Non si cercano solo leader forti: un italiano su quattro crede che in alcune circostanze sia meglio un regime. La quota cresce fra gli elettori di centrodestra, mentre chi vota Pd o una formazione di centrosinistra non insegue una guida forte

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – La maggioranza degli italiani ritiene che «il Paese ha bisogno di essere guidato da un leader forte». Non è una novità, ma la conferma di un orientamento rilevato dai sondaggi di LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Demos e Avviso Pubblico) da molti anni. E confermato da un’indagine recente (qui le tavole). L’ampiezza del consenso verso questa idea è costante nel tempo. Sempre intorno al 60%, con variazioni limitate. Nell’ultima rilevazione, infatti, la sua misura è il 57%, in ambito nazionale. E oltre. Con una precisazione: “il” leader è divenuto “la” leader. Una donna. A presiedere il governo italiano, infatti, è Giorgia Meloni. Alle guide dei Fratelli d’Italia. Mentre a capo dell’opposizione è Elly Schlein, segretaria del PD. Se guardiamo oltre i nostri confini, l’Unione Europea è presieduta da Ursula von der Leyen.

La domanda di un(a) leader forte si riflette nel timore che la “personalizzazione del potere” genera sul destino della democrazia. Un sentimento di inquietudine che coinvolge circa 4 italiani su 10. Per la precisione: il 38%. D’altra parte, si tratta di una tendenza di lungo periodo. Corrisponde alla crisi dei partiti, che, a loro volta, si sono “personalizzati”, “leaderizzati”. In quanto la loro immagine coincide con quella del – o della – leader. Un orientamento avviato, com’è noto, da Silvio Berlusconi, negli anni Novanta. E, successivamente, ri-prodotto in tutto il sistema politico. In quanto la “personalizzazione” è divenuta una svolta condivisa da tutti i partiti. Favorita soprattutto dai “media”, in quanto la “mediazione” fra politica e società non si è più affidata ai partiti e alla loro organizzazione, ma … ai “media”. Anzitutto, alla televisione e, in seguito, al digitale. Così, l’immagine ha rimpiazzato le ideologie, mentre la comunicazione si è imposta sulla partecipazione. Questa tendenza si è diffusa rapidamente e oggi è visibile in tutte le forze politiche. Di ogni orientamento. Il ruolo del leader è divenuto, quindi, determinante. E coincide, spesso, con il partito.

Fabio Bordignon ha riassunto questa situazione con una definizione efficace: la “democrazia del Capo”. Una cornice ai dati del sondaggio di LaPolis. Nel quale si conferma l’indebolirsi del sentimento democratico, già emerso da altre indagini precedenti. Oggi, infatti, il 23% degli italiani ritiene che “in alcune circostanze un regime autoritario può essere preferibile al sistema democratico”. Una quota che supera il 30 fra coloro che evocano (e invocano) l’avvinto di “un leader forte”. In altre parole, una “democrazia del capo”. Del-la leader. Questo orientamento riflette soprattutto le preferenze politiche delle persone intervistate. Raggiunge, non per caso, il massimo livello, il 75%, 3 elettori su 4, fra gli elettori dei Fd’I. Dunque, di Giorgia Meloni. E ciò conferma come i Fd’I siano divenuti, a loro volta, un “partito personale”. Il PdGM: il Partito di Giorgia Meloni.

Una domanda di “leadership forte” si osserva, non per caso, nella base di Forza Italia. L’artefice del “partito personale”. Nonostante il suo fondatore non ci sia più. A breve distanza, segue la Lega. Divenuta, a sua volta, LdS, Lega di Salvini. Un partito non più “territoriale” ma “personale”. Più indietro è il M5s. Non per caso, in quanto, nonostante nel corso degli anni sia cambiato in modo significativo, è sorto anch’esso, nella prima fase, come un “partito personale”, quanto meno, “personalizzato”, intorno alla figura di Beppe Grillo, che lo ha creato e definito come “anti-partito”. Un modello seguito da molti altri soggetti politici. Compresi i Fd’I. La cui affermazione è stata favorita in quanto, alla fine dello scorso decennio, erano esterni ai governi. Passati e recenti. Lontani da tutte le altre forze politiche, nel sondaggio di LaPolis-Università si Urbino (con Demos), vi sono i partiti di Centro Sinistra e, soprattutto, il PD. Un dato “significativo”. Riflette e “dà significato” alla sua “distanza” dal governo. E dalla “personalizzazione politica”. In quanto è, sicuramente, un “partito impersonale”. Non rappresentato dalla figura del Capo. Ciò sottolinea la distanza del PD dal modello dominante. E lo propone come “partito”, oltre e al di là della figura del leader. Ma, al tempo stesso, in questi tempi, lo penalizza. Perché i partiti sono ormai un participio passato. In quanto… sono “partiti”.
CAMPAGNA DELLE BANDIERE DELLA PACE
La bandiera della pace porta i sette colori dell’arcobaleno e fu ideata nel 1961 dal filosofo e attivista Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento che la usò per la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi (24 settembre 1961).
Spesso al centro compare la scritta bianca “PACE”.
Nel 2001 mia figlia, Nicoletta Landi, con due amici videro questa bandiera in un convegno sul volontariato e decisero di prenderla per una grande campagna di pace per impedire che Bush attaccasse l’Afghanistan. Io cominciai a ordinare a una fabbrica di bandiere veneta queste bandiere e i tre ragazzi iniziarono una grande campagna per la pace che coinvolse tutte le 900 organizzazioni di volontariato laico di Lilliputh, molto i sindacati, pochissimo la Chiesa e moltissimi privati. Io da sola, senza uscire da casa, detti la bandiera a 10.000 persone. La Rai vietò che la bandiera fosse vista in televisione e non ne parlò. Ma i tre ragazzi, uno era un elettricista e uno un grafico pubblicitario, dettero il via a una campagna che vide per otto mesi la bandiera fiorire su un milione di finestre e balconi del centro e nord del Paese, mentre i bambini ner creavano o disegnavano nelle scuole. Alla fine i politici si arresero, visto il successo dell’iniziativa, e non c’era politico che non si presentasse vicino a una bandiera arcobaleno. Intanto la campagna arrivava sui giornalI (uno pubblicò la foto di tutta la mia famiglia), mia figlia fu intervistata su Sky e io su Rai3. La bandiera della pace cominciò a diffondersi in Spagna e perfino in Giappone. Ci furono bandiere della pace in tutta Europa a milioni.
Ma ecco che, dopo che la politica aveva strumentalizzato la bandiera, perché a quel tempo ancora la pace tirava, anche il mercato se ne accorse e le bandiere cominciarono ad essere vendute anche al supermercato e sulle bancarelle come una merce qualsiasi. Così mia figlia decise di colpo che la campagna doveva finire. E tutto finì.
Poi la guerra contro l’Afhhanistan ci fu lo stesso ma intanto tutti coloro che diffusero la bandiera parlarono di pace e tutti coloro che la portarono nei cortei e nelle manifestazioni o la attaccarono alla finestra dissero a tutti la loro volontà di pace.
Fu una grande campagna, la più grande che Lilliput abbia mai fatto.
Io non ho mai levato la mia bandiera della pace dalla finestra. È molto scolorita e la parola PACE quasi non si legge, ma credo che tutto dovrebbe ripartire di nuovo per dire a quelli che comandano che una terza guerra mondiale noi non la vogliamo.
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