Il matematico: «Sono ragazzi non omologati»

Piergiorgio Odifreddi, matematico e intellettuale, già docente di logica all'Università di Torino e alla Cornell University

(Giulia Ricci – lastampa.it) – «Colto lo spero, borghese non vorrei: la nostra ricchezza deriva da cinque secoli di colonialismo e stragi. E questi ragazzi rifiutano quel modello perverso che porta, inevitabilmente, alla guerra».

Così Piergiorgio Odifreddi, matematico e intellettuale, già docente di logica all’Università di Torino e alla Cornell University, risponde alle parole della procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti. Il giorno dopo il corteo di Askatasuna e la guerriglia, ci tiene a fare una distinzione: «Un conto è la manifestazione pacifica di migliaia di persone, un altro sono quelle frange più violente e ristrette, che potrebbero anche essere state mandate da dei provocatori. D’altronde le pietre, le botte sono un danno al movimento. Ma io sono felice di vedere i giovani protestare, cercare di farsi sentire».

La procuratrice Musti ha parlato di una «area grigia colta e borghese» che normalizza o giustifica la violenza. Da intellettuale, si sente chiamato in causa?
«Un magistrato fa il suo lavoro, è chiaro che quella sia la sua posizione ufficiale. Ma chiediamoci: se c’è un antagonismo, se una parte non è d’accordo, mentre l’altra è armata fino ai denti, come si può manifestare e dissentire? Mandela, quando fece il suo famoso discorso al processo che poi lo condannò all’ergastolo, disse chiaramente: “Noi dell’African national congress all’inizio abbiamo protestato in maniera pacifica, e non è successo niente. Poi abbiamo fatto disobbedienza civile, nulla. Alla fine siamo diventati terroristi”. E infatti l’hanno arrestato e condannato, poi però è diventato presidente del Sudafrica e ha preso il nobel per la Pace. In Palestina, la violenza è stata l’altra faccia di quella subita. Solo che non si può dire».

Parla del 7 ottobre?
«Le azioni di quel giorno gli israeliani le hanno fatte costantemente. Nel ’48, prima che nascesse lo Stato di Israele, gli ebrei espatriati in America, tra i quali c’erano personaggi dal calibro di Albert Einstein e Hanna Arendt, parlarono di “deriva nazifascista”. Solo che ci sono i doppi pesi e le doppie misure. Gaza ha scosso e mosso i ragazzi. E dico per fortuna, perché se no diventiamo complici di quello che ci circonda – e il governo di oggi non brilla dal punto di vista democratico, pensiamo al rapporto di Meloni con Trump. Ogni generazione ha avuto la sua battaglia, la mia il Vietnam, poi l’Iraq».

È giusta anche la violenza, le pietre, la guerriglia?
«Ovviamente va sottolineata la distanza tra il corteo pacifico di decine di migliaia di persone e le frange più violente e ristrette. Io non sono sceso in piazza sabato, ma ho conosciuto questi ragazzi, dal liceo Cavour a Palazzo Nuovo, e ti fanno respirare. Poi certo, ci sono questi gruppetti, ma chi li manda? Queste azioni mettono in forse il movimento stesso, come accadde durante la rivoluzione di Maidan in Ucraina. Si rischia di porre in essere condotte senza consapevolezza. Detto questo, io gioisco dei movimenti di opposizione, perché qualunque sia il governo, i plebisciti non sono mai positivi, anche fosse l’esecutivo migliore del mondo».

E quindi lei si sente uno di quei colti borghesi di cui parlava la procuratrice Musti?
«Colto non so, probabilmente sì. Poi chi non è borghese ora? Anche se mi piacerebbe non esserlo. Sicuro non lo sono come postura mentale. In Occidente siamo il 10% del mondo e consumiamo il 90%. Ci sentiamo più avanzati, ma dietro di noi ci sono 5 secoli di colonialismo, da lì deriva la nostra ricchezza; l’Italia ha smesso di essere una potenza coloniale nel 1960. Nelle Americhe in cui c’erano 400 milioni di persone, Spagna e Portogallo in un secolo ne hanno fatte fuori 80 milioni. Quando l’Inghilterra o la Francia guardano al conflitto ucraino dicendo che non è concepibile appropriarsi del territorio di altri, hanno un re che regna anche sul Canada. Ci arrabbiamo con Trump, ma invece di dire che la Groenlandia è di chi la vive, diciamo che vuole essere rubata alla Danimarca. E le zone di influenza? Pensiamo alla Libia per l’Italia».

Era d’accordo con il progetto su Askatasuna voluto dal sindaco Stefano Lo Russo?
«Io sì, mi sembra che lui invece si sia tirato indietro. Ma quanti erano quelli che vivevano nell’immobile prima dello sgombero? I numeri erano piccolissimi. E il dispiegamento di forze arrivato dopo nel quartiere sembrava da assetto di guerra. Vicino a casa mia c’è una casa occupata da persone migranti, sono quasi certo che lo facciano per necessita. Questi ragazzi invece rifiutano il modello di vita occidentale: se uno decide di non entrare negli ingranaggi del lavoro, del consumo, noi ci scandalizziamo, ma questo non è democratico».

Che ragazzi sono?
«Sono giovani che hanno studiato, hanno vissuto quella borghesia e ora rifiutano un modello che accumula ricchezza e, inevitabilmente, porta alla guerra. Noi occidentali abbiamo invaso l’intero mondo, fatto stragi. Per me non fare figli è stata una scelta ideologica: l’educazione è sempre una violenza, perché significa imporsi e vietare».

La sinistra consideri i violenti come le Br

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) –

Dopo le selvagge martellate dei criminali di Torino contro l’agente Calista, Giorgia Meloni non ha perso tempo e ha rinfocolato la polemica contro le toghe, giusto a cinquanta giorni dal referendum sulla giustizia: “Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte”. Possibile che la premier abbia capito al volo ciò che la sinistra pigolante solidarietà alle forze dell’ordine continua a non vedere, o a fare finta? Che una volta di più le cosiddette frange violente dei cortei Pro Pal o pro centri sociali, che nell’alveo della sinistra si nascondono, sono un gravissimo pericolo oltre che per i rappresentanti dello Stato in divisa per la stessa sinistra puntualmente processata per colpe che non ha, o che ha. Perché ai tempi del vecchio Pci c’era un rude servizio d’ordine addestrato militarmente che non permetteva neppure a uno spillo di infiltrarsi nelle manifestazioni. Perché ai tempi dell’inutilmente compianto Enrico Berlinguer non fu necessario l’assassinio di Guido Rossa perché il partito mobilitasse il popolo comunista contro i terroristi rossi.

Certo, il confronto tra le Br e i delinquenti di Torino farà storcere il nasino a qualcuno. Soprattutto a quelli che stentano a comprendere (o fanno finta di) che a orientare sempre più vasti settori dell’opinione pubblica non è tanto la potenza di fuoco quanto la sensazione di una piazza allo sbando, di una parte politica alla mercé di gente che massacra il prossimo a colpi di martello, e per miracolo non ci scappa il morto. Continuare a recitare la consolatoria filastrocca secondo cui i pochi a volto coperto non possono cancellare il valore un grande corteo pacifico significa non rendersi conto dello sgomento espresso dai tanti comuni cittadini intervistati dalle tv subito dopo gli scontri. Un campione ristretto ma significativo di una visione delle cose sempre di più improntata a paura e sfiducia. Quelli che la polizia li arresta e i magistrati li mettono fuori, proprio come fa intendere il coro della destra che prende a martellate il No. Ma invece di cambiare spartito e di mobilitarsi seriamente contro il nemico interno, a sinistra ci si balocca con l’affresco dell’angelo con il volto della premier. Terribile!