Nel tempo in cui la guerra diventa normale, il Papa pone la Magnifica Umanità (titolo della sua prima enciclica) di fronte allo specchio. E la esorta a scegliere

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Prima le prime cose. La prima delle prime cose è la pace. Le altre, a cominciare dalla giustizia, non possono prescinderne. Di tutte siamo comunque tutti e ciascuno responsabili. Nel tempo in cui la guerra diventa “normale”, il papa pone la Magnifica Umanità — titolo della sua prima enciclica — di fronte allo specchio. E la esorta a scegliere: vogliamo «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme?».
Il vescovo americano di Roma si rivolge con sguardo universale «non solo ai fedeli ma a tutti gli uomini di buona volontà». Urbi et orbi scruta i segni dei tempi sulla scia del Concilio Vaticano II (1962-65), per svolgerlo in avanti. Un giorno ci sarà pure il Vaticano III. Potrà questa enciclica svelarsi prima pietra verso quel traguardo indicibile?
Nei primi mesi di pontificato ci si chiedeva in Vaticano, scherzando non troppo, se qualcuno avesse informato Robert Prevost di essere diventato papa. Siccome nessuno nasce papa, e da sportivo Leone XIV conosce l’importanza dell’allenamento, avrà preso il suo tempo. L’impressione è che l’abbia speso bene. Poi, certo, Trump ha aiutato. Come Attila contribuì a elevare Leone I al grado Magno, così lo sguaiato bellicismo del tycoon ha mobilitato la coscienza del Leone che si voleva Piccolo.
Magnifica Humanitas è annunciata nella stenografia mediatica come enciclica sull’intelligenza artificiale. È molto di più. Il Papa vi inaugura una riflessione sulle «cose nuove» che obbligano ad aggiornare la dottrina sociale della Chiesa, proposta 135 anni fa da Leone XIII nella Rerum Novarum.
Nel 2012 il cardinal Martini stabiliva: «La Chiesa è indietro di 200 anni». Subito dopo papa Francesco denuncerà il peccato del clericalismo. Sul doppio impulso di due gesuiti che più diversi non potevano essere un agostiniano, per tale culturalmente altro rispetto ai seguaci del “generale” di Loyola, si è fissato il compito di salvare la Chiesa dal dissanguamento per scismi. Il Papa taglia corto sul dilemma tradizione/rinnovamento. Preferisce «lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione».
Salvezza della Chiesa e salvezza dell’umanità sono due facce della stessa medaglia. La missione del cristiano è parlare al mondo. Ascoltandolo. Per proporgli una via: la «custodia della persona umana» minacciata dagli abusi inumani dell’intelligenza artificiale.
A occhi laici Magnifica Humanitas appare manifesto politico. Ovvero quel che oggi nessuna politica occidentale propone perché lo sfilacciamento delle legature sociali e il trionfo della disperazione narcisista la negano in radice. Se Leone XIII mediava tra capitale e lavoro, Prevost si schiera per chi lavora contro l’idolatria della finanza. Denuncia il culto dell’algoritmo che vorrebbe ridurre la morale a computazione, lo Stato ai tecno-teologi d’accatto (Musk e Thiel non sono nominati, chi vuol capire capisce) e il mercato a misura di tutte le cose.
Con malizia rivolta contro i tecnocrati uno dei loro idoli, il cattolico Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Alla faccia dei transumanisti che trasferiscono i loro incubi su di noi per convertirci in ibridi extraterrestri.
Ritorniamo alla prima priorità: la pace. Prevost denuncia la «normalizzazione della guerra». Noi europei rifiutiamo di sedare i conflitti alle nostre porte, ne facciamo anzi motivo di riarmo. Aiutiamo gli altri a scarificarsi per noi in nome di princìpi per i quali non siamo disposti a morire. Informazioni presso ucraini o palestinesi oggi, domani chissà.
Contro l’indifferenza Leone evoca il «sano realismo» del negoziato. Respinge «le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». Denuncia «un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Troppo facile proteggere la pace nostra con le guerre altrui. Soprattutto miope.