
(di Milena Gabanelli – corriere.it) – L’aumento del prezzo dei carburanti non era un’emergenza prevista a bilancio, quindi i soldi che servono per gli interventi sulle accise bisogna pur andarli a prendere da qualche parte, visto che in fondo al barile non c’è più nulla. E allora: via 80 milioni alla Sanità, via 50 milioni a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti per il trasporto pubblico locale, al fondo per l’automotive, ecc. E siccome la crisi perdura, Meloni ha chiesto a Bruxelles il via libera all’aumento del nostro debito pubblico per alleggerire le bollette elettriche. Autorizzazione concessa, ma solo per ridurre la dipendenza dal gas; però il governo fa finta di nulla e, pertanto, continueranno a usufruire dello sconto sui carburanti anche i benestanti e tutti coloro grazie ai quali il barile è sempre vuoto.
Loro, i ladri, si prendono i vantaggi e i servizi pagati con le tasse versate soprattutto da dipendenti e pensionati. Non solo: fra i 29,9 milioni di persone che nel 2025 hanno chiesto la Dichiarazione Sostitutiva Unica (qui i dati) per accedere a bonus e agevolazioni (sconti su bolletta elettrica, sulle tasse universitarie dei figli, servizi sociosanitari, ecc), insieme ai poveri veri, ci sono anche i poveri finti. Un vizio antico del quale non ci siamo mai vergognati; al contrario è un obiettivo che viene meticolosamente perseguito. Prendiamo gli ultimi 10 anni: nel 2015 l’evasione stimata dal Mef di Irpef, Ires, Irap, Iva, Imu e contributi Inps ammontava a 106 miliardi di euro, nel 2019 a 103, nel 2022 a 100 e nel 2023, ultimo dato disponibile (e primo anno del governo Meloni) a 110 (qui).
2015-2025: soldi recuperati
Per impedire a monte questa gigantesca evasione, è stato introdotto nel 2019 l’obbligo di fatturazione elettronica e questo ha dimezzato le possibilità di frodi: il divario fra l’Iva teoricamente esigibile e quella riscossa è passato dai 35 miliardi annui ai 18 miliardi.
Sul fronte del contrasto, con la legge di stabilità del 2015 sono state introdotte le lettere di conformità (compliance) inviate dall’Agenzia delle Entrate ai contribuenti per segnalare irregolarità nelle dichiarazioni dei redditi, con l’invito a mettersi a posto. Anche questa procedura sta dando qualche risultato, come pure l’evoluzione tecnologica che ha reso più agevole l’incrocio e la verifica dei dati. Parallelamente ci sono le attività di accertamento e controllo, i cui effetti però si vedono anni dopo.
Se ora guardiamo i numeri relativi al recupero si vede che c’è un costante aumento: nel 2015 l’incasso totale è stato di 18,9 miliardi, nel 2016 salgono a 23,1, nel 2018 a 25. Negli anni del Covid scendono redditi, evasione e recupero, ma nel 2022 si torna a 25,1 miliardi, a 33,4 nel 2024, e nel 2025 il record di 36,2 miliardi.
La presidente del Consiglio, lo scorso 25 marzo, ha celebrato l’incasso con queste parole: «È il dato più alto di sempre, oltre il 43 per cento in più rispetto al 2022, quando il governo si è insediato… sono risultati frutto di una visione chiara che il governo sta portando avanti fin dal primo giorno». Purtroppo non è così.
L’inganno dei numeri
Vediamo nel dettaglio cosa c’è in quei 36 miliardi: 7,2 miliardi riguardano l’incasso dell’Agenzia per conto dei comuni, regioni, ministeri, Inps; 6,9 miliardi si riferiscono all’esito degli accertamenti relativi alle dichiarazioni dal 2017 al 2022; poi ci sono 15,9 miliardi di versamenti dei contribuenti a seguito di un atto dell’Agenzia e 3,3 dopo la lettera di conformità. Di attribuibile all’attività di governo sono i 2,9 miliardi fra liti pendenti e rottamazione introdotta nel 2023: «Se paghi quello che dovevi dal 2000 al 2022 ti tolgo sanzioni e interessi» (qui i dati). Quindi della «visione chiara che il governo sta portando avanti dal primo giorno» si è visto soltanto l’effetto della sanatoria, il resto è frutto dell’ordinaria attività e dell’efficacia di misure precedenti (qui la relazione dell’Agenzia). È invece alta la probabilità che nei prossimi anni, grazie alle nuove norme introdotte dal governo Meloni, il bottino sia più basso. Prima di vedere il perché, occorre capire come funziona il meccanismo dei controlli e accertamento in base ai tempi previsti dall’Agenzia delle Entrate.
Accertamento: come funziona
Sulla dichiarazione presentata nel 2024 e relativa ai redditi conseguiti nel 2023 partirà: 1) il controllo automatico entro il 31 dicembre 2026; 2) il controllo formale entro il 31 dicembre 2027 (accerta, in base all’analisi del rischio, se la dichiarazione corrisponde alla documentazione del contribuente incrociata con dati di enti terzi); 3) l’accertamento sostanziale entro il 31 dicembre 2028 (l’Agenzia contesta la dichiarazione e chiede il pagamento di un maggiore importo); 4) Infine entro il 31 dicembre 2030 scatta «l’omessa dichiarazione» a carico di chi non ha presentato la dichiarazione, oppure con un ritardo superiore ai 90 giorni. Pertanto quando parliamo di «recupero evasione», una parte consistente si riferisce sempre ad annualità risalenti dai 3 ai 7 anni precedenti e in base alle norme in vigore in quel periodo. E allora vediamo perché dal 2023 in poi si suppone che la tendenza al recupero sarà più bassa.
L’evasione legalizzata
Nel 2024 viene introdotto il concordato preventivo biennale (qui): una delle misure bandiera della riforma fiscale varata dal governo. In pratica l’Agenzia ti informa che in base ai loro calcoli sei fuori parametro: dichiari 30, ma dovresti dichiarare 50. Se aderisci, su quei 20 in più pagherai un’imposta compresa fra il 10 e il 15% (a seconda del tuo grado di affidabilità) e sui 5 anni precedenti e i 2 successivi difficilmente scatteranno controlli e verifiche. Lo sconto prevede un limite: la differenza fra quanto dichiarato e quanto dovresti non deve superare gli 85 mila euro, sui quali pagherai al massimo un’imposta del 15%.
Un sistema che può generare due distorsioni: da una parte chi consegue redditi superiori rispetto a quelli concordati non li dichiarerà, dall’altra se è tassato sulla base di un reddito predeterminato non ha alcun incentivo a produrre di più. Inoltre la data stabilita per l’adesione al concordato è il 30 settembre, e questo consente di fare due calcoli di convenienza.
Una norma che può tradursi in una forma di evasione legalizzata o, più correttamente, in una sottotassazione consentita poiché il contribuente beneficia di un’imposizione inferiore rispetto al proprio reddito. Quindi pochi, maledetti e subito e pazienza se si tradisce il principio costituzionale che è quello di pagare in base alla reale capacità contributiva.
(…) viene modificato il redditometro (…) In pratica fino a 69.500 euro hai carta bianca.
Redditometro, ravvedimento e chirurgia estetica
Nello stesso anno viene modificato il redditometro (qui), lo strumento che consente all’Agenzia delle Entrate di contestare un reddito basso rispetto allo stile di vita: automobili di lusso, imbarcazioni da diporto, viaggi in resort 5 stelle, rette per scuole e università private, etc. Con la modifica la contestazione è consentita solo se è pari ad almeno 10 volte il valore dell’assegno sociale. In pratica fino a 69.500 euro hai carta bianca. E anche oltre se il contribuente ha aderito al concordato preventivo.
È stata poi fatta una sanatoria per tutta l’attività svolta dai chirurghi estetici fino a dicembre 2023. La misura riguarda i chirurghi che non hanno pagato l’Iva dichiarando che le prestazioni servivano a curare una malattia, ma senza presentare l’attestazione medica. Il provvedimento ha bloccato le operazioni di recupero fiscale, le contestazioni avviate dall’Agenzia delle Entrate e cancellato i relativi contenziosi.
Nel 2025 due nuovi aiuti: 1) la modifica del ravvedimento operoso (qui). Fino all’anno prima, il contribuente che si accorgeva di aver fatto un errore nella dichiarazione e si affrettava a saldare il conto veniva esentato da sanzioni e interessi; ora non le pagherà anche se verserà il dovuto solo dopo aver ricevuto l’avviso da parte dell’Agenzia. In pratica la norma induce a pagare solo se ti beccano; 2) estensione della rottamazione anche al dovuto fino al 2023. E così si consolida il detto che a pagare c’è sempre tempo.
Conseguenze sul recupero
Gli effetti di queste norme, proposte come una semplificazione del sistema, secondo gli addetti ai lavori produrranno un minor incasso e diminuiranno la capacità di controllo. Infatti gli uffici dovranno svolgere una serie di nuove attività: dall’analisi preventiva dei dati fiscali all’elaborazione delle proposte di concordato, dalla gestione delle adesioni alle eventuali decadenze, interlocuzione con i contribuenti nella fase di contraddittorio anticipato, nonché trattazione di ravvedimenti anche in fase avanzata del procedimento. È vero che il reclutamento di personale è in aumento, ma di fatto gran parte delle risorse dovranno occuparsi più dell’attività amministrativa e meno di quella di controllo. Va infine aggiunto l’effetto perverso della flat tax che crea il motore perfetto per il nero.
(…) il rapporto Istat fra tributi incassati e ricchezza prodotta (Pil) mostra che la pressione fiscale con questo governo è aumentata di un punto.
I tributaristi concordano
A Palermo il 6 giugno la Camera degli Avvocati Tributaristi ha assegnato il «Premio legalità fiscale» al viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che commenta: «Sono onorato di questo premio perché la legalità fiscale è la cifra della nostra riforma che abbiamo messo in campo». E cita i 4 assi portanti: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, contrasto all’evasione e riduzione della pressione fiscale.
In effetti l’adempimento di presentare una dichiarazione dei redditi corretta è decisamente superato. Citare la certezza del diritto e il contrasto all’evasione, richiede un po’ di faccia tosta. E anche parlare di riduzione della pressione fiscale: il rapporto Istat fra tributi incassati e ricchezza prodotta (Pil) mostra che la pressione fiscale con questo governo è aumentata di un punto (qui).
Chi bara
«L’umiltà è una virtù stupenda, il guaio è che molti italiani la esercitano nella dichiarazione dei redditi» diceva Giulio Andreotti, uno che la sapeva lunga. L’analisi sui dati pubblicati dal Mef nel 2025 mostra che, rispetto alla congruità delle dichiarazioni, sono sotto soglia il 25% di studi medici e laboratori, il 37% delle farmacie, il 48% dei dentisti, il 37% dei notai. Le attività di intermediazione e consulenza finanziaria e assicurativa: il 68% non raggiunge la sufficienza nei punteggi Isa e dichiara 125.000 euro contro i 568.000 di quelli con dichiarazioni attendibili. Gioiellerie: il 55% sostiene di guadagnare solo 28.000 euro. Il 58% dei balneari dichiara di vivere con 15.000 euro. Elettricisti e idraulici: quasi sei su dieci sono in odore di evasione. I titolari di ristoranti e bar presentano redditi medi da poco più di 15.000 euro (qui i dati).
Tutte queste categorie sotto soglia possono stare tranquille e per due ragioni. La prima: Meloni ha più volte dichiarato che intende combattere l’evasione vera, non quella presunta, ed essere fuori parametro è una presunzione e non una certezza. La seconda: le norme messe in campo suggeriscono che tentare di non pagare le tasse non ha nessuna conseguenza rispetto al pagarle in tempo, poiché si passa da una rottamazione all’altra (norma primaria articolo 1, commi da 82 a 101, della Legge n. 199/2025).