L’appello alla riscossa del premier canadese suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente ma occidentale nelle radici. Che porti le medie potenze a fare squadra. Ma per la politica italiana, Carney è un alieno

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – A giudicare dalle entusiastiche citazioni che appaiono da giorni sui media occidentali, l’intervento a Davos del premier canadese Mark Carney sarà ricordato come uno di quei discorsi storici che squarciano il buio del loro tempo, indicano la luce che appare in fondo alla notte e chiamano alla riscossa gli smarriti.
D’un tratto appaiono insensati tutti i ninna-nanna in cui ci cullavamo da lustri – la nostra civiltà, l’Occidente, l’eterno alleato americano – e ci risvegliamo in un mondo brutale di grandi predatori, un Jurassic park in cui gli europei, e in generale le potenze ‘minori’ come il Canada, sembrano destinati a diventare il pasto. A meno che – e qui il discorso di Carney diventa un incitamento al contrattacco – quelle medie potenze non facciano squadra e inventino un nuovo ordine che protegga i loro interessi e i loro valori.
Pochi giorni dopo, ecco la visione di Carney trovare conferma nei negoziati che coinvolgono tre angoli del Jurassic park contemporaneo: l’Ucraina, Gaza e la Groenlandia. Dove i tirannosauri sembrano onnipotenti eppure ancora non riescono a spuntarla, in qualche modo arginati da alcune medie potenze con una resistenza certo flebile e scoordinata, ma sufficiente per dimostrare quel che fino a ieri pareva impossibile: ribellarsi è possibile.

I fronti aperti
Gaza, per cominciare: invitati da Washington ad entrare nel Board of Peace presieduto a vita da Trump, molti europei declinano; e con la loro assenza (alcuni potrebbero entrare nel Board, nessuno però pagando il miliardo di dollari richiesto da Washington) denudano le velleità imperiali del progetto, la contraddittorietà dell’architettura, le ambiguità che lo porteranno a fallire.
Poi la Groenlandia: qualunque cosa abbiano pattuito Trump e l’ossequioso segretario generale della Nato Mark Rutte, ora è chiaro che saranno la Danimarca e i nativi a decidere, sostenuti da quei rari europei che cominciano ad accettare i rischi del gioco duro con Washington.
Infine l’Ucraina. Gli europei non partecipano al negoziato russo-americano-ucraino, e Zelensky li ha scudisciati con ragione per i ritardi e per l’inconsistenza politica. Ma Kiev riesce ancora a resistere al forcing di Mosca e di Washington: se non avesse alle spalle quei Volenterosi che contrastano l’entente cordiale anti-Ucraina, probabilmente sarebbe stata da tempo costretta a riconoscere la sovranità russa sui territori occupati dalle armate di Putin.
La novità dei segnali emessi dall’Europa è dimostrata dalla stizza e dal nervosismo di Washington, cui non è estranea la consapevolezza che uno scontro aperto con gli ex alleati potrebbe avere un costo elevato anche per gli Usa (elevatissimo se si riflettesse sul costo dell’immenso debito americano, 38 trilioni).

Il protagonismo canadese
A Davos due ministri statunitensi hanno dato in escandescenza davanti ad una platea ostile. Trump ha insultato nel solito modo greve (tra gli altri) il Canada, che a suo dire sarebbe in vita solo grazie agli Stati Uniti, e preso di petto Carney, cui ha revocato l’invito nel Board of peace. Ma queste sfuriate non hanno avuto alcun effetto, se non corrobare la risolutezza canadese.
A Ottawa lo stato maggiore adesso prepara i piani per organizzare la guerra di liberazione nel caso il Canada fosse invaso (dagli Stati Uniti, ma questo è implicito). D’un tratto all’interno della Nato gli Usa di Trump sono immaginati nel ruolo di Nemico, pensiero che sarebbe apparso stupefacente ancora un anno fa. E d’un tratto viene abbozzata la possibilità di opporre all’imperialismo trumpiano «un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati», per citare il discorso del liberale Carney.

Quell’appello alla riscossa suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente (termine che Carney non usa) ma occidentale nelle radici. Dopotutto oggi Minneapolis è Europa. Ma è Europa, pienamente Europa, questa Italia? Carney non può che risultare un alieno alla gran parte della politica nostrana, non solo alla maggioranza.
Il premier canadese siede nel club dei Volenterosi, è detestato dal governo israeliano non solo perché ha riconosciuto lo stato palestinese, considera suicida l’accondiscendenza verso Trump, e non si attribuirebbe mai la missione di ricomporre «l’unità dell’Occidente» con la moderazione e l’ossequio, la mission che rivendica il governo Meloni mentre contribuisce a scomporre l’Europa frenandone l’unificazione.
I garantisti manettari
(Di Marco Travaglio) – I giuristi per caso del governo e dei media italiani urlano e strepitano per la scarcerazione di Jacques Moretti, arrestato il 9 gennaio dai giudici svizzeri per la strage colposa di 40 ragazzi nel suo locale di Crans Montana e liberato su cauzione l’altro ieri per cessate esigenze cautelari. Il governo si copre di ridicolo convocando l’ambasciatore per sentirsi rispondere che in Svizzera (come del resto in Italia) sugli arresti decidono i giudici, non il governo, quindi Meloni, Tajani&C. sbagliano indirizzo. Poi il presidente Parmelin pronuncia una frase a prova di coglione: “Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri, la politica non deve interferire con la giustizia”. Come a dire: non è così anche da voi? No, da noi si separano le carriere dei magistrati per violare la separazione dei poteri. Il governo pretende di dettare le indagini ai pm e le sentenze ai giudici e punire i disobbedienti. E ora protesta col governo svizzero pensando che anche lì si usi così. Siccome siamo sempre in bilico fra tragedia e farsa, gli alti lai contro la scarcerazione giungono dai “garantisti” che hanno trascorso gli ultimi 30 anni a strillare contro la barbarie della custodia cautelare e a renderla sempre più difficile (Nordio fa persino avvisare gli arrestandi, che così fuggono e minacciano i testi). E ci fracassano i cotiledoni sulla “presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva” (che poi è di “non colpevolezza”, cosa ben diversa).
Ora questi somari in malafede dovrebbero informarsi e informare i parenti delle vittime, anziché ingannarli con fake news, su cos’è la custodia cautelare: non un’anticipazione della pena, ma una misura eccezionale che priva il cittadino della libertà prima del processo solo se ricorrono gravi indizi di colpevolezza (e lì ricorrono eccome) e almeno una delle tre esigenze cautelari: pericolo di fuga (molto improbabile, anche perché Moretti fuggendo perderebbe la cauzione), o di reiterazione del reato (impossibile: il locale è bruciato), o di inquinamento delle prove (assurdo: le prove sono tutte in mano agli inquirenti, fra video della festa, testimonianze dei superstiti e carte del Comune che non ispezionò mai il locale). Quindi Moretti sarebbe uscito anche in Italia (e senza neppure la cauzione), anzi probabilmente non sarebbe mai stato arrestato. Ma la scarcerazione non attenua minimamente la gravità del fatto né la colpa dei responsabili, come si fa credere ai familiari delle vittime moltiplicando il loro dolore: riguarda esclusivamente la possibilità o meno di giudicare Moretti e la sua compagna a piede libero senza compromettere il processo. Dopodiché si spera che i due siano condannati al massimo della pena e in carcere ci vadano (dopo la condanna). Intanto i nostri famosi “fact checker” sbugiarderanno i politici e i giornali. O no?
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“fuct checker” cioè sM3rdana contro la Ducia? mai! non è mica Conte.
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Eh, già.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/11/coronavirus-mentana-sulle-parole-di-conte-verso-salvini-e-meloni-se-lavessimo-saputo-non-avremmo-mandato-in-onda-quella-parte/5767318/
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Grazie alla Redazione di Infosannio…!!!
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hahah
i pennivendoli di Debenedetti (si fa chiamare col DE staccato per narcisismo), scoprono ora cosa sono veramente gli IUESEI, ed eleggono a loro paladino anti-Tramp (il cattivo), Mark Carney, un banchiere ex governatore della banca del Canada e poi d’inghilterra, diventato politico (ricorda qualcuno?).
Sarebbe questo il leader Uccidentale che risolleverà le sorti dell’Europa presa a calci dal padrone e persino dal furfante cocainomane, che in cambio di cessi d’oro, ha distrutto il suo paese, perchè doveva a tutti i costi entrare nel club degli assassini internazionali (NATO)?
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L’armata Brancaleone già ragiona con mentalità post SÌ al referendum. Peccato che , primo, ancora non è stato celebrato, quindi per il momento è solo una proposta, con possibilità (e si spera) che gli Italiani la respingano.
In secondo luogo, e molto più importante, in Svizzera esiste (e almeno lì non è minacciata) la separazione dei poteri. Quindi i Brancaleone possono ringhiare per la decisione della procura svizzera, ma che esercitino pressioni sul giudice svizzero o sul governo svizzero è fuori luogo – per usare un eufemismo.
Se io fossi l’ambasciatore italiano ,‘’richiamato a Roma per consultazioni’’, in questi giorni non sarei orgoglioso del paese che rappresento.
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Certo che sentirsi impartire la lezione di diritto e fare la morale sulla legalità da quelli che hanno gestito così bene il caso Almasri e che da almeno trent’anni sfasciano (o ne sono quantomeno complici) la giustizia con continua riforme, sono delle belle grandi soddisfazioni. Ma per fortuna che qui da noi nei tribunali c’è scritto che la legge è uguale per tutti, e per alcuni maiali orwelliani la legge è ancora più uguale.
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Stamattina, nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio commette una piccola imprecisione tecnica che rischia di alimentare le polemiche strumentali e ingannevoli delle destre. L’errore risiede nel passaggio: “in Svizzera (come del resto in Italia) sugli arresti decidono i giudici”, senza specificare che tali decisioni avvengono in stretta applicazione delle leggi varate dal Parlamento. Scritta così, la frase potrebbe suggerire ai meno esperti che i magistrati agiscano in base a una volontà soggettiva o a un capriccio personale. È pur vero che, verso la fine dell’articolo, Travaglio chiarisce i termini di legge a cui i giudici devono sottostare; tuttavia, la distanza testuale tra l’affermazione iniziale e la spiegazione successiva è eccessiva. Molti detrattori potrebbero non cogliere il nesso o, più semplicemente, non arrivare a leggere l’editoriale fino in fondo. Infatti, citando proprio dall’editoriale di Travaglio, la legge prescrive: “che [la custodia cautelare] non è un’anticipazione della pena, ma una misura eccezionale che priva il cittadino della libertà prima del processo solo se ricorrono gravi indizi di colpevolezza (e lì ricorrono eccome) e almeno una delle tre esigenze cautelari: pericolo di fuga (molto improbabile, anche perché Moretti fuggendo perderebbe la cauzione), o di reiterazione del reato (impossibile: il locale è bruciato), o di inquinamento delle prove (assurdo: le prove sono tutte in mano agli inquirenti, fra video della festa, testimonianze dei superstiti e carte del Comune che non ispezionò mai il locale).” Quindi Moretti sarebbe uscito anche in Italia (e senza neppure la cauzione), anzi probabilmente non sarebbe mai stato arrestato.
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eddaie, sono tutti giuristi qui. o quantomeno maestri di giornalismo
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Meno male che ci sei tu.
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tu invece fai l’idiota del villaggio
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Sembri quello che in “Non ci resta che piangere” chiede i fiorini per poter passare. Grazie di esistere.
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Se il governo insiste con la polemica va a finire che gli 🇨🇭 svizzeri pubblicano la lista dei politici (italiani) che portano i soldi in nero da loro…
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Mi pare che oggi puoi liberamente inviare soldi all’estero, stando sdraiato sul divano, con il telefonino in mano. E se il governo svizzero spiattellasse l’elenco degli italiani col conto elvetico (ma lo potrebbe fare? O le banche si rifiuterebbero di consegnare i nomi?), non succederebbe nulla: la proprietà privata, denari compresi, è SACRA! Tu dirai: ma le tasse?? Niente tasse sui depositi (peraltro in segreto bancario) anche se si venissero a sapere i nomi, sia all’estero che in patria. Inoltre, la protezione dal PIZZO DI STATO è garantita da questo governo. Mentre con quelli de sinistra… succedeva la stessa cosa! Scommetto che i democristiani del PD riunitisi settimane fa a Bologna a casa di Prodi per meditare su una lista eretica, non ne abbiano parlato. Hanno parlato solo di difesa dell’Ucraina (garante Guerini) e di difesa di Israele (garante Delrio). Mentre Prodi – vedi imitazione di Corrado Guzzanti – in poltrona avrà detto col soffiato in bocca: “Nooohhh, non si puòòòhhh cedere a Conte anche su questi punti fondamentali!”. Lo stesso Prodi che fu presente, con Draghi organizzatore, sul panfilo Britannia (1992) per svendere quasi tutto il patrimonio industriale pubblico italiano che aveva svolto un ruolo principale nel mitico BOOM economico.
PS. Spero che gli astenuti dal voto siano assidui frequentatori di infosannio: W CONTE!
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Un déja vu . Si ricordo qualche governo fa che fece li stesso con gli ungheresi ed ebbe la stessa risposta : nel nostro paese ad occuparsi di arrestare e giudicare le persone si occupa la magistratura e non il governo. Eppure li c’era Orban e qui mi sembra un governo con dentro il PD.
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Guarda che il governo era lo stesso di ora (2023, anno dell’arresto di Ilaria Salis). E la magistratura ungherese era la stessa che le ha poi concesso i domiciliari e successivamente la liberazione per essere stata eletta a Strasburgo (anno 2024).
Se qui ci fosse stato al governo il csx, chissà se gli ungheresi l’avrebbero persino suicidata.
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Un sesquipedale plauso al Premier canadese Carney….👏👏👏👏
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Riguardo l’articolo di Guido Rampoldi. A me il Canada è sempre piaciuto parecchio. Oggi ancora di più.
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Condivisibili le parole di Carney.
Il problema è che sono solo parole ed il proverbio: tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare è sempre di moda.
Quindi dopo aver apprezzato le splendide parole di Carney, vale la pena andare a vedere qualche fatto.
Carney’s new global order needs a huge shift in political will
Un quadro decisamente chiaro su chi sia Carney (o sia costretto ad essere) lo da questa parte.
“As for domestic constraints in Canada, Carney recently announced a deal with China, creating an import quota of 49,000 electric vehicles in return for lower tariffs on Canadian canola oil. It was a nifty piece of economic diplomacy. But it’s small compared with the Canadian new car market at nearly 2mn vehicles a year. Carney has to keep in mind the interests of Ontario, where most of Canada’s 125,000 auto jobs are located and which depends on tightly integrated supply chains with the US. “
Chissà, se Carney gode dello stesso apprezzamento da parte di quei 125.000 lavoratori canadesi dell’automotive.
“The US’s share of Canada’s exports, having drifted down from the mid-80s per cent in the mid-2000s to the mid-70s by 2010, then stuck.”
Il premier di un paese che destina il suo 70% dell’export al vicino, di belle parole ne può dire tante, ma aspettarsi fatti concreti all’altezza di quelle parole è una pia illusione.
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Urge separazione delle cauzioni che sarà così articolata:
– Due lire per gli amici.
– Un fantastiliardo di fantastiliardi per tutti gli altri, a partire da questo Moretti o Morettì che chi lo conosce?
Ah svizzeri! Ma imparate da chi ha inventato il diritto, il rovescio e pure tutto quello che c’è in mezzo!
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L’AMERICA CONTRO – GUERRA CIVILE NEGLI USA (fonte Gemini)
Le manifestazioni a Minneapolis di gennaio 2026 contro l’ICE (l’agenzia federale per l’immigrazione) sono state scatenate dall’uccisione di Renee Good, una poetessa di 37 anni, durante un’operazione federale.
Gli slogan utilizzati riflettono un misto di rabbia locale e una mobilitazione nazionale che ha portato a uno sciopero generale (il “Day of Truth and Freedom”) il 23 gennaio 2026. Ecco i principali:
“ICE, Out for Good”: È il gioco di parole più diffuso. Utilizza il cognome della vittima (Good) sia per chiederne giustizia, sia per intimare all’agenzia di andarsene “per sempre” (for good).
“Say Her Name”: Ripreso dai movimenti per i diritti civili (come Black Lives Matter), è stato usato per mantenere alta l’attenzione sulla morte di Renee Good.
“ICE Out of Minnesota”: Lo slogan politico centrale, supportato anche da figure istituzionali come la senatrice Amy Klobuchar e il sindaco Jacob Frey.
“No work, no school, no shopping”: Il motto dello sciopero generale e del “blackout economico” organizzato dai sindacati e dai leader religiosi.
Altri cori e messaggi
“Renee Good, ICE bad”: Apparso su numerosi cartelli durante i cortei nel centro di Minneapolis.
“One, two, three, four, ICE detention no more! Five, six, seven, eight, end the terror and the hate!”: Un coro ritmico utilizzato durante le marce verso il Target Center.
“The world is watching”: Usato per denunciare l’uso di tattiche violente (come l’uso di gas e flashbang) contro i manifestanti e i residenti.
“Shut it down”: In riferimento al tentativo di bloccare le attività aeroportuali e i centri di detenzione.
Le manifestazioni sono state particolarmente intense a causa delle temperature artiche (fino a -30°C percepiti) e della tensione crescente dovuta all’Operazione Metro Surge voluta dall’amministrazione Trump. Oltre alla morte di Renee Good, i manifestanti hanno protestato contro l’arresto di cittadini americani e l’uso di gas lacrimogeni nei quartieri residenziali.
Gli organizzatori hanno stimato la presenza di circa 50.000 persone, con alcune fonti che parlano di punte vicine alle 100.000 unità, nonostante le temperature polari (fino a -30°C con il vento).
La rabbia è esplosa dopo l’uccisione di Renee Nicole Good (una cittadina americana di 37 anni colpita durante un’operazione anti-migranti il 7 gennaio) e, più recentemente, dell’infermiere Alex Jeffrey Pretti, ucciso da agenti federali il 24 gennaio.
Circa 100 leader religiosi sono stati arrestati durante un atto di disobbedienza civile all’aeroporto di Minneapolis-St. Paul, mentre altri 29 arresti sono stati effettuati durante gli scontri in centro città.
Altre città americane coinvolte
Le proteste non sono isolate al Minnesota, ma fanno parte di un’ondata nazionale di opposizione alle nuove politiche migratorie. Le città principali includono: Los Angeles, teatro di scontri durissimi fin dal giugno 2025, con l’intervento della Guardia Nazionale per contrastare le proteste contro le espulsioni di massa. New York:L Centinaia di persone manifestano regolarmente davanti agli uffici dell’ICE a Manhattan. Portland: Presidi costanti davanti alle strutture ICE; la tensione è altissima dopo che agenti federali hanno aperto il fuoco ferendo due persone a gennaio 2026. Chicago: Forti mobilitazioni sostenute dal consiglio comunale e dai sindacati locali in risposta ai raid federali.
Manifestazioni significative sono state segnalate a Boston, Baltimora, Birmingham, Charlotte e Memphis.
Il movimento, spesso coordinato sotto lo slogan “50501” (nato su Reddit per organizzare 50 proteste in 50 stati), riflette un clima di scontro frontale tra le amministrazioni locali “Sanctuary Cities” e il governo federale.
Il termine Sanctuary City (Città Santuario) descrive quelle città o contee negli Stati Uniti che adottano politiche locali volte a limitare la collaborazione con le autorità federali dell’immigrazione (come l’ICE).
Sono città che decidono di non usare le proprie risorse locali (polizia municipale, fondi cittadini) per aiutare il governo federale a rintracciare, detenere o espellere persone prive di documenti, a meno che non ci sia un mandato penale specifico.
Le politiche di una “Città Santuario” si basano solitamente su tre pilastri:
Divieto di interrogatorio: La polizia locale non può chiedere ai cittadini il loro status migratorio durante un normale controllo stradale o un intervento di routine.
Rifiuto delle richieste di detenzione: Se una persona senza documenti viene fermata per un reato minore, la città si rifiuta di trattenerla in carcere oltre il dovuto solo per dare tempo all’ICE di venire a prenderla (a meno che non ci sia un ordine firmato da un giudice).
Accesso ai servizi: Garantiscono che tutti i residenti, indipendentemente dai documenti, possano accedere a scuole, ospedali e servizi d’emergenza senza timore di essere denunciati.
L’idea è che se i migranti temono la polizia locale, non denunceranno crimini né collaboreranno come testimoni, rendendo l’intera comunità meno sicura. Proteggere queste persone favorisce la fiducia tra cittadini e istituzioni.
I detrattori (spesso a livello federale) sostengono che queste politiche violino la legge, incoraggino l’immigrazione clandestina e permettano a criminali di restare sul territorio americano invece di essere espulsi.
Lo scontro attuale (2025-2026)
Nel clima attuale, molte di queste città (come Chicago, New York e Los Angeles) sono in rotta di collisione frontale con il governo federale. Alcuni stati hanno persino approvato leggi che vietano alle città di essere “santuari”, minacciando di tagliare i fondi se collaborano troppo poco con l’ICE.
Il governo federale, sotto la presidenza Trump (rientrato in carica nel gennaio 2025), ha intrapreso una vera e propria “guerra finanziaria” e legale contro le città santuario. La strategia attuale si basa su una combinazione di ordini esecutivi e minacce di tagli radicali.
Ecco le principali sanzioni e misure di pressione in corso:
1. Il “Blocco dei Pagamenti” (Deadline 1° Febbraio 2026)
Il Presidente ha recentemente annunciato che, a partire dal 1° febbraio 2026, il governo federale intende sospendere tutti i pagamenti diretti alle città e agli stati che mantengono politiche “santuario”.
L’obiettivo: Colpire non solo i fondi legati alla sicurezza, ma potenzialmente anche quelli per infrastrutture, sanità e istruzione.
La giustificazione: Il governo sostiene che queste città “proteggano i criminali” e che i contribuenti americani non debbano sovvenzionare amministrazioni che ostacolano la legge federale.
2. Taglio dei Fondi per la Sicurezza (Grants)
Storicamente, il Dipartimento di Giustizia prova a tagliare i cosiddetti Byrne JAG Grants. Si tratta di milioni di dollari che le città usano per:
Acquistare equipaggiamento per la polizia (giubbotti antiproiettile, volanti).
Finanziare programmi di riabilitazione e tribunali locali.
Sostenere le unità contro il narcotraffico.
3. “Blacklist” Pubbliche e Azioni Legali
Il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha iniziato a pubblicare regolarmente liste ufficiali delle “giurisdizioni non cooperative”.
Il governo federale sta facendo causa a città come New York e Seattle per costringerle a cambiare le loro leggi locali.
Si discute della possibilità di perseguire penalmente i sindaci o i capi della polizia che impediscono fisicamente agli agenti dell’ICE di accedere alle carceri locali.
4. Il Caso Texas: Multe e Rimozioni
Alcuni stati (come il Texas con la legge SB4) hanno introdotto sanzioni interne durissime per le proprie città che provano a fare le “santuario”:
Multe salatissime: Fino a $25.000 al giorno per ogni giorno in cui la politica santuario rimane in vigore.
Rimozione dall’incarico: I funzionari eletti (sindaci, sceriffi) possono essere rimossi forzatamente dal loro ufficio se si rifiutano di collaborare con l’ICE.
La Battaglia nei Tribunali
È importante sapere che molte di queste sanzioni sono attualmente congelate dai giudici. Proprio pochi giorni fa (gennaio 2026), un giudice federale ha emesso un’ingiunzione preliminare per bloccare il taglio dei fondi a 16 città, definendo la minaccia del governo come una “coercizione incostituzionale”.
In sintesi: Il governo federale sta cercando di usare il portafoglio come un’arma per costringere le città a collaborare, mentre le città rispondono invocando il X Emendamento, che impedisce al governo centrale di “obbligare” le polizie locali a svolgere compiti federali.
Le città come Chicago e Los Angeles non stanno semplicemente aspettando i tagli; si stanno preparando a una vera e propria “economia di guerra” per proteggere i propri residenti e la propria autonomia.
Ecco le strategie principali adottate per affrontare la scadenza del 1° febbraio 2026:
1. Chicago: Il “Protecting Chicago Budget”
Il sindaco Brandon Johnson ha presentato un piano da 16,6 miliardi di dollari specificamente disegnato per rendere la città “resistente” agli attacchi di Washington.
Nuove Tasse Strategiche: Per coprire un buco di 1,2 miliardi, la città ha proposto una tassa sui servizi di cloud computing (che colpirebbe giganti come Microsoft e Amazon) e una nuova “social media tax”. L’idea è: “Chiediamo alle grandi corporation di contribuire per non tagliare i servizi ai cittadini”.
Utilizzo dei Fondi TIF: Chicago sta attingendo a un surplus record di oltre 230 milioni di dollari dai fondi per lo sviluppo urbano (TIF) per tappare le falle immediate del bilancio.
Tagli Interni: Congelamento delle assunzioni (tranne che per la sicurezza pubblica) e riduzione delle spese per gli uffici comunali.
2. Los Angeles: Rafforzamento Legale e Operativo
La sindaca Karen Bass ha risposto con una linea molto dura, definendo le minacce federali “immorali e incostituzionali”.
Addestramento Anti-ICE: È stato emesso un ordine che impone a tutti i dipendenti comunali un nuovo ciclo di formazione: nessuno può collaborare con l’ICE, fornire dati o usare proprietà della città per scopi di espulsione.
Protezione dei Servizi Sociali: La città sta cercando di blindare i fondi per i pasti degli anziani e l’assistenza all’infanzia, che sono i settori più a rischio in caso di tagli federali.
Coordinamento Regionale: LA sta lavorando con lo Stato della California (anch’esso sotto minaccia) per creare un “fondo di emergenza statale” che possa intervenire se il governo federale bloccasse i trasferimenti diretti.
3. La Difesa Legale “Preventiva”
Le città non stanno agendo da sole. Hanno formato una coalizione legale che ha già ottenuto risultati:
Ingiunzioni dei Giudici: Diversi tribunali federali hanno già emesso blocchi temporanei contro il governo, stabilendo che il Presidente non può tagliare fondi già approvati dal Congresso per scopi diversi dall’immigrazione (come quelli per la sanità o le strade).
La Teoria del “Federalismo”: Ironia della sorte, le città santuario stanno usando argomenti tipicamente conservatori (i “diritti degli Stati”) per dire che il governo centrale non può dare ordini alla polizia locale.
Cosa rischiano davvero i cittadini?
Se i tagli dovessero passare nonostante i ricorsi:
Trasporti: Ritardi nei lavori per metropolitane e autobus.
Polizia: Meno fondi per nuove tecnologie e straordinari.
Scuole: I programmi di mensa scolastica sono tra i più vulnerabili.
In sintesi: Le città stanno cercando di diventare “autonome” dal punto di vista finanziario, alzando le tasse locali e tagliando il superfluo per dimostrare che non si piegheranno al ricatto federale.
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