità, evitare governi deboli, impedire il ritorno delle larghe intese e delle maggioranze assemblate nei corridoi del Palazzo. Ma dietro la versione ufficiale, nei palazzi romani circola una lettura molto meno istituzionale e molto più politica.
La premier sa perfettamente che il bipolarismo è stato il motore della sua ascesa e continua a essere la migliore assicurazione sul suo futuro. Per questo a Palazzo Chigi il dibattito sulla legge elettorale viene osservato con estrema attenzione. Perché dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione molto più concreta: chi governerà l’Italia nei prossimi anni e soprattutto chi avrà ancora la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.
Le cronache raccontano di una Meloni impegnata a bloccare sul nascere qualsiasi tentazione di riaprire il dossier elettorale. Una linea che ha una spiegazione molto semplice. Il bipolarismo conviene alla leader di Fratelli d’Italia molto più di quanto convenga al sistema. Finché esiste una competizione tra due schieramenti contrapposti, Meloni resta il punto di riferimento inevitabile del centrodestra. Nessuno degli alleati può davvero insidiarne la leadership. Nessuno può presentarsi come alternativa credibile alla guida della coalizione. Senza il bipolarismo, invece, cambierebbe tutto.
In uno scenario del genere Fratelli d’Italia potrebbe persino restare il primo partito italiano senza avere la certezza di esprimere il presidente del Consiglio. Ed è qui che si trova il vero nodo politico. Per anni la leader di Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso presentandosi come alternativa ai giochi di Palazzo. Ma il paradosso è che proprio il ritorno della politica parlamentare potrebbe ridimensionarne il peso.
Forza Italia potrebbe trattare autonomamente. La Lega potrebbe tornare a giocare una partita propria. Potrebbero nascere aggregazioni centriste capaci di diventare decisive. Potrebbero emergere figure considerate più rassicuranti per Bruxelles, per il Quirinale o per determinati ambienti economici. In altre parole, Meloni smetterebbe di essere indispensabile. Ecco perché da via della Scrofa leggono la battaglia contro il “partito del pareggio” come qualcosa di molto diverso da una semplice disputa istituzionale.
Nei corridoi parlamentari la sintesi viene affidata a una battuta tanto brutale quanto efficace. Per Meloni è “bipolarismo o morte“. Morte politica, naturalmente. Perché il sistema che l’ha portata a Palazzo Chigi è lo stesso che potrebbe consentirle di restarci o di tornarci domani. Per questo la premier non vuole sentire parlare di “pareggio”. Non perché tema l’instabilità del Paese. Ma perché senza bipolarismo perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a Palazzo Chigi. Dietro la crociata contro il “pareggio”, dunque, c’è una domanda che a Palazzo Chigi preferiscono non pronunciare ad alta voce: senza il bipolarismo, Giorgia Meloni avrebbe ancora la strada spianata verso Palazzo Chigi oppure diventerebbe una leader come tante?